Prevenzione e informazione, l'Iraq affronta l'epidemia COVID-19

L’Iraq vive da anni in un costante stato di tensione e instabilità, dalla guerra contro lo Stato Islamico alle crisi politiche e sociali sfociate nelle proteste degli ultimi mesi del 2019, ora si ritrova a dover affrontare anche la diffusione del virus COVID-19, la pandemia che ha avvolto il mondo intero nella sospensione del lockdown.

 

 

Ad oggi in Iraq i casi confermati di coronavirus sono 2.818 e 110 i decessi, un numero allarmante se analizzato nel precario contesto che caratterizza il sistema paese. La sanità pubblica irachena è gravemente a corto di risorse e non adatta a rispondere ad un’emergenza medica su larga scala, in particolare ai bisogni di chi vive nei campi – sono ancora 1,4 milioni gli sfollati interni in tutto il territorio. Secondo le stime del Ministero della Salute 20.000 medici iracheni sono emigrati dagli anni ’90, lasciando pochi operatori sanitari qualificati nel paese. Gli anni della guerra hanno causato un forte indebolimento della capacità di intervento sanitario, con molte strutture rimaste inagibili a causa della distruzione ed altre mal funzionanti. Le risorse economiche necessarie per la ristrutturazione del sistema sono limitate, sia in termini di forniture che di personale medico.

 

“Le persone affette da COVID-19 potrebbero essere molte di più di quelle dichiarate ufficialmente”, afferma Pietro Caburrosso, programme coordinator INTERSOS in Iraq, “I tamponi eseguiti e disponibili sono limitati e questo implica una conoscenza incompleta del reale numero di casi di contagi, per questo, è doveroso agire sulla prevenzione come stiamo cercando di fare supportando una serie di interventi medici in diverse aree del territorio”. INTERSOS è operativa in Iraq dal 2016, senza mai aver lasciato il paese. Dall’inizio dell’emergenza COVID-19 ha avviato un programma di intervento finalizzato alla conoscenza e sensibilizzazione sul virus tra le persone più vulnerabili.

 

“Ci sono tre diverse aree di intervento sul territorio”, racconta Pietro, “i campi, dove l’accesso umanitario è presente così come l’alta militarizzazione. Qui il COVID-19 rischia di incrementare la già elevata vulnerabilità delle persone presenti. Poi ci sono le aree remote o rurali, difficili da raggiungere per poter portare supporto. Come la zona di Baa’j, nord-ovest del paese, dove non esistono servizi e i pochi centri di salute sono stati rasi al suolo nel corso degli anni di guerra. I bambini impiegano fino ad un’ora di cammino per raggiungere la scuola dai loro villaggi isolati. Infine ci sono le aree urbane: qui vivono le persone che negli ultimi anni sono uscite dai campi per sfollati interni per riversarsi a ridosso delle grandi città come Mosul. Il rischio diffusione del COVID-19 è davvero molto alto, lo spazio tra le persone è congestionato e le misure di prevenzione scarseggiano.”

 

I team medici di INTERSOS sono operativi sia nelle zone remote che nei centri urbani, dove affrontano anche le conseguenze collaterali del COVID-19, come un aumento della violenza di genere e dei casi di violazione dei diritti dei minori rientranti nell’intervento di protezione dei minori.

 

Il team ha avviato attività di sensibilizzazione e formazione tecnica per la prevenzione e il trattamento del virus per lo staff medico degli ospedali nei Governatorati di Ninawa e Kirkuk. Dal mese di maggio è iniziato un nuovo progetto, finanziato da ECHO, nelle località di Salam Al-Din e Ninawa (Baaj’ e Tel Afar) per agire efficacemente contro il rischio diffusione epidemia. In totale sono 10 le strutture mediche supportate da INTERSOS.
“Le persone riconducibili al virus COVID-19 seguiranno un percorso di isolamento per le cure presso dei container appositamente adibiti. I container verranno utilizzati per effettuare visite di pre-screening ed evitare che casi riconducibili al COVID-19 possano entrare in contatto con altre persone e diffondere un eventuale contagio. Abbiamo preso parte al progetto della costruzione di una “isolation room”, dove far attendere le persone in attesa che arrivi il risultato del test del tampone dagli unici laboratori presenti in tutto il paese: uno a Baghdad e l’altro ad Erbil” spiega Pietro.

 

Con le restrizioni della libertà di movimento ancora in atto su tutto il territorio iracheno, il numero di beneficiari raggiungibili con le attività di sensibilizzazione ha subito una riduzione. Per cercare di essere comunque presenti, INTERSOS ha colmato la lacuna attraverso training tecnici a distanza. “Il contesto dove operiamo non è facile”, racconta Pietro, “Ci troviamo ad affrontare un’emergenza globale in un paese che, se dovessero aumentare esponenzialmente i contagi, rischierebbe davvero il collasso”. In Iraq, su tutto il territorio, ci sono solo 475 posti letto nelle strutture ospedaliere, le conseguenze di un aumento del virus sarebbero devastanti per una popolazione già fortemente vulnerabile che non ha ancora superato il trauma della guerra.

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Flavia Melillo
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