Repubblica Centrafricana: dove si sopravvive tra conflitti e instabilità

“Se c’è una crisi dimenticata, questa, purtroppo è la Repubblica Centrafricana. E se c’è un luogo del mondo che ha bisogno di aiuto, è qui che bisogna guardare.

Ad oggi, le promesse di finanziamento arrivano a coprire il 9,4% dei bisogni identificati dalla comunità internazionale. C’è un gap enorme che bisogna riempire. È un appello che lanciamo alla comunità internazionale, ai donatori e a chiunque abbia a cuore i principi umanitari”.

Federica Biondi, una delle operatrici umanitarie di più lunga e qualificata esperienza con INTERSOS, è capo missione in Repubblica Centrafricana da quasi un anno e ha osservato giorno dopo giorno il deteriorarsi della situazione nel Paese, afflitto a partire dal 2013 da un irrisolto conflitto interno.

“Secondo le previsioni di molti analisti – ci ricorda – il 2017 avrebbe dovuto essere un anno di transizione verso l’uscita dalla crisi. Purtroppo la realtà si è rilevata molto diversa. Si puntava ad una riduzione del numero di sfollati interni e ad un aumento dei rientri dei rifugiati dai paesi vicini. Invece, da 350mila sfollati siamo passati ad oltre 600mila. Zone del paese fino a pochi mesi fa indenni dal conflitto sono state progressivamente coinvolte, con ulteriore restringimento dell’accesso umanitario. Il numero auspicato di rimpatri non si è registrato”.

All’estendersi della crisi corrisponde un aumento dei bisogni umanitari?

Purtroppo è una progressione quasi matematica: di pari passo con l’estendersi delle violenze, si riduce l’accesso alle terre coltivabili e cresce l’insicurezza alimentare. Si rafforzano le tensioni e i conflitti economici come quello fra agricoltori e allevatori in transumanza, storicamente divisi da una diversa filosofia di gestione della terra. Equilibri fragilissimi vengono distrutti e aumentano i conflitti tribali, così come criminalità, estorsioni e violenze senza controllo.

Anche il lavoro delle ONG è diventato sempre più difficile.

L’accesso umanitario si è enormemente ristretto a causa della parcellizzazione degli attori con cui negoziare, dell’aumento della criminalità attratta da un facile guadagno, dalla difficoltà di diffondere la cultura dei principi umanitari e la corretta distinzione fra operatori umanitari e caschi blu militari.

La Repubblica Centrafricana è storicamente afflitta da altissimi livelli di malnutrizione.

Il livello di prevalenza della malnutrizione nelle aree del Paese prive di accesso umanitario è enorme. Il conflitto ha aggravato la cronica debolezza del sistema sanitario, insufficiente e caratterizzato da costi inaccessibili per la popolazione. Di fatto, la presa in carico gratuita è garantita solo da presenza umanitaria.

Dove lavora in questo momento INTERSOS?

Siamo nelle zone di Kaga Bandoro, Kabo, Sibut e Batangafo. Facciamo monitoraggio di protezione, identificando e seguendo i casi di violazione dei diritti umani. Seguiamo progetti di educazione in emergenza tra Kaga Bandoro e Kabo. A Batangafo, gestiamo la distribuzione di fondi per sostenere i ritorni nei quartieri di origine degli sfollati interni alla città.

Il lavoro nelle scuole sembra avere un’importanza centrale.

A causa della crisi, c’è stata un’esplosione di anni bianchi (ovvero gli anni in cui un bambino non ha la possibilità di frequentare le lezioni). Molti bambini che abbiamo aiutato non avevano ancora mai frequentato la scuola o non la frequentavamo da anni. Con il nostro programma, identifichiamo bambini non scolarizzati cui offriamo un corso accelerato per recuperare il tempo perso e reinserirli nel sistema di apprendimento. Questo anche per contrastare il fenomeno dei bambini soldato. Anche nel sistema scolastico, l’azione delle organizzazioni umanitarie rappresenta l’unica risposta al collasso, a causa del conflitto, del sistema di educazione comunitario, auto finanziato dalle famiglie.

Ufficio Comunicazione
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