Crisi umanitaria in Libia, il dramma dei minori migranti e della guerra

Con l’inizio del nuovo anno si è tornati a parlare di Libia, un paese ancora molto instabile, una crisi umanitaria dove quasi un milione e mezzo di persone ha bisogno di assistenza, tra cui migliaia di minori.

 

 

Con l’inizio del nuovo anno si è tornati a parlare di Libia e dell’instabilità interna che attanaglia il paese ancora oggi, dieci anni dopo la deposizione del colonnello Muammar Gheddafi. In queste settimane è in corso la formazione di un nuovo esecutivo di transizione, guidato dal Primo ministro ad interim Abdul Hamid Dbeibah. Il nuovo governo avrà il compito di condurre il paese alle prossime elezioni nazionali che si terranno il 24 dicembre 2021. Gli aspetti politici e i cambiamenti strutturali all’interno dell’amministrazione libica, non possono però rendere cieca la comunità internazionale di fronte al protrarsi delle difficoltà di vita del popolo libico e dei tanti migranti presenti sul territorio.

 

Si parla di Libia anche per molto altro in queste settimane, che sulle pagine dei giornali e nei titoli dei tg si traduce spesso in naufragi e morti nel mar Mediterraneo. Sono uomini, donne e bambini migranti, persone che tentano di lasciare un paese in guerra, dopo averne attraversati molti altri in condizioni disumane, per mettere in salvo le loro vite. O almeno avere la possibilità di sperare in un paese dove i più basilari diritti umani siano liberamente espressi, rispettati, valorizzati.

 

I migranti in Libia

 

Si stima che circa 1,3 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria in Libia. Le famiglie sfollate, le persone rifugiate e migranti sono tra le più vulnerabili e a rischio sicurezza in un paese che è diviso internamente da fazioni contrastanti e differenze inter-tribali. Di questi 1,3 milioni, 348 mila sono minori, bambini e bambine che hanno urgente bisogno di ogni genere di sostegno per poter vivere dignitosamente. Circa 393 mila sono sfollati interni e più di 43 mila sono rifugiati e richiedenti asilo che provengono principalmente dall’Africa sub-sahariana. Persone, spesso anche minori soli non accompagnati, che affrontano viaggi estenuanti, dove il rischio di non arrivare a destinazione, che non è la Libia bensì l’Europa, è altissimo.

 

La storia di Rashid e l’incontro con INTERSOS

 

INTERSOS conosce bene queste persone e queste storie. Da quando nel 2018 abbiamo avviato progetti di accoglienza e formazione con i minori migranti di Tripoli e Sebha, nel centro sud della Libia, incontrare persone con un passato di migrazione alle spalle è diventato una consuetudine. Rashid è uno di loro, ha 17 anni e viene dalla Sierra Leone. Come molti suoi coetanei ha già conosciuto il dolore, la paura, il vuoto che lascia una perdita. Il suo viaggio è iniziato molti mesi prima di raggiungere la Libia, i pericoli e le difficoltà nell’attraversare territori già fortemente instabili e ad alto rischio insicurezza sono stati molti e raccontarli spesso fa riaffiorare ferite molto profonde. Ha trascorso giorni e notti nel deserto, insieme ad altri che come lui cercavano di fuggire da povertà, conflitti, assenza di un futuro.

 

Fare domande sul passato personale ad una persona che di quel passato ha soprattutto immagini disturbate, ricordi che tagliano il respiro e buchi neri da dimenticare, comporta esporsi ad una sofferenza che non può lasciare indifferenti. “La mia vita deve andare avanti”, ci dice Rashid, lo fa con convinzione spiccata, una frase detta mentre racconta uno dei vari episodi in cui quella sua stessa vita ha rischiato di perderla. Un attacco da parte di un gruppo armato nel pieno del deserto del Sahel, l’auto dove viaggiava circondata da uomini armati, la paura che lo attanagliava, il senso del dovere nel cercare di proteggere i suoi tre fratelli minori.

 

Arrivato in terra libica, Rashid è stato indirizzato al centro per minori gestito da INTERSOS che prende il nome di Baity, che significa “Casa mia”. Accolto dai nostri operatori e dalle nostre operatrici, Rashid ha iniziato un percorso di sostegno psicosociale e istruzione: riprendere gli studi insieme a ragazzi e ragazze della sua età significa mettere insieme i pezzi del presente e proiettarsi su un futuro reale. Il tempo in questi casi sarà cura essenziale, ce ne vorrà molto per permettere a Rashid di credere in qualcosa in un momento ancora oscuro, di capire che ciò che ha vissuto resta nel suo vissuto e non sarà imprescindibilmente il suo domani. 

 

Le attività svolte da INTERSOS in Libia non sono mai terminate neppure nei momenti più complessi per il paese in pieno cambiamento politico-sociale oltre che per la pandemia di COVID-19. Nel corso del 2020 e fino alla fine di gennaio 2021 sono stati seguiti in percorsi di protezione e tutela 1537 ragazzi e ragazze migranti nel centro di Tripoli Baity e in quello di Sabha, e 1073 di loro anche con attività legate all’educazione informale.

 

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Flavia Melillo
Flavia Melillo

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