Emergenza Indonesia rapporto attività a 4 mesi da terremoto e tsunami

Una domanda che può apparire stereotipata, banale anche se un colloquio con un operatore umanitario dovrebbe sempre partire da qui. Perché può servire a sintetizzare un ragionamento più di mille parole, perché può servire ad indirizzare la conversazione.

Una domanda che può apparire stereotipata, banale anche se un colloquio con un operatore umanitario dovrebbe sempre partire da qui. Perché può servire a sintetizzare un ragionamento più di mille parole, perché può servire ad indirizzare la conversazione.

Ed allora: qual è l’immagine che ti ha colpito di più?

“Sono dieci anni che faccio questo lavoro e di emergenze ne ho viste tante. Potrei risponderti raccontandoti della devastazione di Palu, anche se non so se ci riuscirei, perché davvero non ci sono le parole per raccontare come ci è apparsa la città quando l’abbiamo vista. Un deserto, un enorme deserto di macerie. Ma la verità è che stavolta mi hanno colpito alcune parole più delle immagini”.

Parole?

“Sì, parole. Quelle di un gruppo di rifugiati che erano riusciti a scappare allo tsunami e avevano trovato riparo in una zona collinare. Erano passati diversi giorni dalla tragedia. Eppure, sostenevano di non voler più neanche sentir parlare del mare, di quello che fino ad una settimana prima era il loro mare. Di più: dicevano che non volevano più neanche vederlo il mare. Mai più”.

A parlare è Marcelo Garcia Dalla Costa, Responsabile Emergency Unit di INTERSOS. Da qualche settimana è tornato dall’Indonesia dove era andato subito dopo che il governo aveva lanciato un appello agli aiuti internazionali per l’isola di Sulawesi. Devastata da un terremoto e da uno tsunami che hanno fatto duemila morti, diecimila feriti, settantacinquemila sfollati e settantamila abitazioni devastate. Il disastro c’è stato 28 settembre, la richiesta di aiuti internazionali il 1 ottobre,. Il 2 ottobre l’Emergency Unit di INTERSOS era già li.

“Abbiamo raggiunto in fretta Indonesia, ma non Palu. Lì, l’aeroporto – come tutto quello che c’era lungo la costa – era stato cancellato da un’onda alta quasi dieci metri, era stato dichiarato inagibile. L’arrivo dei soccorsi internazionali era difficilissimo”.

E allora?

“Abbiamo fatto come abbiamo imparato a fare in questi casi: piccolissimi aerei, quelli che normalmente usano i turisti per le escursioni ed elicotteri. Che hanno ottenuto permessi speciali proprio perché hanno bisogno di piste piccolissime per atterrare. In poco tempo siamo riusciti ad essere operativi sull’isola devastata”.

INTERSOS – lo staff di INTERSOS, quattro persone più gli operatori reclutati sull’isola – ha scelto per la propria operazione uno degli obiettivi più difficili: riportare il sistema sanitario, meglio: un “minimo” di sistema sanitario, non lungo le spiagge cancellate dallo tsunami ma nei villaggi dell’interno. Abbattuti dal terremoto, spesso – molti giorni dopo quel drammatico 28 settembre – ancora non raggiunti dai soccorsi. Ma in cosa è consistito quest’intervento?
“Siamo arrivati con le nostre unità mobili in luoghi dove non c’erano più neanche le strade. Abbiamo trovato persone ferite dal crollo di mura e pareti che, dopo molti giorni, aspettavano ancora di essere curate. Abbiamo assistito pazienti che erano ricoverati nelle strutture sanitarie preesistenti. Strutture che però erano state abbandonate dal personale. Una cosa terribile da raccontare ma che purtroppo accade. E noi abbiamo riavviato le cure per quelle persone”.

Un bilancio?

“Se ti servono le cifre, sono pubbliche, sono nel nostro report: in due mesi abbiamo assistito mille e settecentocinquanta persone. Dentro questo numero c’è di tutto, dall’intervento di emergenza per un ferito grave alle cure mediche primarie fino alla distribuzione di medicinali. Ma una fredda cifra non può a spiegare tutto il resto: fatto di colloqui, di presenza che spesso basta a tranquillizzare chi è traumatizzato. Un numero che non basta a spiegare il lavoro fatto in rapporto costante con le autorità locali…”

A proposito: c’è stata intesa con le amministrazioni indonesiane?

“Tutto sommato è stata un buon rapporto. Non ti nego che all’inizio verso di noi – unica Ong italiana – c’era qualche remora. Poi, però, tutto è filato liscio e ci siamo coordinati benissimo con le strutture dello Stato indonesiano”.

Ed il rapporto con la popolazione?

“Questo è stato davvero uno dei capitoli che più mi ha colpito di questi due mesi: il rapporto con la gente. Ovunque abbiamo trovato una enorme disponibilità e dignità. Anche da parte di persone, di famiglie fuggite dallo tsunami, abbiamo riscontrato tanta disponibilità ad aiutare gli altri. Ad aiutare noi ad aiutare gli altri. Davvero. E fammi dire un’ultima cosa…”

Prego

“Questo intervento è stato importante anche per noi di INTERSOS. Due anni fa è stata creata l’Emergency Unit, per rispondere rapidissimamente ai disastri naturali. Ebbene, tutto ha funzionato alla perfezione: ognuno, fin dal primo allarme, sapeva cosa fare, chi contattare, con chi mettersi in contatto. Rapidissimamente. La struttura era pronta. Sì, ha funzionato tutto. Tutto”.

Report indonesia

Stefania Donaera
Stefania Donaera
Press Officer, INTERSOS

ULTIME NOTIZIE

RICEVI GRATUITAMENTE IL LIBRO DI GINO LEONCINO