Dj Khalab, nuovo disco nato dai suoni del campo profughi in Mauritania

INTERSOS racconta il viaggio, fatto insieme all’artista italiano, nel campo dove i fili dei freni delle moto diventano corde per le chitarre elettriche. L’album Mberra è prodotto dalla Real World di Peter Gabriel

foto © Jean-Marc Caimi

articolo di Giovanni Visone

 

 

Quando siamo arrivati nel campo di Mberra, nel maggio del 2017, sapevamo quello che stavamo cercando – documentare l’esperienza della musica in un campo di rifugiati – ma non avevamo idea di quello che avremmo trovato: una scena musicale fuori dal comune, con le sue band e i suoi leader, composta di professionisti che in passato avevano avuto l’opportunità di partecipare a tour in Europa, insieme a giovani e autodidatti che avevano iniziato a suonare muovendosi da un campo profughi all’altro; un linguaggio musicale profondamente legato alla vita della comunità nella quale era nato e dalla quale era ispirato. Insomma, un’esperienza unica, nella quale, nonostante le dure condizioni di vita che persone in fuga da molteplici conflitti si trovavano ad affrontare, un gruppo di musicisti, arabi e tuareg, tutti rifugiati, avevano iniziato a fare musica insieme.

 

Insieme al musicista e produttore Raffaele Costantino, in arte Dj Khalab, e al fotografo Jean-Marc Caimi, ci siamo immersi in quell’universo di suoni, storie e relazioni. Ci siamo rimasti, dormendo nel vicino villaggio di Bassikounou per cinque notti, il massimo consentito dalle misure di sicurezza in un’area considerata a rischio di rapimenti e di incursioni da parte del gruppo armato Al Qaeda nel Maghreb Islamico.

 

Per ore e ore, all’ombra di una delle costruzioni del campo, sotto un sole a 50 gradi, abbiamo raccolto voci, suoni e immagini. Abbiamo scoperto il mito delle chitarre elettriche costruite con le lamiere (le cosiddette “bidon-guitares”) e l’ingegnosità di musicisti capaci di sostituire le corde mancanti con i fili dei freni delle moto e di supplire all’assenza di elettricità collegando l’amplificatore alla batteria delle due ruote e accedendo il motore, producendo così inedite distorsioni.

 

Il campo di Mberra

 

All’epoca della nostra visita il campo di Mberra esisteva già da quattro anni. Una città di tende, rami secchi, plastica e lamiera. Scuole e centri sociali costruiti con mattoni di argilla. Fontane di acqua pulita essenziali per garantire la vita di una comunità effimera di 50mila persone isolate nel deserto. Il campo accoglieva, e accoglie tuttora, rifugiati maliani fuggiti in Mauritania a seguito della guerra del Mali del 2012-2013, e nel 2017 era già entrato in una nuova fase della sua vita, quella in cui dalla prima risposta all’emergenza si passa a guardare ai bisogni di una permanenza prolungata: educazione, salute, e perché no, cultura, come nei centri di aggregazione che proprio noi di INTERSOS in quel periodo avevamo promosso e gestito.

 

La bellezza di questa storia, l’incredibile bellezza della musica che ci ha accolto a Mberra, non deve distogliere l’attenzione dalla durezza delle condizioni di vita nel campo. Dopo giorni entusiasmanti in cui ci siamo confrontati direttamente con la passione, la poesia e l’intraprendenza di questi artisti professionisti e autodidatti, ho chiesto ai miei colleghi di INTERSOS: “Mostratemi l’altro lato di questo campo, le sfide quotidiane che dovete affrontare per garantire assistenza e protezione“. Mi hanno portato in una tenda lì vicino e dentro ho visto una ragazza legata a una lunga catena, con un grosso anello di metallo chiuso intorno alla caviglia. Si muoveva lentamente nella polvere, fermandosi di tanto in tanto per sorriderci – un sorriso doloroso di tranquilla determinazione.

 

“La sua famiglia non la tiene così lontana dalla crudeltà”, mi spiegò il mio collega, “Qui nel campo non possono fornirle il costante supporto psicosociale di cui ha bisogno. Perché non esiste. Hanno paura che se lasciata sola, potrebbe andarsene e perdersi da qualche parte, o peggio, che qualcuno possa farle del male”. Nel linguaggio umanitario, il termine tecnico, ma significativo, per il trattamento che questa famiglia ha riservato al suo membro più fragile è “meccanismo di coping (adattamento) negativo“. Di fronte a una difficoltà insormontabile, hanno scelto l’unica soluzione apparentemente possibile per proteggere il loro nucleo familiare, indipendentemente dal fatto che quella scelta sia sbagliata o meno (ed ecco l’urgenza del nostro intervento). Il mio incontro con quella ragazza mi ha rivelato uno sfondo completamente nuovo dietro la musica che stavamo registrando e la densa complessità di questo mondo in cui eravamo entrati. Un mondo in equilibrio precario tra resilienza e disperazione, sede di disagi personali e sconforto.

 

La musica come resilienza e riscatto

 

Ma è proprio su questo sfondo che l’esperienza dei musicisti di Mberra acquista un senso ancora più profondo. Vivere per anni in un campo profughi rappresenta un’esperienza alienante: le persone sono private della loro identità. In una condizione come questa, la musica è una forma di resistenza culturale, un linguaggio comune che unisce una comunità e attrae i più giovani, coinvolgendoli in un movimento collettivo. Le persone coinvolte in questo movimento non sono solo persone rifugiate. Sono esseri umani, e in primo luogo artisti. Anche se hanno perso tutto, ovunque vadano, portano il loro bagaglio di storie, sogni, conoscenze ed emozioni. Da questa esperienza estrema, è nato uno stile musicale unico, misto di melodie antiche, blues e improvvisazione.

 

Dopo cinque anni di lavoro nel campo di Mberra, nel corso dei quali abbiamo sostenuto la popolazione con progetti di monitoraggio dei diritti umani, protezione dei più vulnerabili, community building, educazione in emergenza, INTERSOS ha lasciato la Mauritania nel 2018. Un passaggio naturale, dopo la prima fase dell’emergenza, verso organizzazioni chiamate a dare continuità alle attività che avevamo avviato e ad accompagnare il progressivo ritorno alla normalità.

 

Nella musica raccolta in quei giorni di maggio 2017, rimane traccia di quell’esperienza e della sua essenza: la partecipazione attiva delle persone assistite ai progetti come fattore indispensabile di resilienza e riscatto, anche attraverso esperienze collettive, artistiche e culturali come la musica. L’idea che “proteggere”, nel lavoro umanitario, significhi molto più che assistere, o alzare un muro intorno alle persone: significa comprendere, rappresentare e promuovere pienamente la vita inviolabile e la dignità di ogni essere umano.

 

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Flavia Melillo
Flavia Melillo

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