COVID-19 in Africa: impatto e conseguenze | INTERSOS

Nonostante il 2021 sia iniziato all’insegna della diffusione del vaccino, diffondendo un primo barlume di speranza, l’OMS afferma che in Africa il numero dei contagi è tornato a salire e pare che per l’intero continente africano sia stata prevista una quantità di dosi di vaccino pari a quella destinata alla sola Italia. 

 

 

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato che il focolaio internazionale di infezione da nuovo coronavirus SARS-CoV-2 poteva essere considerato una pandemia. Da quella data sono trascorsi quasi 12 mesi, un anno di convivenza con una epidemia che ha cambiato le vite di tutte e tutti noi. Paesi e continenti interi alle prese con le conseguenze più imprevedibili e drammatiche di un virus che si propaga tra le popolazioni. Sistemi sanitari al collasso, innumerevoli vittime, restrizioni alle libertà di circolazione e limitazioni sociali, gravi effetti alle economie nazionali e ricadute psicologiche non indifferenti per molte fasce della popolazione, di qualunque età.

 

Con il nuovo anno, la notizia dell’arrivo e dell’avvio della diffusione del vaccino anti COVID-19, ha indubbiamente dato respiro in un tempo che ormai sembra indefinito e compaiono le prime risposte sulla possibile fine della pandemia. Nel mentre, però, il virus continua a circolare e i dati sul numero dei contagi appaiono ancora angoscianti. Nonostante se ne parli poco, negli ultimi mesi un’allarmante crescita si è verificata tra i paesi africani. L’OMS afferma che i casi nel continente sono aumentati della metà di settembre 2020, con picchi di forte rialzo dalla fine di novembre.

 

La distribuzione del vaccino in Africa

 

La distribuzione dei vaccini risulta già molto compromessa dalle singole richieste nazionali rispetto alle possibilità fino ad oggi previste per l’Africa. Per l’Unione Africana è stata predisposta circa la stessa quantità di dosi dell’Italia. Al momento sono previsti circa 270 milioni di dosi, che basteranno a vaccinare solo il 30% della popolazione continentale che è di 1,3 miliardi. Un dato, questo, disarmante. L’Africa CDC (Africa Centers for Disease Control and Prevention), l’agenzia di sanità pubblica dell’Unione Africana, evidenzia criticità dalle prime settimane del 2021 con un aumento significativo di nuovi casi in alcuni paesi del continente. Mentre scriviamo, i numeri fino ad oggi accertati contano circa 3.377.692 casi confermati e 84.211 morti: considerare questi numeri totalmente attendibili diventa complesso in un continente dove i test effettuati sono ancora molto pochi rispetto alla media mondiale. A questo si aggiunge un monitoraggio incostante, che avviene molto spesso a livelli irregolari e che quindi non rivela la vera diffusione del virus.

 

In un continente vasto come quello africano, va presa in considerazione anche la variabile nazionale. In alcuni paesi non ci sono dati sufficienti o disponibili sui test per sapere quanto si sta facendo, mentre in altri risulta più diffuso l’accesso alle misure di prevenzione e il monitoraggio dei dati. Analizzare un fenomeno pandemico in un territorio vasto, complesso e multiforme come l’Africa, comporta necessariamente una visione più ampia degli elementi presi in studio. 

 

La povertà, l’instabilità politica, i conflitti interni, le crisi economiche e la lesione dei diritti umani. Componenti queste che amplificano ulteriormente un’emergenza mondiale sanitaria come quella del COVID-19. Eppure, nonostante le fragilità insite nel continente, il tasso di mortalità da coronavirus riportato in Africa è stato basso rispetto ad altre parti del mondo, nonostante la carenza e debolezza delle infrastrutture sanitarie in molti paesi. Tra le motivazioni più accreditate – ad oggi ancora senza nessun riscontro scientifico – a giustificare cifre relativamente basse, potrebbe esserci l’aspetto anagrafico, ovvero una popolazione relativamente giovane, dove più del 60% ha meno di 25 anni, o il fattore esperienziale, dovuto alle diverse epidemie passate e presenti nei paesi. 

 

L’intervento di INTERSOS per contrastare il COVID-19 in Africa

 

NIGERIA

 

La Nigeria è tra i paesi ad un livello estremamente critico di gestione sanitaria della pandemia. Si posiziona al nono posto nella classifica mondiale per numero più basso di test effettuati. Le capacità ospedaliere non sono in grado di far fronte ai casi più gravi, di assistere un numero crescente di contagiati nonché di provvedere alle cure dei più gravi con respiratori e terapie intensive. Il numero dei casi è di 122 mila e più di 1.500 sono i decessi. I più a rischio sono gli sfollati interni, soprattutto nel Borno State, territorio a nord del paese sotto continuo attacco da parte di gruppi armati vicini a Boko Haram. Il COVID-19 ha peggiorato la loro condizione di vita, le possibilità di salvaguardarsi dal contagio sono pressoché inesistenti: mancanza di riparo, acqua potabile, assistenza medica.

 

Il personale di INTERSOS fornisce cure mediche, assistenza sanitaria di base e servizi di nutrizione nei territori di Bama, Dikwa, Ngala e Magumeri. In risposta alla diffusione del coronavirus, gli operatori hanno avviato delle attività legate alla prevenzione e sensibilizzazione del virus; dalla cura dell’igiene personale all’importanza del distanziamento sociale e distribuzione di kit igienici. L’intervento anti COVID-19 di INTERSOS in Nigeria risulta operativo su larga scala, anche per via della circolazione di cliniche mobili e il supporto alle strutture ospedaliere dove si effettuano screening e test anti COVID-19 per i casi sospetti. Nella zona di Damasak INTERSOS sta contribuendo, con il governo, anche alla costruzione del primo campo formale per sfollati della città.

 

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

 

Dalla fine del 2020 e con l’inizio del nuovo anno, nella Repubblica Democratica del Congo si è registrato un andamento in salita del numero dei casi COVID-19. L’OMS ne segnala ad oggi circa 21 mila e 661 sono i decessi. INTERSOS ha provveduto ad attivare nuovi progetti per far fronte al COVID-19 attraverso un concreto supporto alle strutture sanitarie attraverso la formazione del personale sulle misure di prevenzione e risposta al virus. Una radicata attività di sensibilizzazione è stata avviata nelle comunità, alle quali vengono anche distribuiti kit igienici. 

 

Alla fine del 2020, sono state raggiunte con percorsi di sensibilizzazione dagli operatori umanitari, circa 254.283 persone. L’utilizzo della comunicazione via telefono è diventato strumento essenziale per raggiungere più persone possibili, fornendo loro anche un costante supporto psicosociale nelle  zone di Kongolo, Nyunzu e Moba. Tra gli ultimi dati utili ad inquadrare il tipo di intervento e il raggio di azione dell’organizzazione, ci sono quelli delle ultime settimane del 2020. Su un totale di 254.268 persone sensibilizzate, di cui l’82,45% sfollati, presenti nelle zone sanitarie di Kalemie e Nyemba, il 100% ha riferito di avere avuto accesso a strutture igienico-sanitarie adeguate nei centri medici di loro frequentazione. Tra le altre azioni intraprese per ampliare le attività e le forme di sensibilizzazione, ci sono gli interventi singoli effettuati porta a porta, spot radiofonici, affissione di materiale di comunicazione per promuovere la salute attraverso il rispetto delle misure restrittive contro il COVID-19 oltre alla cura per l’igiene in generale.

 

CAMERUN

 

Tra i paesi africani, il Camerun è tra i primi dieci con maggior numero di casi positivi riscontrati, ad oggi più di 29 mila contagiati dal COVID-19 e 462 decessi. Tra le regioni più colpite c’è quella del Littoral, e dell’estremo nord, mentre nelle altre aree del Paese i numeri risultano decisamente inferiori, questo a causa anche di un numero insufficiente di test e scarso monitoraggio sulla reale diffusione del virus. In tutto il territorio risultano operativi 15 laboratori aventi la capacità di eseguire attività di screening per il COVID-19. Di questi, nessuno si trova nelle zone del Sud del paese, dove l’epidemia si propaga senza controllo e precarie sono le strutture sanitarie.

 

In generale, la capacità di fornire cure mediche in tutto il Camerun è fragile rispetto all’aggravarsi dell’epidemia; con un totale di 1361 posti letto distribuiti nelle diverse regioni, è lampante la problematicità con cui si presenta il contesto sanitario. INTERSOS è operativa sin dall’inizio dell’emergenza e fornisce materiale igienico e dispositivi di protezione nelle aree di intervento del nord-ovest e del sud-ovest, dove sono state organizzate sessioni per formare gli operatori sanitari sulla natura e il conseguente impatto della seconda ondata di COVID-19. Nel nord del paese, soprattutto nelle zone di Kousseri e Maroua, sono state raggiunte più di 23 mila persone nel mese di dicembre 2020. Tuttavia l’intervento umanitario, seppur determinante in una condizione sociale e sanitaria come quella che vige nel territorio camerunense, non è abbastanza da poter colmare l’assenza di strutture mediche, e personale sanitario che spesso è soggetto esso stesso al contagio del virus, comportando un ulteriore riduzione di disponibilità medica. 

 

BURKINA FASO

 

In Burkina Faso si contano, ad oggi, più di 10 mila casi e 112 decessi da COVID-19. INTERSOS, operativa nel paese dal 2019, ha adattato le proprie attività alle restrizioni imposte dal governo e ai nuovi bisogni della popolazione. Gli operatori umanitari attivi nel progetto di protezione a Dedougou, hanno avviato azioni di sensibilizzazione, formazione e distribuzioni di materiale informativo oltre a consegnare kit igienici fondamentali per prevenire il contagio. Tra coloro che più ricevono assistenza e supporto nella conoscenza e prevenzione del virus, ci sono i tantissimi sfollati che vivono nelle Région du Nord, Région de la Boucle du Mouhoun e Région de l’Est. Il territorio del Burkina è infatti al centro della sempre più crescente crisi del Sahel. Fonti OIM (Organizzazione mondiale delle migrazioni) segnalano al dicembre 2020 circa 1.069.361 sfollati, persone in fuga dalle violenze e dai conflitti interni alla regione.

 

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Flavia Melillo
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