"Una comunità dalla storia tragica ma capace di preservare umanità e cultura"

Dj Khalab racconta la sua esperienza nel campo rifugiati in Mauritania con INTERSOS e la nascita del suo nuovo disco M’berra, prodotto dalla RealWorld di Peter Gabriel

di Stefano Bocconetti

foto di ©Jean-Marc Caimi

 

 

Musica e molto altro. Come del resto si comprende bene da quell’annuncio di due mesi fa. Un annuncio via social, quando Peter Gabriel – sì proprio l’ex anima dei Genesis, che da trent’anni fa vivere anche un’etichetta discografica, la RealWorld Records – scrisse un tweet. Duecento quaranta caratteri: “Annunciamo M’berra, un nuovo album dell’artista dj Khalab, in collaborazione con i musicisti che vivono nel campo profughi di M’berra, in Mauritania. Il progetto, che uscirà alla fine di aprile, è stato realizzato grazie al supporto di INTERSOS”.

 

Un album e un campo profughi, dunque. Grande, grandissimo campo profughi, sessantamila persone. Ma che nesso c’è fra le due cose? Come se ne può parlare? La risposta forse è in un aneddoto. Ha per protagonista Mohammed Issa Ag Oumar, volto scavato dal deserto e da una fuga cominciata più di vent’anni fa. Lo racconta seduto all’ingresso della sua tenda. Una delle altre trentamila del campo. E Mohammed Issa Ag Oumar racconta che nel suo villaggio, in Mali, un ragazzo – come era lui tanto tempo fa – non può decidere in autonomia cosa fare da adulto. Spetta al padre tracciargli il futuro. Così una sera, qualche tempo prima della fuga precipitosa, lui decide di sondare le decisioni del capo famiglia. In un linguaggio dove contano solo i gesti. Che vanno interpretati. E decide di lasciar fuori della sua abitazione, la chitarra. La sua chitarra. Anche quella, come le altre pochissime del villaggio, “inventata”, raccogliendo quel che c’era sulle strade polverose: con le corde fatte coi fili dei vecchi ciclomotori abbandonati. La lascia appena fuori della casa. Il padre, rientrando dal lavoro, non poteva evitarla. Aveva tre possibilità: buttarla via, ignorarla o riportarla dentro. La riportò in casa. Era il “via libera” a Mohamed Issa perché potesse fare il musicista. E lo ha fatto. Continua a farlo. Anche – ma non solo – in quell’accampamento nel deserto mauritano.

 

Musica dunque. Musica in quel campo profughi, otto chilometri quadrati, una città nel nulla. Ed è lì che in qualche modo è nato l’album (le cui royalties saranno devolute ad INTERSOS). Tutto nasce da un’idea di un musicista italiano, Khalab: dj, sperimentatore, pochi anni fa ha costruito un album attorno alle registrazioni del museo della cultura africana di Bruxelles, un “elettro sciamano”, come l’ha definito la critica estera, definizione che a lui non piace moltissimo; al secolo Raffaele Costantino. È lui che ha raccolto il racconto di Mohammed Issa Ag Oumar. Khalab, allora. Che nel sud est della Mauritania ci è andato. E lì ha incontrato e costruito quest’album. Ci è andato d’intesa e d’accordo con INTERSOS, l’organizzazione che ha lavorato nel grande campo fino al 2018.

 

Già ma com’è M’berra? Cos’è M’berra? “Lontano da qualsiasi cosa che io potessi aver visto fino ad allora. Ci siamo arrivati prendendo un piccolo aereo da Nouakchott, con alcuni membri dello staff di INTERSOS. Poi dopo qualche ora, siamo arrivati. Resti senza fiato”. Si resta stupefatti – continua Raffaele Costantino – perché si atterra su una pista nel deserto, costruita semplicemente su sabbia battuta. Si resta senza fiato perché dall’alto – “dopo ore nelle quali dai finestrini dell’areo si vedeva solo deserto” – si intravede una distesa enorme di tende. Le tende che i tuareg si sono portati nelle tante, infinite fughe dal loro paese, dal Nord del loro paese, il Mali. Alcune coloratissime, “dall’alto sembrano macchie di vernice”. Altre più povere. Disperate.

 

E dal “basso”, invece, com’è M’berra? “Una città, una strana città, con la sua vita ormai consolidata, con le sue regole”. Perché a M’berra c’è il mercato, il bazar, ci sono le piccole e microscopiche attività commerciali. Gli angusti spazi degli artigiani, dove si ricicla tutto. Ci sono le scuole. A pochi chilometri, il compound delle organizzazioni umanitarie. E lì hanno dormito per quelle notti Raffaele Costantino, assieme allo staff di INTERSOS, ad un suo collaboratore ed al fotografo francese Jean-Marc Caimi (che ha curato un booklet dal campo, che sarà allegato all’album in vinile). “Sì, ma non pensare che dormire lì sia stato chissà quale privilegio. Quando siamo arrivati, la prima sera, subito un responsabile di INTERSOS – lasciamelo dire: tutte persone straordinarie – ci ha detto: se ti senti mordicchiare i piedi, sono i topi, non ti devi preoccupare. Se ti senti pizzicare, allora sì: vuol dire che è stato un serpente”.

 

Passata la prima notte, è cominciato l’incontro con la comunità, con Amano Ag Issa, con Mohamed Issa Ag Oumar, da sempre impegnati nel gruppo dei Tartit, e con tanti altri musicisti della comunità. Una grande assemblea, tutti seduti, disposti in cerchio. Grazie ai mediatori “ci si è capiti abbastanza presto”. Non immediatamente, ovvio. “E non sarebbe stato possibile visto che in quella situazione vedevano arrivare tre bianchi, vestiti strani a parlare di musica”. Poi, si sono “capiti”. Sono riusciti a spiegare il loro progetto. Già ma di che si tratta? Magari un nuovo episodio di contaminazione fra ritmi occidentali e cadenze desertiche? Qui, Raffaele Costantino fa una pausa, che sembra molto lunga rispetto al suo incedere nel parlare. Come se queste domande glie le avessero rivolte centomila volte, domande probabilmente sbagliate.  “No – riprende – nulla a che fare con la contaminazione, con la retorica della contaminazione”.

 

Sia chiaro: non si tratta solo di sfuggire al mainstream, ai beat africani da Spotify, alle tendenze imperanti nella musica di facile ascolto. Nulla a che vedere, insomma, su quei due bonghi aggiunti sopra un tappeto di musica bianca. “Vedi, lì a M’berra ma anche prima al museo di Bruxelles, io mi consideravo soprattutto un ricercatore”. Uno studioso che cerca, che scava. Andando a ritroso. Per confermare che un po’ tutto – dal jazz al pop, dal funky al rhythm and blues – viene da lì, dalle culture africane. E per scoprire, per esempio, “quella linea che unisce la techno ad alcune sonorità congolesi”. O scoprire quanto sia attuale – e citato più o meno consapevolmente – il jazz etiope. È andato a studiare, è andato a registrare con un’attrezzatura “da campo”: un microfono e poco altro. Tracce dalle quali hai poi tratto una sintesi? Anche qui, un’altra pausa. Un’altra di “quelle pause” da domanda sbagliata. “No, non tento nessuna sintesi. Non è quello, non cerco, non abbiamo cercato di mettere una cosa vicino all’altra, provando a immaginare un linguaggio unificante. L’idea era un’altra”. Quale? “Immagina quelle identità musicali che in quei giorni a M’berra si sono trovate riunite in cerchio. Bene, il progetto era esattamente quello di conoscerle, coglierle, valorizzarle ma al tempo stesso di scomporle, decodificarle. Smantellarle”. Per poi, farne qualcosa di profondamente diverso. Non solo, insomma, citare il tehardent, quello strumento simile al liuto, o l’imzad a corda singola. Non solo cogliere “le sfumature di blues che in Mali hanno una storia lunghissima”. Ma farne pezzi di una costruzione originale. In una prospettiva sperimentale. Nuova. Sicuramente mai ascoltata.

 

E vale la pena allora tornare alla definizione di Khalab, utilizzata da un critico all’epoca dei suoi primi lavori: un “afro-futurista”. Che studia le origini ma prova a disegnare la musica di domani. Definizione, questa, che un po’ lo intriga. Tutto questo conta, tutto questo è nell’album. Ma c’è anche, lo si diceva, tanto altro. “C’è il racconto che mi ha fatto un altro musicista. Costretto a scappare di corsa con la sorella dal suo villaggio, mentre gli spari si facevano sempre più vicini. Capace a cinque anni di prendere al volo la chitarra, un giocattolo per lui. Aveva cinque anni. Ora ne ha venticinque. Indietro non ci è mai tornato e sa – sa drammaticamente – che non ci tornerà”.

 

E allora, al di là del lavoro, che cosa ti sei portato dietro da M’berra? “È difficile spiegarlo con le parole”. Proviamo. “Ho visto una comunità, una grande comunità, la cui storia è una tragedia, ho visto persone costrette a mille difficoltà al giorno. Problemi enormi, quotidiani. Capaci però di preservare una profonda essenza umana, ti dico di più: capaci, in quella situazione, di preservare la bellezza. Capaci di preservare cultura e musica. Capaci di instaurare un rapporto strano e affascinante con la natura. E allora ti accorgi, meglio: ti riaccorgi…”. Di che cosa? “Del privilegio, del privilegio di chi ha avuto in sorte di nascere in questa parte del mondo. E ti senti inadeguato. Tanto inadeguato”.

 

 

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Flavia Melillo
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