Al taglio dei fondi internazionali per l’assistenza, si aggiunge il peso della guerra in Ucraina ad aggravare la crisi alimentare nel Paese dove più della metà della popolazione ha bisogno degli aiuti umanitari

 

 

L’allarme riguarda il mondo. Senza tanti giri di parole, l’ultimo rapporto del World Food Program e della Fao – reso pubblico pochi giorni fa – dice che la crisi alimentare si sta aggravando – drammaticamente – quasi ovunque, dall’Afghanistan allo Yemen, passando per molti Paesi africani. E andrà peggio: perché le conseguenze portate dalla guerra in Ucraina si sommeranno alla devastazione ambientale e il quadro si aggraverà nella seconda metà dell’anno. Al punto che 750mila persone sono classificate come “IPC5”. Un acronimo – Integrated food security Phase Classification – che è il metro di misura internazionale per valutare le crisi alimentari. Il quinto livello è il più alto: è la carestia, la morte per fame.

 

Sono tanti i Paesi analizzati nel voluminoso dossier. Ma il Paese che è citato più spesso è il Sud Sudan. “E non può che essere così”, dice Stefano Antichi, capo missione INTERSOS nel Paese più giovane al mondo, vecchio di soli dieci anni, poco più, nato dopo una guerra infinita. E perché? La guerra in Ucraina, il blocco delle esportazioni del grano? “Non solo. La guerra pesa e peserà ma la spaventosa crisi alimentare qui in Sud Sudan dipende da tante altre cose, soprattutto dal pesantissimo taglio dei fondi per l’assistenza, dei fondi internazionali. Tagli pesanti, che erano stati in parte preannunciati. Ma i risultati per milioni di persone non cambiano”. Perché in Sud Sudan senza distribuzioni la gente non ce la fa. Più nel dettaglio: quasi cinque milioni di persone sono a forte rischio sussistenza. A questi si aggiungono quasi centomila che hanno superato la soglia dell’”IPC5”. Rischiano la vita. Non domani. Ora, adesso.

 

“Capisci bene – continua Stefano Antichi – che se quasi il 70 % di un Paese ha bisogno di sostegno quotidiano per mangiare, il taglio degli aiuti aggrava spaventosamente il quadro”. Certo la riduzione dei fondi era nell’aria. Perché dopo la faticosa indipendenza dal Sudan – segnata da una guerra ad alta intensità – il Paese – ricchissimo di petrolio – è stato sostenuto dallo sforzo internazionale. Ma la condizione delle persone non è cambiata. È agli ultimi posti in tutte le classifiche: per l’assistenza, l’accesso all’acqua, l’istruzione. Subito dopo l’indipendenza è cominciato un conflitto interno, tra diversi gruppi, in particolare i dinka e i nuer, che è costata altre decine di migliaia di morti. E che non è mai finita. Così non è stata costruita un’infrastruttura sociale, non sono mai state costruite le scuole, gli ospedali.

 

“Siamo qui da sedici anni – riprende Antichi – e ormai abbiamo imparato come si fa”. Prendiamo ad esempio Bor, a soli 140 chilometri dalla capitale. “Certo, ora c’è una strada, ci hanno messo dieci anni per ultimarla. Ma lì ci siamo sempre arrivati”. Magari con viaggi che potevano durare settimane. “Ci siamo sempre andati per scavare i pozzi e per insegnare come scavare i pozzi. Per insegnare come si gestisce una risorsa indispensabile come l’acqua”. Acqua che è stata portata nelle scuole. “Sì – riprende Antichi – perché l’istruzione è un altro dei fronti sui quali siamo impegnati”. E anche solo far lavare le mani ai bambini, qui, è una conquista. Da difendere, visto che i tagli hanno colpito pure l’istruzione.

 

Si potrebbe continuare. Ma al di là dei singoli progetti – tanti, anche nelle aree isolate – conta la “filosofia” che accompagna la loro realizzazione. “Ti ripeto – prosegue Antichi – dipenderà dal fatto che siamo qui da tanto ma il rapporto con le comunità assistite è meraviglioso. Ci vedono solo e soltanto come chi vuole aiutarli”.

 

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