Cash assistance, quel supporto che aiuta a riprendersi la vita

Un fascio di banconote che passa di mano in mano, sullo sfondo di un villaggio del Sud Sudan. Una foto che potrebbe sorprendere chi non conosce i diversi aspetti dell’azione umanitaria. Ma che sta diventando sempre più comune nella realtà del nostro lavoro.

 

 

Sud Sudan. A porgere il denaro è un nostro operatore. A riceverlo ecco un’anziana signora disabile, una ragazzina di 14 anni rimasta orfana con i suoi quattro fratelli e sorelle più piccoli, una donna abbandonata dal marito. Persone vulnerabili, bisognose di aiuto immediato.

 

Mettere le persone che assistiamo nella condizione di attuare le scelte necessarie a migliorare la propria condizione. È questo il senso e l’obiettivo degli interventi di cash assistance (questo il termine tecnico presente nei nostri programmi) che INTERSOS realizza in diverse aree del mondo. “Il principio alla base della cash assistance è il rispetto – spiega la nostra Protection Advisor Christina Nisha. “Rispetto per delle persone che sono sicuramente in grado, se messe nelle condizioni per farlo, di prendersi cura di sé stesse, scegliendo in libertà a quale bisogno dare la priorità”.

 

È una questione di empowerment, altra parola inglese di difficile traduzione, che significa potenziare, o, ancora meglio, “stimolare l’auto affermazione degli individui”, “dare la possibilità di fare qualcosa”. L’esatto opposto dell’assistenzialismo passivo.  Per questo la cash assistance è sempre più spesso preferita rispetto ad altre forme di intervento. Una cosa è ricevere una razione di cibo (soluzione ancora praticata quando non ci sono alternative), un’altra è scegliere da sé cosa coltivare, allevare o comprare al mercato locale (aspetto, questo, molto importante, sia perché rappresenta un sostegno all’economia in contesti di crisi, sia perché, nel caso di sfollati e rifugiati, favorisce l’accettazione da parte della comunità ospitante). La libertà di scelta restituisce dignità alla persona agli occhi dei famigliari e della comunità.

 

Ecco allora la signora disabile di cui osservavamo la foto, madre di sei figli. Con il supporto ricevuto, ha migliorato la sua abitazione (un tukul, la tradizionale capanna di paglia e argilla), aggiungendo teli di plastica per isolarla dalle intemperie; ha comprato coperte, vestiti e scarpe per tutta la famiglia; ha cancellato ogni debito; e ha lasciato una piccola cifra da parte, per i bisogni futuri. Ed ecco la ragazzina di 14 anni: oltre a soddisfare i bisogni più immediati per sé e per i quattro fratellini rimasti senza genitori, con il supporto di INTERSOS, hanno tutti potuto intraprendere un percorso di sostegno psicologico e studi primari.

 

Il trasferimento diretto di denaro è solo una delle forme di cash assistance, sicuramente la più semplice. Ma si stanno diffondendo sistemi più sofisticati, come la distribuzione di voucher (anche elettronici) spendibili per accedere ad un paniere predeterminato di servizi (incluso l’accesso ai servizi sanitari) in accordo con le banche locali.

 

In molti, quando raccontiamo gli interventi di cash assistance, ci chiedono come ci assicuriamo che il denaro ricevuto non sia utilizzato in forme improprie: “Ogni intervento presuppone un percorso che va dall’individuazione dei beneficiari più vulnerabili, alla presa di coscienza dei bisogni, fino al monitoraggio dei risultati ottenuti – sottolinea Christina Nisha. “I casi di uso improprio dei fondi sono abbastanza rari. Al contrario, osserviamo come le persone usino i soldi ricevuti per soddisfare bisogni reali e primari: accesso al cibo, salute e istruzione sono, nell’ordine, le richieste più frequenti”.

 

Il ricorso a progetti di cash assistance può intervenire in momenti diversi dell’azione umanitaria. Ad esempio, nel caso dell’intervento che INTERSOS ha attuato in seguito all’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha devastato Beirut, il supporto economico si è sviluppato in due fasi: nella prima come emergency cash, sostegno immediato alle persone più bisognose per rispondere alle più immediate urgenze, cibo e salute in primis; nella seconda, come sostegno alla riabilitazione degli edifici danneggiati, secondo una progettazione condivisa, per favorire il ritorno alla normalità.

 

Tutto questo cambia il lavoro di operatori e operatrici umanitari: “La cash assistance non è un settore specifico di intervento – chiarisce ancora Christina Nisha – ma un approccio, parte di un mondo umanitario che sempre più richiede la gestione di professionisti formati dal punto di vista tecnico in diversi settori, portatori di competenze manageriali, capaci nel monitoraggio di budget complessi e delle risorse umane e allo stesso tempo fortemente ancorati a quei principi umanitari che sono il cuore del nostro lavoro”.

 

 

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Flavia Melillo
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