Camerun, storie di donne al fianco di altre donne

Aiutarle. Provare ad aiutarle e cambiare anche se stesse. In un paese, il Camerun, dove l’8 marzo fa registrare le stesse, identiche “emergenze” di sempre, di tutti gli altri giorni. Emergenze, al plurale. In quella terra – più nel dettaglio: nel Nord di quella terra – che un anno fa ospitava quasi due milioni e mezzo di rifugiati. Provenienti dai paesi confinanti, provenienti da altre zone del paese, dove più acuta è l’insicurezza, dove più pesante è la crisi alimentare. Emergenze sulle quali troppo poco si accendono i riflettori. Emergenze, ancora, dentro le quali ne “vive” un’altra, se possibile ancora più drammatica: quella della condizione delle donne.

“Lavorare con queste donne è una sfida. Una sfida che si rinnova ogni giorno, ogni ora”. A parlare così è Larissa Reine, assistente agronoma, nel progetto OFDA, un progetto che punta a creare le condizioni di sicurezza alimentare nel dipartimento di Logone e Chari, nell’estremo nord del paese.

Perché sfida? Perché ci sono bisogni immediati, spaventosamente urgenti, com’è facile immaginare. “Ma anche perché il nostro obiettivo è ancora più ambizioso: spingere queste donne che hanno perso tutto, che spesso hanno perso anche la dignità, a ritrovare la fiducia in se stesse”.

E come si fa? La signora Balinga, responsabile del Centro Informazioni InterSos nel Dipartimento di Mayo-Tsanaga (anche questo nel Nord del paese) spiega con molta calma quale sia questa parte dell’attività. Lo spiega con parole semplici: “Attraverso discussioni. Parlando, parlando della loro vita”, Di più: “Ascoltando le loro testimonianze, riuscendo in molti casi a condividere con altre donne i loro racconti. Da lì si parte – lasciamelo dire – per cominciare a ricostruire la propria femminilità. Che per molte di loro è andata perduta. E tutto questo è tanta parte nella costruzione di una comunità che a sua volta è indispensabile per costruire, immaginare progetti futuri”.

Contatto quotidiano, vicinanza, dunque. “Sì – stavolta a parlare è Mosella Makamguem Kamgang, che gestisce un centro di transito (che dal marzo di due anni fa, lavora con InterSos) – Ovviamente forniamo supporto per tutti i bisogni di base: abbigliamento, cibo, acqua. Ma ci impegniamo molto anche nei focus group dove le donne trovano il coraggio di parlare dei loro problemi, anche quelli legali o, amministrativi”.

In queste occasioni, le operatrici le incoraggiano a denunciare tutte le violazioni, le violenze che subiscono o che hanno dovuto subire. Le incoraggiano a rivendicare i loro diritti. Supportati, in questo, anche dall’apparato statale, dal ministero degli Affari Esteri.
I loro diritti, uniti ai diritti dei loro figli. “Spieghiamo loro con pazienza quanto sia importante, decisivo mandarli a scuola”. Provano, provano fra mille difficoltà a cambiare la loro vita.

Difficoltà che sono di ogni genere. Anche questo si può facilmente immaginare. “Vedi – aggiunge Massienno Anila, anche lei assistente agronoma al progetto Ofda, a Mokolo – io vengo dall’estremo Nord del mio paese. E so bene cosa significhi l’emarginazione delle donne e delle bambine. So bene cosa significhi essere messe ai margini della società. Ecco cosa proviamo a fare. Attraverso il nostro progetto incoraggiamo le donne ad investire nei raccolti, spiegando loro come fare, spiegando loro l’importanza della collaborazione. Innanzitutto fra donne. Spiegando loro che il reciproco incoraggiamento a volte è lo strumento più potente di fronte alle difficoltà”.

E ancora, prosegue Massienno Anila: “Spieghiamo loro che è possibile, anche qui ed ora, migliorare la propria condizione di vita. A partire dalla nutrizione. Spieghiamo che è possibile migliorare la condizione di vita dei loro figli con una dieta equilibrata, che faccia leva sui cibi locali”.
Progetti, dunque. Ben sapendo – e qui riprende Larissa Reine – “che il confronto quotidiano con le donne fa anche nascere quotidianamente nuovi bisogni. E noi non abbiamo la soluzione ad ogni nuovo problema. Per questo nella nostra azione è imprescindibile la collaborazione ed il supporto che riceviamo da vari organismi internazionali come l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), la Direzione Generale della Commissione Europea per gli Aiuti Umanitari (ECHO) e l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR)”.

Si potrebbe continuare a lungo a raccontare cosa siano e cosa stiano facendo i vari gruppi InterSos, dislocati capillarmente nei dipartimenti del Nord del Camerun. Ma l’8 marzo è anche la giornata delle operatrici umanitarie, le donne che nei centri di assistenza passano le loro giornate, la loro vita. Che lì ci lavorano e operano. E cosa ha significato per le operatrici umanitarie entrare in rapporto con quelle donne, con le loro sofferenze, con le loro speranze? “Può sembrarti strano – risponde Larissa Reine – ma provare a fornire aiuto a queste donne mi dà una gioia enorme, mi riempie. Ogni giorno mi stimola sempre di più, ogni giorno provo a dare il meglio di me stessa”.

La signora Balinga è ancora più netta: “Lavorare con queste donne mi dà coraggio ogni giorno anche per affrontare la mia vita. Sì, credo sia un privilegio lottare per una causa nobile, per realizzare l’ideale di un mondo in cui la donna goda di tutti i suoi diritti, abbia accesso a tutti i servizi sociali. Un mondo, insomma, senza violenza e senza discriminazioni”.
Anche la vita di Mosella Makamguem Kamgang è cambiata. E tanto. “E’ difficile trovare le parole giuste ma sento che il mio lavoro ha un senso. Per affermare i diritti di queste donne, delle donne del Mayo Sava, per rivendicare i diritti di tutte le donne. In Africa e nel mondo”.

Battaglia per la quale c’è ancora molto, tanto, tantissimo da fare. “Questa esperienza – conclude Massienno Anila – mi ha resa ancora più forte nella convinzione che la battaglia di genere deve diventare il centro della mia vita. So che è difficile ma il rapporto quotidiano con queste donne mi dà l’entusiasmo per andare avanti”.

Martina Martelloni
Martina Martelloni

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