Ucraina, la testimonianza di Giulia Spini dal campo | INTERSOS

Dall’inizio della guerra la nostra operatrice è in Ucraina per coordinare i progetti di INTERSOS. “Quello che mi ha colpito di più è la resilienza delle persone sfollate”

Giulia Spini, operatrice INTERSOS

E’ giovane, non ha ancora 30 anni, ma ha già fatto esperienze importanti, come in Nigeria, Sud Sudan e Afghanistan. La nostra operatrice Giulia Spini adesso è in Ucraina, arrivata all’inizio della guerra come coordinatrice dei progetti di INTERSOS.

A quattro mesi circa dall’inizio delle attività, Giulia racconta la sua esperienza sul campo e come sia cambiata la vita della popolazione locale in questi ultimi mesi di emergenza.

Oltre ai progetti in corso a Leopoli e Odessa, INTERSOS assiste le persone sfollate nella zona centrale e medio-orientale dell’Ucraina, tra Vinnytsia e Poltava. Qui Giulia gestisce gli interventi di prima emergenza per le persone sfollate  e coordina lo staff locale durante la distribuzione dei beni di prima necessità e nelle attività di primo supporto sociale e psicologico.

Lo scoppio della guerra in Ucraina ha richiesto un intervento repentino alle organizzazioni umanitarie. INTERSOS si è subito mobilitata per portare soccorso alle persone in fuga dalle aree bombardate. “Fin da subito -racconta Giulia Spini- mi ha colpito la resilienza di questo popolo. È facile immedesimarsi e pensare che ognuno di noi potrebbe trovarsi in una situazione simile. La compostezza e la dignità con cui queste persone stanno affrontando tutto questo dovrebbero essere una lezione di vita per tutti”.

Durante la prima fase dell’emergenza -racconta ancora Giulia- la risposta umanitaria è stata gestita egregiamente dalle autorità e dai volontari locali. Si è instaurata a livello locale una catena di aiuti che è stata di grande ispirazione per gli operatori umanitari”. “Adesso -continua Giulia- la nostra sfida è quella di attivare interventi per supportare i sistemi locali garantendo efficienza a lungo termine e allo stesso tempo evitando sostituirci ad essi”.

Il quadro di grande insicurezza rende naturalmente difficile la gestione degli interventi. “Ci troviamo costantemente davanti all’impossibilità di prevedere ciò che potrà succedere. Per questo motivo è importante essere pronti a gestire delle situazioni di emergenza in breve tempo e ad essere flessibili”, spiega la coordinatrice dei progetti.

Naturalmente in questo contesto le condizioni psicologiche degli sfollati mutano con il passare del tempo e si alternano tra la popolazione sentimenti contrastanti: “alcune persone -racconta Giulia- continuano a nutrire un sentimento di incertezza e di precarietà ancora più intenso. Altre invece, si stanno adattando alla situazione”. “Ed è in questo stato di incertezza -osserva la nostra operatrice- che stupisce come essi siano legati da un forte senso di comunità e di supporto reciproco, nonostante provengano da diverse parti del Paese”.

In situazioni del genere, anche la salute mentale è un tema fondamentale: l’ emergenza impatta in maniera significativa sulla comunità che si trova spaesata e si pone delle domande. Per questo motivo anche il superamento di questo stato di malessere psichico è una delle sfide più difficili da affrontare nel lungo periodo. “Spesso le persone cercano delle risposte riguardo alla propria condizione, alcuni chiedono quando potranno tornare a casa. A soffrire di più di questa incertezza sono sicuramente gli anziani che non avrebbero voluto lasciare le proprie case. Per loro, rispetto ai giovani, è molto più difficile adattarsi ed è particolarmente problematica la permanenza nei centri temporanei di accoglienza”, spiega Giulia.

Volendo fare un breve bilancio di come sta evolvendo la situazione dall’inizio del progetto ad adesso -spiega Giulia infine- è difficile dire come potrà migliorare la condizione della comunità. Ciò che è certo -afferma- è che la nuova quotidianità sta avendo un peso rilevante sulla stabilità emotiva degli sfollati”.

 

 

 

 

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Flavia Melillo
Flavia Melillo

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