Povertà, conflitti e violenza di genere: la crisi protratta del Sud Sudan

Una crisi protratta, questo è il Sud Sudan.
Il più giovane paese al mondo vive dal 2013 nell’incertezza del futuro. Dopo aver ottenuto l’indipendenza e la secessione dal Sudan nel 2011 come ultimo risultato di un conflitto durato circa 50 anni, da quell instabilità ne è derivata una fuga di persone e un crescente bisogno di aiuto umanitario. Una polarizzazione di un conflitto dalle origini etniche che negli anni ha prodotto quasi 2 milioni di sfollati.

“Da questo paese non ce ne siamo mai andati”, racconta Salvo Maraventano Vice Direttore Regionale Per l’Africa Centrale e dell’Est, “per noi restare era ed è tutt’ora doveroso”. Impossibile dare torto ad affermazioni simili, impossibile contraddire quando ancora oggi, secondo gli ultimi dati OCHA, circa 6 milioni di persone vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare.

Una povertà estrema quella della popolazione sud sudanese, nonostante risieda su una terra ricca di risorse naturali come il petrolio, una ricchezza a loro sconosciuta, a loro che vivono principalmente di agricoltura in territori desertici.
Il caos politico, sociale ed economico è il motore principale di conseguenze umanitarie devastanti come l’alta mortalità materno-infantile, l’analfabetismo, il reclutamento di bambini soldato ed una precaria situazione sanitaria e di protezione dei diritti delle persone.

Tentativi di risoluzione sono stati messi in atto nel corso del tempo, l’ultimo in ordine cronologico è avvenuto nel mese di febbraio 2020 quando è stato raggiunto un importante accordo tra le fazioni politiche contrastanti: l’alleanza dei movimenti di opposizione nel Sud Sudan chiamata SSOMA (South Sudan Opposition Movements Alliance) e il R-TGoNU (Revitalized Transitional Government of National Unity).

Entrambi gli schieramenti si sono impegnati ad avviare una politica di dialogo costruttivo per raggiungere la pace nel paese. “Questo nuovo tentativo di porre fine alle ostilità potrebbe comportare il ritorno in patria dei milioni di rifugiati presenti nei paesi al confine, come l’Etiopia”, sostiene Salvo, “in passato i nostri operatori sul campo avevano avviato un progetto di monitoraggio dei confini proprio per garantire il rispetto dei diritti fondamentali ed essere preparati a sostenere un eventuale ritorno”.
Capire l’entità di questo fenomeno di migrazione è determinante per considerare le possibili conseguenze su una popolazione già allo stremo delle forze.

Comprendere i mutamenti in atto nelle zone di confine significa valutare le possibili conseguenze sulla già complessa crisi umanitaria: “Se si considera la gravità dei bisogni nelle aree urbane, risulta facile comprendere la situazione estrema nelle aree periferiche e rurali, luoghi molto spesso difficilmente raggiungibili”.

INTERSOS è presente in Sud Sudan dal 2006 con programmi di protezione di genere, istruzione primaria e secondaria, reinserimento dei bambini nel sistema scolastico nelle aree colpite dal conflitto interno del 2013 come Upper Nile, Lakes, Unity e Central Equatoria.
Tra i progetti con un decisivo impatto sulla condizione di vita delle persone, ci sono le attività svolte con grande attenzione alla riduzione dei rischi derivanti dalla violenza di genere, attraverso un grande lavoro di condivisione e collaborazione con la comunità stessa.
“Lavoriamo per rafforzare la coesistenza pacifica e la coesione sociale tra gli sfollati e con le comunità di accoglienza coinvolti nei conflitti che coinvolgono le comunità ospitanti di Akobo e Lankien, zone altamente militarizzate dove l’uso della violenza fisica è comune”, racconta Salvo, “qui, soprattutto ad Akobo, è costante la minaccia di atti di violazioni dei diritti umani”.

L’insicurezza alimentare e la povertà sono i principali fattori trainanti della violenza di genere, ad esserne principali vittime sono le donne e i minori. Numerosi i casi di matrimoni precoci e infantili forzati. A causa della povertà i genitori spesso costringono le loro figlie al matrimonio. Questo scenario è fortemente agevolato dalla mancanza di un sistema educativo efficace e radicato, che possa coinvolgere le ragazze nelle attività scolastiche, farle studiare, formarle per renderle libere da un sistema ricattatorio, in cui il proprio corpo e la propria esistenza vengono barattati per la possibilità di sopravvivere.
In Sud Sudan la difficoltà di accedere ad uno stato di diritto in grado di sanzionare gli abusi, il forte stigma sociale per chi ha subito la violenza sessuale, la disuguaglianza nell’accesso all’istruzione e alle risorse finanziarie tra donne e uomini, ha cementificato uno squilibrio sistematico di potere e responsabilità a tutti i livelli sociali.

I numeri sono specchio di solitudine e sofferenza umana; secondo le missioni di monitoraggio sulla protezione risalenti al 2019, un totale di 158 casi di GBV (violenza di genere) sono stati identificati e registrati sia in Akobo che in Lankien tra gennaio e settembre 2019.

Almeno il 90% dei casi è costituito da violenza fisica o sessuale.
Gli abusi e le molestie, fino ad arrivare a casi di stupro, il più delle volte non vengono denunciati per paura di ritorsioni nella comunità di riferimento.

La violenza fisica è d’altronde rappresentazione di una cultura fondata su un forte patriarcato all’interno dell’ambiente domestico, con ruoli di genere drasticamente squilibrati, dove le donne subiscono, ne sono le vittime silenti.
Questo silenzio si tramuta spesso in tendenze suicide e condizioni psicologiche critiche per la salute mentale.

“Peculiarità della nostra missione in Sud Sudan è il coinvolgimento delle comunità, dei beneficiari”, dice Salvo nel motivare una presenza costante nonostante l’aggravarsi del conflitto interno, delle rivalità, l’acutizzarsi delle violenze e il perpetuarsi delle violazioni dei diritti umani che hanno consegnato un’immagine del giovane paese di grande instabilità e insicurezza.
Nonostante questo scenario radicato nel tempo, INTERSOS non ha mai abbandonato il territorio, ogni progetto umanitario è stato portato avanti negli anni, spesso come unica organizzazione umanitaria presente sul posto.

“A Yei, zona al confine con la Repubblica Democratica del Congo afflitta da un complesso conflitto intracomunitario, INTERSOS è stata operativa sul territorio per dare assistenza ai civili”, racconta Salvo, “Abbiamo distribuito beni di prima necessità in sinergia con le piccole associazioni locali, gli aiuti umanitari erano ridotti, noi, invece, c’eravamo. Questa è da sempre la nostra priorità: esserci”.

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Martina Martelloni
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