Occupazioni abitative, a Roma una rete di sostegno contro il COVID-19

Il team mobile di INTERSOS, supportato da UNICEF, racconta il suo incontro con una famiglia positiva al COVID-19 in un edificio occupato della Capitale.

 

 

Siamo in un’occupazione nella zona est di Roma, che ospita circa 500 persone provenienti dall’Africa orientale, occidentale e mediterranea, italiani, est europei e sudamericani, principalmente da Ecuador, Perù, Colombia, Venezuela e Cuba. Per le occupazioni che seguiamo i mesi autunnali sono stati difficili: dopo aver superato indenni la prima ondata, si sono iniziati a registrare i primi casi di COVID-19 tra gli ospiti della struttura, e un sentimento di paura, ansia e incertezza aleggiava nella comunità. Nonostante questo, però, la comunità non si è fatta trovare impreparata.

 

Grazie alle attività di formazione sulle misure di prevenzione e di gestione dei casi positivi svolte dal team nei mesi precedenti, le persone sapevano come comportarsi e si sono organizzate molto velocemente, stabilendo turni per la pulizia e la disinfezione delle stanze, strutturando delle procedure operative e stratificando il rischio, arrivando addirittura a creare un’ala della struttura dedicata all’isolamento delle persone positive, con dei moduli abitativi costruiti  “per tenere al sicuro la comunità, ma anche per non lasciare che la solitudine prenda il sopravvento tra le persone isolate”, ci hanno poi raccontato i promotori di salute.

 

L’intera comunità ha “curato” i positivi fornendo supporto, cibo, lavanderia e tutto l’appoggio possibile ai bambini. 

 

La storia della famiglia di Josy

 

Incontriamo per la prima volta Josehaly, ormai Josy per tutti, e i suoi tre figli Patricia, Daniel e Alexis, a ottobre, durante una visita del nostro team.

 

Patricia, la maggiore dei figli di Josy, è la prima della famiglia a risultare positiva e a essere trasferita nell’ala per l’isolamento. Ben presto la seguiranno anche gli altri membri della famiglia, quasi tutti. Al momento del contagio, infatti, il papà si trova fuori Roma per un lavoro e si ritroverà separato dalla sua famiglia per oltre un mese, senza poter tornare a casa. “Ci salutavamo attraverso il vetro della finestra, è stato molto triste”, ci racconta Josy durante una delle nostre ultime visite per distribuire i kit igienici creati per rispondere ai bisogni di igiene personale e della casa e per la decompressione emotiva dei bambini. Ora, mentre ripercorriamo quei mesi Josy è tranquilla, ma si intuisce ancora quanto è stato duro quel periodo: la preoccupazione per una malattia imprevedibile, per il marito lontano, per i suoi due figli più piccoli, per la sua vita messa in pausa per un tempo indefinito. “Vi chiamavo 100 volte al giorno”, ricorda ora scherzandoci su, “è che era difficile non sapere quando sarei potuta uscire, perché per me ogni giorno in più in isolamento erano soldi che non guadagnavo”.

 

La vita comunitaria durante una pandemia può rappresentare un grosso rischio per le persone. Se però si interviene sui punti di forza della comunità, come la conoscenza reciproca, l’auto mutuo aiuto, la vita comunitaria e la solidarietà che questa modalità abitativa porta necessariamente con sé, lavorando sulla diffusione di informazioni corrette, è possibile creare una vera e propria rete di salvataggio.

 

È questo il risultato del lavoro congiunto di UNICEF e INTERSOS negli ultimi mesi nelle occupazioni, ottenuto lavorando con le comunità, preparandole, informandole e responsabilizzandole, garantendo però sempre la nostra presenza costante e facendo da “ponte” con le autorità sanitarie competenti. I risultati sono stati superiori alle aspettative. “Quando è arrivato il COVID-19 nell’occupazione ho pensato: è finita, si diffonderà in tutto l’edificio” ci dice Josy poco prima di salutarci, “abbiamo i bagni in comune qui e solo su questo piano vivono sei famiglie, non pensavo fosse possibile evitare i contagi. Invece abbiamo avuto pochissimi casi e questo lo dobbiamo soprattutto al supporto ricevuto in questo percorso”. I contagi sono stati contenuti e le persone ne sono uscite più forti, più consapevoli del valore della loro comunità. Josy può ricominciare a fare progetti, vuole avviare un’attività di catering, e poi chissà…

 

In questa occupazione il team di INTERSOS, supportato da UNICEF, opera dal 2017 con attività psicosociali volte ad accrescere le competenze personali e all’identificazione di specifiche vulnerabilità e conseguente invio ai servizi. Da marzo 2020, il team effettua visite mediche di prevenzione del COVID-19, con attività di sensibilizzazione sulle misure di prevenzione e contenimento del rischio. Il team inoltre distribuisce kit igienico-sanitari e facilita l’accesso alle attività di supporto psicosociale a nuclei, donne sole, donne con bambini nonché ai servizi di prevenzione e risposta alla violenza di genere (sportello psicologico, rete antitratta, centri antiviolenza e altri servizi a seconda dei casi).

 

Il team ha inoltre formato all’interno della comunità dei “promotori di salute”, che hanno il compito di coordinamento con le autorità sanitarie per la gestione di casi sospetti di COVID-19 e di diffondere informazioni e pratiche di prevenzione all’interno della struttura. Da giugno 2020, l’intervento è finanziato dal programma “Rafforzamento Salute per minori migranti e rifugiati” di UNICEF e della Direzione Generale Salute dell’Unione Europea, volto a garantire assistenza sanitaria di qualità e informazioni adeguate a minori migranti e rifugiati e alle loro famiglie.

 

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Flavia Melillo
Flavia Melillo

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