Il momento dello scatto: la bambina con il vestito blu

La storia di un ritratto. Una fotografia simbolo della crisi umanitaria a Banki, tra sofferenza, dignità e voglia di riscatto.

La bambina con il vestito blu mi osserva senza dire niente, il sorriso leggero disegnato sulle labbra. Le gocce lasciano scie sul volto, ma lei è imperturbabile. Mi colpisce la sua posizione eretta, le braccia che scendono con armonica simmetria da entrambi i lati del corpo. Non si scompone neanche quando la corrente comincia a portare i cadaveri dei topi affogati che galleggiano un po’ qua un po’ là.

Siamo a Banki, Nord-Est della Nigeria, vicino al confine con il Camerun, raggiungibile soltanto con un elicottero delle Nazione Unite. Ciò che resta della città dopo la ritirata di Boko Haram dalla zona sono macerie e sofferenza.

Gli operatori d’INTERSOS con cui sto viaggiando hanno finito da poco la distribuzione di cibo quando inizia a piovere. Una pioggia intensa e impietosa che annega in pochi minuti le strade di fango, che scende e scende come se non volesse smettere più.

Decido che devo mostrare cosa sta succedendo, che la situazione del campo deve essere documentata da vicino, dall’interno, non da lontano. Quindi, acqua alle ginocchia, mi muovo per ripercorrere il giro che ho fatto poche ore prima, quando le strade erano ancora asciutte.

A seguirmi ci sono ancora tanti bambini, curiosi, sorridenti. Ma si vede come in molti cominciano a sentire il freddo. Alcuni sono vestiti a malapena con una maglietta strappata, niente pantaloni, niente scarpe. La profondità dell’acqua varia, dalle caviglie alle ginocchia, e il suo colore marrone scuro mi fa sentire immerso in un gigantesco caffellatte. Mi giro un paio di volte e vedo, dietro di me, in mezzo alla folla dei bambini, questa ragazza vestita di blu, il foulard multicolore sul capo, la collanina di piccole pietre rosse al collo.

Volevo fotografare una persona per far vedere il livello dell’acqua e ho pensato che dovesse essere lei. Ho sentito il bisogno di “raccontarla”. Raccontare a chiunque veda questa fotografia la sua dignità, la sua fierezza di piccola “guerriera” che probabilmente, così piccola, si è già trovata ad affrontare cose che noi neanche possiamo immaginare.

Le chiedo di passare di fronte a me e lei lo fa molto volentieri. Avrei voluto farle un ritratto in cui lei, sola nell’inquadratura, guardasse l’obiettivo, nello stesso modo in cui mi stava osservando. Ma farle una foto da sola è impossibile: anche le sue amiche vogliono essere nello scatto, una di loro è particolarmente infreddolita.

La bambina in blu è diventata per me la rappresentazione tangibile di questa popolazione che lotta, resiste, sopravvive e non molla. Una popolazione che non merita di essere lasciata da sola, che non dev’essere dimenticata. Mi auguro questo scatto possa aiutare altre persone a provare l’emozione che io ho vissuto incontrandola.

Guillermo Luna, fotografo

Mariangela
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