Nell’insediamento informale di Borgo Mezzanone si vive in baracche di lamiera, senza acqua corrente, rete elettrica e servizi essenziali. In questo limbo ci sono migliaia di braccianti agricoli che piegano la schiena ogni giorno nei campi senza alcuna tutela, invisibili a un sistema che sfrutta il loro lavoro ma ne ignora i diritti. Qui, dove lo scarso accesso alle cure trasforma anche una banale infezione in un rischio cronico, le cliniche mobili di INTERSOS entrano ogni giorno portando non solo farmaci, ma dignità, ascolto e protezione per uomini e donne che lo Stato ha deciso di non vedere.
COS’È BORGO MEZZANONE
A Nord della Puglia, nelle campagne tra Foggia e Manfredonia, c’è un luogo che nessuno vede. È l’insediamento informale di Borgo Mezzanone, uno dei più grandi “ghetti” d’Europa.
Questo villaggio sorge esattamente nell’area di un ex aeroporto militare dove, nel 2005, è sorto un centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA). Fuori dal perimetro del Centro si è formato nel tempo un enorme insediamento informale costituito da baracche di legno, plastica, lamiera e piccole costruzioni di mattoni.
Durante la stagione estiva, l’insediamento conta circa 3.500 abitanti, per la maggior parte braccianti agricoli stranieri che raggiungono la Puglia per la raccolta del pomodoro. Ma anche d’inverno sono tanti quelli che ci restano, più di un migliaio, nonostante le condizioni di vita siano estremamente precarie: manca acqua potabile, elettricità, fognature, servizi essenziali.
L’insediamento di Borgo Mezzanone è persone, animali, case e negozi, container per l’acqua, rifiuti non smaltiti, macchine, biciclette e motorini, strade e baracche. Non è un luogo statico, bensì un luogo in continua trasformazione. Le persone vanno e vengono, seguendo per lo più la stagionalità del lavoro. Alcuni restano, e per loro Borgo Mezzanone diventa casa.
Operatrice INTERSOS a Foggia
L’insediamento di Borgo Mezzanone rappresenta un microcosmo complesso, in cui coesistono da un lato dinamiche di forte solidarietà comunitaria e, dall’altra, fenomeni di criminalità, uso di sostanze e gravi problematiche di salute mentale, spesso correlate alla condizione di isolamento e marginalità estrema.
Nonostante questa “città non città” sia qui da più di vent’anni, non sono in tanti a conoscerla. E chi ne ha sentito parlare, lo ha fatto quando è arrivata alle cronache per lo più per gli incidenti e gli incendi delle baracche costati anche la vita a chi ci abitava.
“Quando ci arrivi per la prima volta, vedi un posto dove non credi possa esistere dignità. Poi vedi le persone: uomini e donne che tornano stanchi e sporchi dal lavoro, che scambiano tra loro chiacchiere e risate. Giri tra le baracche e trovi la dignità di questa gente che ha costruito qui la propria casa nonostante le scarse condizioni igieniche e i soli materiali di scarto a disposizione”.
Operatrice sociale di INTERSOS – Foggia
IL CONTESTO DELLA CAPITANATA
La provincia di Foggia, detta Capitanata, è uno dei distretti agricoli più importanti d’Europa, ma rappresenta anche l’epicentro di un sistema di sfruttamento del lavoro bracciantile profondamente radicato. In quest’area, l’economia agricola dipende in larga misura da una forza lavoro straniera “invisibile”, spesso esposta al fenomeno del caporalato. La criminalità organizzata locale esercita un controllo pervasivo sul territorio, influenzando l’accesso ai beni di prima necessità e ai trasporti.
Le persone migranti che lavorano come braccianti agricoli o operai e operaie nelle fabbriche di confezionamento dei prodotti agricoli sono molto spesso persone che vivono una forte esclusione sociale, che sperimentano discriminazione razziale e che si confrontano quotidianamente con barriere di accesso ai servizi territoriali di base. In tale contesto, anche trovare un’abitazione nei centri urbani diventa estremamente complesso. Per questo, nel corso del tempo, nelle vicinanze delle zone agricole si sono sviluppati insediamenti abitativi non formali e non regolamentati.
I BISOGNI
Nell’insediamento informale di Borgo Mezzanone le condizioni abitative sono estremamente precarie: mancano sistemi fognari, idrici, elettrici e un adeguato sistema di gestione dei rifiuti. Tutti fattori, questi, che determinano un ambiente ad alto rischio per la salute.
Questo insediamento, come anche gli altri più piccoli presenti in quest’area, è caratterizzato da un marcato isolamento geografico: i centri abitati sono distanti per chi non ha mezzi propri e non ci sono trasporti pubblici. Si determina, dunque, una grande distanza, non solo fisica ma anche simbolica, tra chi vive nel “ghetto”, le comunità locali e i servizi territoriali.
In uno studio condotto nel 2025 in collaborazione con l’Università di Maastricht, INTERSOS ha rilevato che l’81% degli intervistati non aveva accesso ad acqua potabile; il 75% riportava indicatori di povertà estrema; il 66% dichiarava di aver vissuto almeno un episodio di discriminazione e/o stigma; inoltre, il 96% affermava di non disporre di risorse economiche sufficienti a coprire i bisogni di base. In questo contesto si riscontrano diffusi indicatori di sofferenza e disagio psichico, spesso associati a problematiche di dipendenza da sostanze stupefacenti in crescente aumento.
All’interno dell’insediamento è presente anche una significativa componente femminile -10% circa della popolazione- in prevalenza di origine nigeriana, esposta a fenomeni di sfruttamento sessuale, tratta e abusi.
I dati disponibili evidenziano come le principali criticità relative alla popolazione femminile siano legate alle difficoltà di accesso e fruizione dei servizi sanitari territoriali (medici di medicina generale, consultori, ospedali), a fattori culturali, linguistici e comunicativi, nonché a ostacoli di tipo organizzativo.
La natura multidimensionale della violenza, della discriminazione e dello sfruttamento sperimentati dalle donne, sia all’interno sia all’esterno degli insediamenti, le rende particolarmente diffidenti e difficilmente intercettabili dai servizi.
LA MANCANZA DI ACCESSO ALLA SALUTE
L’isolamento sociale, le condizioni di incertezza giuridica, insieme alle barriere linguistico-culturali e ai percorsi burocratici complessi e lenti, creano, per gli abitanti dell’insediamento, enormi ostacoli nell’accesso ai servizi sanitari.
Questo, sommato alle precarie condizioni abitative e lavorative, compromette gravemente la salute persone. Tra loro si contano infatti numerosi casi di patologie croniche (ipertensione, malattie cardiovascolari, diabete), traumi (ferite da taglio e da impatto) e malattie infettive (epatite B, HIV, tubercolosi), oltre a patologie legate alla salute mentale.
Le persone che intercettiamo presentano condizioni di pluri-vulnerabilità che si manifestano in modo interconnesso e aggravano la complessità degli interventi: precarietà economica, abitativa, legale e sanitaria si intrecciano, producendo quadri clinico-sociali di difficile gestione.
Operatore sanitario INTERSOS
COSA FA INTERSOS?
Dal 2018 INTERSOS opera nell’insediamento informale di Borgo Mezzanone e in altri insediamenti più piccoli della provincia di Foggia attraverso attività di tipo socio-sanitario, impiegando principalmente cliniche mobili e un team multidisciplinare. Le attività, che si svolgono in collaborazione con le strutture locali del Servizio Sanitario Regionale, includono: visite mediche, orientamenti e invii ai servizi socio-sanitari territoriali, campagne di sensibilizzazione e promozione della salute, screening per infezioni sessualmente trasmissibili, percorsi di presa in carico personalizzati e multidisciplinari, mediazione linguistico-culturale.
Per portare ogni giorno la nostra assistenza agli abitanti degli insediamenti informali, utilizziamo un camper attrezzato come clinica mobile in modo da garantire alle persone un accesso gratuito, continuativo e a bassa soglia ai servizi sanitari di base. Lo staff delle cliniche mobili è composto da una persona responsabile dell’équipe, da una mediatrice e da un mediatore linguistico-culturale, da un medico, un’infermiera e un’operatrice sociosanitaria. All’interno del mezzo, le visite vengono svolte in uno spazio appositamente organizzato per assicurare privacy, riservatezza e adeguate condizioni igienico-sanitarie.
1.130
persone raggiunte dai nostri servizi nel 2025
90.2%
di queste erano uomini
9.8%
di queste erano donne
804
persone hanno ricevuto assistenza medica
Foto di Mirja Vogel
La clinica mobile rappresenta il fulcro dell’intervento sul territorio: consente di intercettare precocemente i bisogni legati alla salute, prevenire l’aggravarsi delle patologie e orientare le persone verso i servizi sanitari pubblici quando necessario, favorendo percorsi di presa in carico e continuità assistenziale.
“Noi da qui non li vediamo mentre lavorano, ma li incontriamo a fine giornata, al rientro, dopo le lunghe giornate di lavoro nei campi, mentre camminano in fila lungo il percorso sterrato che dalla strada statale porta all’insediamento”, racconta lo staff della clinica mobile. “Alcuni arrivano in macchina, altri vengono fatti scendere al volo da furgoni bianchi che poi corrono via. Spesso passano da noi in clinica mobile, ancora con indosso gli impermeabili e gli stivali di gomma, le divise da lavoro. Hanno ferite aperte causate dagli attrezzi di lavoro, occhi gonfi e lacrimanti a causa di una qualche allergia stagionale o dolori diffusi al corpo, alla schiena, alle gambe. Se non ci fossimo noi lì, a due passi da casa, pochi di loro si rivolgerebbero al medico o andrebbero in ospedale a farsi medicare le ferite, piuttosto cercherebbero di tamponare i danni con qualche metodo casalingo. La clinica mobile in questi casi rappresenta la maniera più rapida per ottenere un sollievo”





