La storia di Ghali, bracciante nel Foggiano per finire gli studi

La festa dei lavoratori si avvicina. Con questa che è la storia di tanti, ricordiamo lo sfruttamento lavorativo di migliaia di braccianti agricoli

 

 

Dal Ghana all’Italia ci sono circa 6mila chilometri di strada da percorrere, acque del Mar Mediterraneo comprese. Ghali se li è fatti tutti quei chilometri, un po’ camminando, un po’ chiedendo passaggi in auto già colme di persone che, come lui, fuggivano da realtà incerte e senza prospettive. Verso la fine del viaggio, poi, l’ultimo tratto è la consueta traversata del mare. Dalla Libia alla Sicilia, su barche o gommoni che spesso non arrivano a destinazione né tornano indietro.

 

Ghali ha 22 anni e il suo approdo in Italia risale al 2016. Dice che il suo è stato un lungo vagare, fortemente sofferto e volutamente intrapreso dopo la morte del padre. Ha deciso di raggiungere l’Europa per iniziare un percorso di studi, cosa che ha iniziato a fare nella città laziale di Cassino: un corso di ingegneria meccanica frequentato durante l’autunno e l’inverno. Poi, con l’arrivo della primavera, è Palmori (in provincia di Foggia) a fargli da casa, un piccolo comune circondato da ettari ed ettari di campi agricoli, quelli dove si reca ogni giorno per lavorare come bracciante e pagarsi gli studi per la restante parte dell’anno. Lui, come altre centinaia di persone, vive in casolari abbandonati, insediamenti informali che negli anni hanno preso le sembianze di “ghetti” nascosti agli occhi della comunità circostante, fuori dal flusso quotidiano, dalle attività cittadine e da ogni tipo di risposta sociale, a partire dall’assistenza sanitaria.

 

INTERSOS e l’intervento a Capitanata

 

Palmori rientra in un’area di grande concentramento di bracciantato della regione Puglia, tra la provincia di Foggia, Lucera e San Severo. Un territorio di circa 60 chilometri dove ogni giorno si muovono operatori e operatrici di INTERSOS, 6 giorni su 7, con due unità mediche mobili e un’automobile, tra i diversi insediamenti informali del territorio della Capitanata. Sono migliaia i migranti che da maggio a settembre raggiungono questa parte d’Italia, 2.050 di loro sono concentrati solo nei due insediamenti più grandi della zona: l’ex pista aeroportuale di Borgo Mezzanone e il Gran Ghetto.

 

1000 euro al mese, più o meno riesco a racimolare 1000 euro al mese”, racconta Ghali con alle spalle una distesa dal colore giallo oro del grano bruciato dal sole, “1000 euro sì, ma solo se lavoro tutti i giorni e per più di otto ore. Mi sveglio prima dell’alba, inizio il lavoro che ancora non è pieno giorno e continuo così, fino a sera tardi, dormo poche ore perché ho bisogno di lavorare più tempo possibile”.

 

Negli insediamenti informali della Capitanata in cui INTERSOS lavora dal 2018, emerge una forte connessione tra lo stato di salute e le dinamiche di oppressione e sfruttamento a cui le persone devono far fronte. La salute, o l’assenza di essa, costituisce un perno centrale al quale si sono aggiunte precarietà o sfruttamento lavorativo, assenza di documenti, condizioni abitative indegne, la mancanza di una rete di supporto e, di conseguenza, una sensazione diffusa di non poter modificare le proprie condizioni di vita.

 

Il fallimento della regolarizzazione

 

Faccio parte di quella grande massa di persone, di braccianti, che ha creduto all’idea della regolarizzazione. Ci ho creduto e sperato ma da quello che vedo sono davvero pochi quelli che sono riusciti ad accedervi”, così Ghali commenta quella che nell’estate dello scorso anno doveva rappresentare una possibilità di riscatto ed emersione dal lavoro nero per migliaia di persone. La Regolarizzazione, l’art. 103 del Decreto legge 19 maggio 2020, n. 34, aveva come obiettivo la contrattualizzazione di persone vittime di un sistema ricattatorio e di sfruttamento lavorativo nei campi. Ad oggi, possiamo dire che il tentativo è andato fallito.

 

Il numero di persone che realmente ha potuto avere accesso alla domanda e avviare il percorso di regolarizzazione risulta essere molto basso; 200 mila le domande presentate di cui solo il 5% andato a buon fine come segnalato dalla Campagna ERO STRANIERO. A rendere farraginoso e ostico il percorso burocratico, sono i tanti ritardi accumulati che rendono il quadro generale estremamente preoccupante e incerto per tutti coloro che hanno avviato la procedura dai mesi estivi del 2020.

 

La mia domanda è: quale datore di lavoro intende regolarizzare ed investire su un bracciante come me? Qui noi siamo solo braccia. Nessuno darebbe soldi per regolarizzarci, è più comodo e facile tenerci fuori, invisibili, esclusi e pagati in nero”. Ghali parla della Regolarizzazione come di un sogno andato in frantumi: “Tanti di noi vorrebbero regolarizzarsi, avere un contratto, un’assistenza sanitaria, diritti. Ma è tutto così complesso che diventa inaccessibile. Il datore di lavoro non farà mai nulla che non gli conviene e con noi guadagna di più tenendoci nell’ombra”.

 

Il Primo Maggio è la festa dei lavoratori e delle lavoratrici, Ghali la trascorrerà a Palmori in veste di bracciante: “Resterò qui fino a settembre, poi tornerò a scuola, da maggio a settembre sono bracciante, poi torno studente. Mi piacerebbe studiare ancora, mi piacerebbe fare giurisprudenza, diventare avvocato e difendere le persone indifese che spesso non hanno diritti e non vengono viste da nessuno. Come noi qui, persone senza diritti che seminano e raccolgono verdura e frutta per chi invece i suoi diritti ce li ha e riesce a farli rispettare. Nessuno mi ha obbligato a fare quello che faccio, è una mia scelta, una scelta forzata dalle mie condizioni di vita, dal nulla che mi circonda, dalla voglia di costruirmi un futuro qui, a 6mila chilometri dal mio Paese”.

 

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Flavia Melillo
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