Programma Italia: la strategia di INTERSOS per creare integrazione

Chi “vive” le emergenze è abituato a cambiare progetti in quattro e quattr’otto. È il lavoro – missione? lavoro? fa lo stesso, non esiste una parola che li sommi insieme – degli operatori umanitari. L’imprevisto non si può programmare, per definizione. Insomma, per farla breve, lo staff di INTERSOS è abituato a cambiare rapidamente il tipo di intervento. Stavolta però è diverso: il centro servizi di Torre Spaccata – gestito appunto da INTERSOS – ha dovuto mutare la propria funzione, i propri obiettivi. Il proprio ruolo. E non per un cataclisma inatteso. Semplicemente per una decisione politica. Una decisione sbagliata, come oggi dicono in tanti.

 

Stefano Bocconetti intervista Cesare Fermi, responsabile dei programmi sulla migrazione di INTERSOS.

 

Con una premessa che fa subito Cesare: “Chi come noi per lavoro ha contatti internazionali sa che fino a poco tempo fa il sistema di accoglienza italiano, pur con tutti i suoi limiti, era fra i migliori in Europa. Un sistema diffuso, che certo scontava i tentativi di inserimento del malaffare, ma quelli ci sono in ogni parte del mondo. Nonostante questo, però era un sistema ragionevole, che provava a superare le ovvie difficoltà che qualsiasi migrazione incontra nel rapporto coi residenti. Ma anche su questo, sui tentativi di integrazione fra migranti e residenti, potevamo registrare gli esperimenti più avanzati”.

Poi?
“Poi, l’anno scorso, l’intervento legislativo ha di fatto smantellato tutto quel sistema”.

I cosiddetti decreti sicurezza?
“Sì”.

E cos’è cambiato? Cos’è cambiato a Torre Spaccata?
“Come sai, lì, in una delle periferie della capitale, abbiamo riqualificato una scuola di formazione professionale che era chiusa e abbandonata da tempo. E abbiamo creato una struttura per offrire prima accoglienza e protezione ai minori soli in transito che arrivavano a Roma. Molti dei quali, anche questo è noto, non volevano restare in Italia ma proseguire per altri paesi europei. Abbiamo lavorato insieme alle strutture pubbliche, agli uffici comunali preposti a questi obiettivi, d’intesa con le altre associazioni che lavorano nel territorio”.

Questo fino a ieri. Ora?
“Poi, in un paese – lo voglio sottolineare per l’ennesima volta: in un paese che dati alla mano non conosceva l’emergenza – le norme hanno di fatto smobilitato il sistema di accoglienza esistente. E ci siamo trovati a far fronte ad un nuovo problema: minori stranieri e neo maggiorenni sbattuti in mezzo a una strada. Spesso completamente soli”.

Quindi di questo vi occupate?
“Sì. Insieme ad altre cose. A donne che spesso hanno figli, anche loro trovatesi da un momento all’altra in mezzo ad una strada. Così come ci occupiamo dei cosiddetti “dublinati”: persone che pure erano riuscite a raggiungere altri paesi europei ma sono state rispedite indietro. Senza contare…”

Senza contare cosa?
“Che la nostra struttura a Torre Spaccata è inserita in un quartiere dove sono tanti i disagi. Anche dal punto di vista sanitario, nel senso che molti non hanno la possibilità né l’occasione di entrare in contatto col servizio di assistenza pubblico. E noi offriamo uno sportello per aiutare chiunque. In sintonia con la filosofia che ispira da sempre INTERSOS”.

Spiegati meglio.
“Vedi, in qualunque parte del mondo noi interveniamo, sia si tratti di sostenere popolazioni afflitte da guerre, da cataclismi, da qualsiasi emergenza; in qualsiasi parte del mondo, dicevo, interveniamo innanzitutto stabilendo un rapporto – un rapporto intenso – con le comunità locali. Anche nei paesi mediorientali nei quali siamo intervenuti e che magari devono far fronte ad ondate di centinaia di migliaia di profughi, per prima cosa entriamo in rapporto con la comunità che dovrebbe accoglierli. Per provare ad evitare contrasti, crisi, guerre fra poveri. Lavoriamo sul territorio, avendo bene in mente le esigenze di tutti. E provando a dare una risposta alle esigenze di tutti. Ti posso assicurare che questo è anche il metodo che adottiamo a Torre Spaccata. Dove appunto – e ti do una notizia – fra pochissimo il nostro centro resterà aperto ventiquattro ore su ventiquattro”.

Torre Spaccata, quindi. E che altro?
“Sempre a Roma, si sa, abbiamo aperto un altro centro, quasi dalla parte opposta, ad Ottavia, sulla Trionfale”.

Stessi obiettivi?
“Qui, abbiamo in mente anche qualcos’altro. Pure in questo caso faccio una piccola premessa: in questi ultimi anni abbiamo profuso molte energie nel progetto PartecipAzione, il programma di empowerment delle associazioni di rifugiati sostenuto da UNHCR. Progetti, tanti progetti sparsi ovunque in Italia, per far crescere la capacità di auto organizzarsi, anche e soprattutto dal punto di vista economico, da parte di gruppi di rifugiati. Ecco, il centro di Ottavia raccoglie quest’ispirazione: ci saranno corsi. Corsi di formazione professionale. Con un’ambizione in più: corsi per managerialità. Perché – se mi permetti l’espressione un po’ brutale – forse è il caso di mettere un punto all’idea che i migranti possano dar vita solo a cooperative artigianali per fare collanine e vestiti. Cose importanti, beninteso, ma forse è arrivato il momento anche di pensare ad altro. Dar loro gli strumenti per autorganizzarsi in un mercato economico complesso. Sì, perché no? – dar loro gli strumenti per fare impresa. Ovviamente – serve che te lo ripeta? – anche qui, tutte le attività saranno aperte al quartiere. D’intesa col quartiere”.

Autorganizzazione, dici. Tema che rimanda ad un’altra espressione: autorappresentazione. Domanda secca, allora, e magari poco diplomatica: ma avete in mente anche di diventare i portavoce, i rappresentanti dei rifugiati?
“Tutt’altro. E per risponderti ti parlo di Foggia, di quei veri e propri ghetti, come quello di Mezzanone. Comunità di migranti dove lavoriamo, siamo presenti ogni giorno con due team, e lavorando, provando a lavorare d’intesa col sistema sanitario locale, diamo assistenza. Con un obiettivo sempre in mente: creare un’advocacy dal basso”.

Significa?
“Che proviamo a stimolare, a far crescere la rappresentanza, l’autorappresentanza dei migranti. Perché siano loro a partecipare agli incontri con le istituzioni, all’organizzazione dei servizi nei campi dove vivono. Con un problema in più, però…”

Sarebbe?
“Non ha molto senso parlarne e risponderti in poche righe: si andrebbe molto lontano. Su un tema credo poco interessante. Ma ti posso assicurare che tanti problemi arrivano anche da chi si arroga il diritto di parlare, addirittura di trattare, a nome dei migranti, arrogandosi un ruolo di tutela che spesso non va nella direzione della piena integrazione. Ma comunque, con la pazienza e la disponibilità che sono la nostra cifra, supereremo anche questo problema. L’importante è che chi ha bisogno abbia quel di cui ha bisogno. Non ci interessa altro”.

 

Foto UNICEF

Flavia Melillo
Flavia Melillo

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