Prevenzione: tra le rovine di Boko Haram per salvare donne e bambini

Le donne incinte siedono strette l’una all’altra, coprendo l’intero pavimento della stanza. Avvolte nella penombra in abiti coloratissimi, salmodiano insieme una canzone. La cantilena – un trucco mnemonico molto usato nel sistema scolastico locale – le aiuta a ricordare alcune fondamentali regole d’igiene e nutrizione, necessarie a proteggere la loro vita e quella del loro bambino. Hyela, la nostra ostetrica, spiega alle ragazze che, durante la gravidanza, non devono mai dimenticare di nutrire sé stesse e la vita che sta crescendo dentro di loro, consumando almeno tre pasti al giorno e uno snack, mangiando molta frutta e bevendo tanto per non deidratarsi.

Dopo la sessione di gruppo, le future mamme passano a uno screening medico altrettanto vitale: visita ginecologica con palpazione, misurazione della pressione ed esame dell’emoglobina per capire se la gravidanza sta procedendo senza problemi; diagnosi rapida della malaria in caso di sintomi sospetti. E vaccinazioni salvavita, in particolare la vaccinazione antitetanica: il tetano neonatale è infatti una delle prime cause di morte dei neonati nei parti domestici a causa dell’uso di strumenti non sterili per il taglio del cordone ombelicale.

Siamo a Bama, nello Stato del Borno, vasta regione semi-desertica nel nord est della Nigeria, un tempo importante centro commerciale sulla strada tra la capitale Maiduguri e il confine con il Camerun, oggi città di rovine, sfollati, sofferenza, ancora circondata dai fantasmi della guerra e raggiungibile in sicurezza dagli operatori umanitari solo in elicottero.

Anche in una situazione di emergenza come quello in cui ci troviamo – in un territorio devastato dal lungo conflitto con il gruppo armato Boko Haram – anche fra queste rovine di case e ospedali abbandonati, c’è un filo rosso che unisce tutti i nostri interventi: quello che collega l’urgenza di curare con la necessità di prevenire. E per favorire la prevenzione, diffondere educazione alla salute e condividere responsabilità nelle comunità in cui operiamo.

La sfida che abbiamo di fronte è enorme: nello stato del Borno 1549 donne su 100mila perdono la vita per complicazioni legate alla gravidanza o al parto, una strage quotidiana, mentre in Italia, per fare un confronto, sono 4 su 100mila, casi rarissimi, legati a situazione estreme.

Qui a Bama, come nelle altre località accessibili lungo le principali vie di collegamento tra Nigeria e Camerun, città dove in questo momento si raccolgono decine o centinaia di migliaia di persone tra popolazione residente e sfollati, l’accesso alle cure mediche è garantito esclusivamente dalla presenza delle organizzazioni umanitarie come INTERSOS che hanno preso in carico, riabilitato o costruito ex novo le infrastrutture mediche, riavviando i servizi di base.

In questo momento il programma di Salute Primaria di INTERSOS in Nigeria serve oltre 100mila persone, che altrimenti non avrebbero accesso a nessun tipo di assistenza medica. I nostri centri ospitano ogni settimana circa 2mila visite mediche, con un focus speciale dedicato alla Salute Riproduttiva e alla Salute Materno – Infantile.

L’aiuto diretto è fondamentale, ma altrettanto importante è coinvolgere la comunità in cui ci troviamo creando le basi per rendere il nostro intervento sostenibile anche nel medio e lungo periodo, con l’obiettivo finale, al termine dell’emergenza, di garantire la massima indipendenza e autosufficienza degli attori locali.

Per questo in Nigeria non portiamo solo i nostri medici internazionali, ma attraverso di essi formiamo, e sensibilizziamo ai principi umanitari, una nuova generazione di medici locali. Per questo una parte consistente dei nostri progetti e del nostro tempo è dedicato alla mobilitazione e all’educazione delle persone e dei gruppi. Ad esempio, ogni giorno, oltre 2mila bambini ricevono un’alimentazione adeguata grazie a un programma di mutua assistenza tra donne, per non lasciare nessuna mamma in difficoltà da sola. Così come, ogni giorno, i nostri community mobilizer, persone comuni che hanno partecipato ai nostri training, partono dai nostri centri per diffondere informazioni fondamentali sul diritto alla salute e le corrette pratiche sanitarie.

La strada è ancora lunga. “La maggioranza delle donne nel villaggio partorisce a casa. Arrivano in ospedale solo in casi di emergenze avanzate – mi spiega Amina, una gentilissima e ben istruita ragazza di 22 anni che lavora come assistente nel centro medico di Gajiganna, un grande villaggio a est di Maiduguri – Colpa delle usanze tradizionali, della sicurezza instabile, della distanza dei centri di salute primaria che spesso coprono aree vastissime e non sono aperti 24 ore, ma anche dei costi della salute pubblica, inaccessibili per chi vive di agricoltura e pastorizia di pura auto-sussistenza. Il mio lavoro è dire alle persone ‘Venite in ospedale. Le medicine sono gratis. E se restate a casa i vostri bambini rischierebbero di morire’. Penso che, da questo punto di vista, il ruolo delle ONG sia davvero fondamentale”.

Sono parte integrante dei programmi di prevenzione anche i programmi di igiene e accesso all’acqua pulita, attraverso la costruzione di pozzi, latrine e fontane (se ne trovano vicino a tutti i nostri centri), così come il programma Breast Feeding Safe Space, che offre alle neo-mamme la possibilità di allattare in un luogo protetto, ricevendo preziosi consigli dal nostro personale.

Per noi di INTERSOS, l’attenzione alle comunità locali deve sempre rappresentare uno dei pilastri di ogni intervento umanitario: affrontare l’emergenza oggi, ma sempre con lo sguardo rivolto al futuro, facendo sentire le persone che assistiamo non solo beneficiari ma protagonisti attivi della risposta alla crisi, per favorire la ricostruzione.

Giovanni Visone
Giovanni Visone
Responsabile Comunicazione, INTERSOS

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