Nigeria, il COVID-19 spaventa uno dei paesi più contagiati del continente

Il primo caso di coronavirus registrato in Nigeria è avvenuto il 28 febbraio, diverse settimane prima che l’epidemia diventasse ufficialmente una pandemia, come dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità; un virus dalle fattezze mondiali.

 

Da quel giorno, nel paese africano dalle enormi complessità interne e con una popolazione in accelerata crescita demografica, i casi positivi sono diventati centinaia e, in conseguenza, anche le vittime sono aumentate.

 

Nello Stato del Borno, dove INTERSOS opera dal 2016 per assistere migliaia di sfollati in fuga dalle violenze, riflesso dei conflitti interni tra esercito nazionale e gruppi armati come Boko Haram, la paura che il virus possa diffondersi tra una popolazione già fortemente vulnerabile è di crescente dimensione. Lo stesso timore affligge gli stati di Adamawa e Yobe, anch’essi colpiti da anni di lotte intrinseche, territori costellati da campi di accoglienza e insediamenti informali.

 

In un paese in cui il sistema sanitario si presenta fragile, se non addirittura inefficace, dove l’alto tasso di natalità ha portato negli anni ad un saturo concentramento di popolazione nei centri urbani, il COVID-19 spaventa inesorabilmente. La possibilità di avere accesso all’acqua potabile è pressoché fortuita così come le condizioni igienico-sanitarie, quasi inesistenti su tutto il territorio. Questo è lo scenario che dovrebbe affrontare un eventuale escalation del coronavirus, un’emergenza umanitaria annunciata.

 

Con l’avanzare della pandemia l’intervento delle Ong diventa prioritario, soprattutto in aree come quella di Ngala, Maiduguri e Banki, tra le più esposte per via del rischio congestione della popolazione e parallela carenza di servizi. Qui gli operatori INTERSOS hanno avviato sin da subito attività di prevenzione e sensibilizzazione sulla pericolosità del COVID-19, attraverso il coordinamento di 15 campi profughi in cui vivono in totale circa 2 milioni di persone.

 

All’interno dei campi viene costantemente monitorata le salute delle persone più vulnerabili, degli anziani e di chi manifesta già patologie croniche. Questo intervento avviene grazie al miglioramento delle strutture, igienizzando i campi attraverso la disinfezione quotidiana, agevolando l’igiene personale con l’installazione di pompe e rubinetti in tutti i punti di accesso dei campi,  distribuendo sapone e sensibilizzando al rispetto delle misure preventive come il lavaggio frequente delle mani e il mantenimento delle distanze di sicurezza.

 

Nella località di Ngala (a 125 km da Maiduguri, a meno di 100 km dalla capitale del Ciad, N’Djameena, e al confine tra Nigeria e Camerun) che ospita due campi per un totale di quasi 60.000 persone, nonostante l’emergenza in corso con la diffusione del virus COVID-19, la sicurezza dei beneficiari e del personale stesso è tutt’oggi a rischio per via della ripresa degli attacchi improvvisi da parte di Boko Haram, una minaccia costante nel paese. L’ultimo attacco si è verificato nella notte tra il 6 e 7 aprile. Soltanto il rapido intervento delle forze governative ha evitato una strage interna.

 

Chi opera sul campo in un paese come la Nigeria porta sulle spalle le storie di chi vive in una sopravvivenza quotidiana, la somma delle sofferenze indotte dalle violenze viste e subite, dalla devastazione dei villaggi, dalla fatica del riuscire a rifornirsi di cibo e di cure mediche. Per queste stesse persone INTERSOS, dall’inizio dell’emergenza COVID-19, è scesa al fianco degli operatori sanitari locali supportando le strutture mediche di Magumeri General Hospital, Gajiganna, Dikwa, Ngala e Bama e gestendo il primo impianto di screening coronavirus a Banki, a rinforzo del lavoro dell’agenzia statale per la gestione delle emergenze in collaborazione con l’OMS ed UNICEF.

 

Con un’evoluzione drammatica del diffondersi del virus e con un aumento delle persone contagiate, i prossimi mesi si prospettano di una complessità imprevedibile. In Nigeria, anche stavolta, il lavoro dell’umanitario sarà sempre più determinante.

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Flavia Melillo
Flavia Melillo

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