Libano: le conseguenze nascoste della pandemia

L’impatto che il coronavirus ha avuto in questi mesi sulla vita delle persone non si misura solo con il numero di contagi. Basti pensare alle conseguenze economiche che milioni di famiglie si trovano ad affrontare, o alle diverse inchieste che, nel periodo della quarantena, hanno evidenziato un aumento della violenza di genere, o ai diversi impatti psicologici del lockdown, soprattutto per chi si è trovato a vivere ancora più solo.

 

Se tutto questo è vero in generale, lo è ancora di più per chi, vivendo in condizioni di esclusione sociale, ha visto accrescere la propria vulnerabilità. In Libano, ce lo conferma il monitoraggio avviato dal nostro team di protezione umanitaria per comprendere le conseguenze della pandemia sulle comunità di rifugiati siriani assistite da INTERSOS.

“Se in molti la paura di contrarre il virus è forte, altrettanto lo è spesso la preoccupazione per gli effetti secondari acuiti dall’emergenza sanitaria e per il loro impatto tangibile sulle condizioni di vita della propria famiglia – afferma Patricia Arou, Protection Coordinator di INTERSOS in Libano – Un dato che abbiamo visto crescere nel corso delle settimane, con l’aumento del timore per la riduzione del reddito famigliare e la difficoltà ad accedere a beni primari, incluso l’acquisto di cibo”.

In Libano, gli effetti della pandemia e del lockdown si sommano a quelli di una profonda crisi economico – finanziaria (combinato disposto del debito pubblico fuori controllo – a marzo il governo libanese, per la prima volta nella sua storia ha dichiarato il default – del collasso del sistema bancario, dell’inflazione alle stelle e della conseguente svalutazione della moneta), con pesanti ricadute sul sistema del lavoro e dell’impresa e sulla capacità di acquisto delle famiglie. L’aumento del costo della vita nel paese minaccia la sicurezza alimentare di milioni di persone.

Per questo pur in un Paese con un sistema sanitario migliore (ancorché con accesso limitato a causa dei costi) e con una capacità di test superiore a quella molti degli altri Paesi in cui INTERSOS opera, l’impatto dell’emergenza coronavirus è stato duro, soprattutto per il milione e mezzo di rifugiati che dall’inizio del conflitto in Siria ha cercato protezione nel piccolo stato limitrofo.

“Le tensioni tra comunità ospitante e rifugiati sono cresciute in questi mesi a causa dell’effetto combinato di crisi economica e quarantena – sottolinea Patricia Arou – Nella valle della Bekaa alcune municipalità hanno letteralmente isolato gli informal settlements (gli insediamenti provvisori informali in cui ancora vivono centinaia di migliaia di siriani) e limitato gli spostamenti, e con essi la possibilità accedere a servizi essenziali, come i servizi sanitari di base”.

Anche prima dello scoppio del COVID-19 e dell’impatto paralizzante del lockdown, il 73% dei rifugiati siriani viveva già sotto la soglia di povertà ed esprimeva preoccupazione per l’aumento dei prezzi, il debito delle famiglie, la perdita o l’incapacità di accedere alle opportunità di sostentamento, l’incapacità di pagare l’affitto e la paura dell’arresto e della deportazione.

Nel terzo monitoraggio condotto dal nostro team di protezione, tra la nona e la decima settimana dall’inizio del lockdown, il 75% dei rifugiati intervistati ha dichiarato di avere difficoltà a procurarsi il cibo necessario a causa della mancanza di denaro, il 77% di essere impossibilitati o sempre più in difficoltà nel pagare l’affitto, il 72% di aver sofferto delle limitazioni di movimento (l’estensione del coprifuoco, in alcuni casi limitato ai soli rifugiati siriani, è una decisione registrata dal 94% degli intervistati nelle prime 6 settimane e dall’81% tra la 9 e la 10ma), il 52% ha raccontato di aver perso il lavoro o altre forme di income famigliare, il 23% di non essersi potuto procurare medicine e cure mediche necessarie. Dati sostanzialmente costanti, o in crescita, dall’inizio della pandemia.

Difficoltà di procurarsi cibo (87%), sapone e altri articoli per l’igiene (53%), medicine (43%) sono anche le principali difficoltà riscontrate da chi vive in condizioni di maggiore vulnerabilità: anziani, disabili e persone con malattie croniche.

Per le donne aumenta il peso della cura famigliare: più lavori domestici (85%) abbinati alla ricerca di piccoli lavori integrativi del reddito famigliare (19%) e al sostegno all’educazione dei figli (15%), con il risultato di un diffuso aumento di sensazioni di stanchezza, ansia e stress.

L’aumento delle problematiche psicologiche riguarda quasi il 10% degli intervistati, con una prevalenza di sintomi moderati (ansia, inappetenza, insonnia) ma anche con una forte crescita di aggressività, rabbia e tensioni famigliari.

Le risposte individuali ai bisogni conducono spesso a nuove vulnerabilità. Il 69% delle famiglie ha contratto nuovi debiti, il 64% ha ridotto il consumo di cibo, il 19% ha interrotto cure mediche necessarie, incluso l’acquisto di medicinali. Dati che si riflettono nelle richieste di supporto alle organizzazioni umanitarie: Il 40% chiede assistenza per l’acquisto di cibo, il 41% chiede aiuto per pagare l’affitto.

L’accesso alle cure mediche rappresenta un caso particolare. Con la riapertura delle frontiere con la Siria, molti rifugiati avevano ricominciato a varcare il confine per accedere a cure mediche inaccessibili in Libano a causa dei costi del sistema sanitario privato. La chiusura delle frontiere a seguito della pandemia ha significato per molti l’interruzione di quelle cure.

In questo quadro, INTERSOS continua a garantire la presa in carico dei casi bisogno di assistenza continuativa, compresi quelli individuati grazie alle interviste telefoniche, la distribuzione di cash assistance alle famiglie più vulnerabili e di kit igienici.

“Con le attività di sensibilizzazione sul coronavirus siamo riusciti a raggiungere circa 60mila persone – conclude Patricia Arou – prendendone in carico 1400 tra cash assistance e gestione dei casi. Siamo inoltre parte del Team di risposta rapida (Emergency Response Team) per l’emergenza coronavirus. Anche in questa crisi, INTERSOS è in prima linea”.

 

 

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Flavia Melillo
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