Intervista a Carla, nostra volontaria del Comitato Milano

Carla Lotti, milanese di adozione ma nata a Mantova, è una professionista nota, stimata. Ricercata. Ora però la cominciano a conoscere – soprattutto a Milano – anche per il suo impegno nel campo della solidarietà. La cominciano a conoscere per il suo lavoro con INTERSOS. L’intervista di Stefano Bocconetti

 

Prima della chiacchierata al telefono – in tempi di lockdown non c’è alternativa – un ultimo sguardo alla sua pagina Linkedin. E’ vero che lì, su quelle pagine, ci si “auto-narra” ma la sua storia professionale non può lasciar dubbi. Manager, una manager passata per tante esperienze in grandi imprese multinazionali, esperta e responsabile di marketing. Quasi sempre in aziende cosmetiche, quelle che chiudono i bilanci con decine di zeri. Ma la sua scelta di essere attiva nel mondo della solidarietà non arriva per un episodio, per un’”illuminazione”, come vorrebbe tanta pubblicistica in questi casi. L’ha sempre accompagnata, almeno nelle intenzioni.

 

Ma andiamo con ordine. “Verso la fine degli anni ’80, lascio Mantova per andare a studiare a Padova: psicologia”. Si porta appresso il bagaglio comune a tanti ragazzi e ragazze dell’epoca: la voglia di indagare le ragioni dei comportamenti sociali. Quelli giudicati da tutti accettabili e normali, come quelli che la maggioranza considera devianti. E’ curiosa della psicologia, insomma. Pensa di occuparsi soprattutto dei problemi dei minori. “Anche se può sembrarti strano, però, a me l’ambiente universitario – e parlo proprio di quell’ambiente universitario padovano – ha pesato negativamente”.

 

In che senso? “Non so come poterlo spiegare esattamente; posso dirti solo che per me c’era troppa gente fuori di testa. Non mi piaceva, non mi piaceva cosa si diceva, come si studiava, come si stava insieme”. Non per questo ha lasciato psicologia ma ha scelto di concentrarsi – e laurearsi – in un settore preciso: la psicologia del lavoro. Materia propedeutica all’organizzazione del lavoro. “Erano gli anni nei quali sentivi parlare delle prime donne manager che erano riuscite ad affermarsi, la Belisario e poche altre. E per me che – non lo negherò mai – sono sempre stata un tantino ambiziosa, l’idea di poter crescere continuamente, l’idea di poter sfidare un mondo che probabilmente mi considerava estranea, mi ha sempre sollecitato”.

 

Comincia così il suo lungo percorso professionale. Non facile, soprattutto all’inizio. “Sì, ricordo quando cominciai a lavorare con un noto marchio di prodotti femminili. Mi dissero che avrei dovuto imparare tutte le professionalità richieste nel marketing in sei mesi. Altrimenti sarei dovuta andare a casa”. In ogni caso, quelle professionalità le ha conseguite subito, ha imparato a padroneggiare le ricerche di mercato. Ed un’altra cosa, fra le altre, ricorda bene dei suoi esordi: “Mi dissero che sarebbe stato meglio per me non restare incinta”. Da lì una carriera che le università private definirebbero “ricca di soddisfazioni”. Alle dipendenze di marchi famosissimi. Ne ha conosciute tante di aziende. Grandi e medie, multinazionali e italiane. “La mia esperienza mi porta a fare una distinzione”. Purtroppo a fare una distinzione, aggiunge: “le grandi multinazionali, che hanno bilanci superiori a quelli di alcuni Stati africani, hanno stili e comportamenti più rispettosi”.

 

Magari solo per ragione di immagine ma per Carla Lotti in qualche modo quei colossi fanno i conti con le sollecitazioni per ciò che riguarda l’ambiente, la parità di genere. “Nelle imprese italiane, invece – continua – c’è ancora tanto del vecchio padrùn, un po’ arrogante, un po’ chiuso”. La sua vita lavorativa scorre così, va avanti ma sempre accompagnata da un’attenzione verso chi ha bisogno. “Con mio marito qualche anno fa abbiamo pensato ad un impegno concreto verso i minori più sfortunati. Il progetto era quello di una piccola comunità che si occupasse di loro continuamente. Ma…”.

 

Ma cosa? “Non ha funzionato”. E perché? “Per una semplice verità: non sono un’educatrice. E quindi non poteva funzionare”. Qui Carla Lotti coglie un punto che tanti – anche chi scrive – ha spesso sottovalutato: che per fare solidarietà, solidarietà vera – “sul campo” – in molte occasione è necessaria competenza. Vera e propria professionalità. Alla fine, non molto tempo fa, Carla ha incontrato INTERSOS. La sua voglia di solidarietà ha incontrato INTERSOS. Un po’ per caso, un po’ per amicizie. “Sai, qui a Milano l’associazione lavora, lavora benissimo, con abnegazione ma non è conosciutissima. Meglio: non lo è ancora”, dice “tradendo” dimestichezza con le campagne di marketing.

 

Così, all’inizio di quest’anno, Carla Lotti ha avuto l’idea di organizzare una mostra. Una mostra fotografica per raccontare l’associazione. Mostra che avrebbe avuto prima una sede e poi avrebbe girato nei quartieri di Milano. Con incontri nelle biblioteche – era già pronto un calendario fittissimo -, con le istituzioni ma soprattutto con la gente. Con le persone. Poi la tragedia del Covid-19. L’epidemia, il blockdown. “E’ difficile reinventarsi tutto in quattro e quattr’otto. Ma forse queste giornate così difficili, così dure credo che abbiano fatto crescere il bisogno di solidarietà. Forse mi illudo ma mi sembra così”.

 

E allora via alla pagina Facebook tutta milanese, via alla creazione di una rete telematica cittadina. Per scambiarsi nomi, esperienze, disponibilità. Progetti futuri. Una struttura virtuale che magari potrà tornare utile fra poco, se e quando tutto questo finirà. Una comunità telematica che da qui a qualche tempo potrebbe tornare ad essere comunità reale. Che raccoglie fondi, che fa iniziative.

 

Resta solo un’ultima cosa da dire, una curiosità. Dica la verità: fra i suoi colleghi, uomini e donne che fanno il suo lavoro, fra i manager, insomma, ha trovato disponibilità verso questi temi? Curiosità? “Mi è difficile risponderti, non ha molto senso questo tipo di sondaggio, perché la risposta potrebbe variare da persona a persona. In linea di massima però ti direi di no. Non so neanche se chi fa la mia professione rientri in una categoria delimitata, però se esistesse e cercassi solidarietà non comincerei da lì. O forse andrò a caccia di smentite”. In ogni caso c’è tutto il resto della città da coinvolgere.

 

 

 

Flavia Melillo
Flavia Melillo

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