In Medio Oriente la nostra sfida è estendere la protezione

Il Medio Oriente per noi è una regione “tematica”, nel senso che il nostro impegno si è sviluppato per dare una risposta alla crisi siriana. Così Marcello Rossoni definisce l’area di cui è Direttore dallo scorso anno. Iraq, Libano e Giordania costituiscono, in termini di budget speso per i progetti umanitari, la regione più grande del Dipartimento Programmi di INTERSOS, con una presenza diffusa, quasi capillare, sul territorio dei diversi paesi in cui siamo presenti: in Libano e in Giordania nel Nord, nel Centro e nel Sud, mentre in Iraq abbiamo stabilito una presenza costante sia nel Kurdistan Iracheno che nell’Iraq Federale.

Com’è stato il 2018 per i nostri progetti nell’area?
Il grosso delle attività si è concentrato sull’assistenza ai soggetti più vulnerabili, sia tra coloro che hanno trovato asilo in Libano, in Giordania e nel Kurdistan Iracheno, sia tra gli sfollati interni nell’Iraq federale in seguito allo scontro con l’Isis. Molto è aumentato il coinvolgimento delle comunità ospitanti, in Iraq perché vulnerabili e coinvolte nel conflitto interno, in Libano e Giordania perché in crisi di lungo periodo come quelle legate al conflitto siriano – i primi sfollati sono arrivati nei due Paesi nel 2012 – è normale focalizzarsi anche su attività che favoriscano l’inserimento degli sfollati nel tessuto urbano, ma che allo stesso tempo creino dei servizi che non siano discriminatori nei confronti della comunità ospitante.

Scendendo più nel dettaglio, quali attività abbiamo messo in atto?
Anche nel 2018 INTERSOS è rimasta fedele al suo mandato e alla sue capacità principali, quindi preponderante è stata la componente di Protection nei tre Paesi, che vogliamo sviluppare ulteriormente, da un lato espandendo la risposta alle violenze di genere – già aperta ad uomini e ragazzi – anche alla comunità LGBTQ+, e dell’altro cercando di mettere in piedi un approccio integrato tra Health e Protection. Con questo intendo che se, ad esempio, una vittima si rivolge ad un ospedale per le conseguenze fisiche di una violenza subita, da lì, e dalla fiducia che si costruisce, bisogna partire per un approccio complessivo e per garantire uno spazio sicuro.
In oltre, in tutti e tre i Paesi siamo attivi nel settore dell’educazione sia formale che informale, mentre in Libano e Giordania siamo coinvolti nel settore W.A.S.H. (accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici), con un intervento a lungo termine, interessante in un’ottica di transizione da un fase di emergenza pura ad una fase di ricostruzione.

Mi hai già accennato i settori che vogliamo implementare, ma quali sono le sfide per il 2019?                                                                                        In Giordania e in Libano vogliamo riuscire a garantire la nostra capacità di continuare ad identificare gli enormi bisogni di protezione e i gap nella risposta e vogliamo continuare ad essere un attore che mantiene fede a quello che è il nostro credo, cioè la risposta in prima linea. Sono Paesi dove non è in atto un’emergenza umanitaria, ma in prima linea ci si sta anche quando si riesce a raggiungere gruppi che altri non vogliono o non riescono a raggiungere.

E per l’Iraq? Come possiamo incidere in un contesto potenzialmente instabile?
Per quello che riguarda l’Iraq, il rischio che da qui a tre o cinque anni la situazione possa ulteriormente deteriorarsi è assolutamente concreto. Le sfide qui sono mantenere di nuovo una posizione di attore di protezione forte, in un Paese in cui le difficoltà sono enormi e molteplici, e accrescere la nostra capacità di advocacy, per far si che le violazioni subite dai soggetti più vulnerabili vengano denunciate tempestivamente e venga data loro risposta.

Tu vivi ad Amman da tempo. Qual è per te il valore aggiunto di vivere sul campo?
Da quando ho intrapreso questa carriera nel 2005 svolgo le mie funzioni nelle missioni di cui sono stato capo progetto o capo missione a adesso direttore regionale. Con tutta l’importanza che il lavoro di sede svolge, disegnare riposte direttamente sul campo, tenendo in considerazione dalla fase zero alla fase di valutazione e di chiusura di un progetto i bisogni della comunità, le loro aspettative, i loro interessi e i loro approcci è cruciale per far si che la risposta sia il più possibile aderente ai bisogni e il più possibile rispettosa dei principi umanitari. Oltretutto, vivere in contesti culturali diversi e in crisi diverse, è per me professionalmente e umanamente impagabile.

Stefania Donaera
Stefania Donaera
Press Officer, INTERSOS

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