Il lockdown in Libano e le conseguenze sui rifugiati siriani nei campi

Se il lockdown imposto dalle autorità libanesi ha lo scopo di arginare la diffusione del COVID-19, per i rifugiati siriani, il blocco ai movimenti rischia di avere conseguenze terribili, rendendo molto difficile l’accesso ai servizi di base.

 

A livello nazionale è stato imposto un coprifuoco dalle 20 alle 5, ma secondo Human Rights Watch diversi comuni hanno attuato restrizioni specifiche per i rifugiati siriani che vivono nei campi, limitando così la possibilità di fare la spesa o andare in farmacia. In alcune aree è stato limitato anche l’accesso ai campi per gli operatori umanitari, limitando di fatto anche la possibilità di seguire e prendere in carico i casi più vulnerabili. Misure che hanno come obiettivo la prevenzione, ma che rischiano di rendere insostenibili le condizioni di vita di chi si trova in isolamento.

Il timore è che le persone che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità non trovino spazio di risposta ai loro bisogni, oppure che, in caso di sviluppo di sintomi, non cerchino l’aiuto e le cure che servono.

Le scuole sono chiuse, le attività “non essenziali” sono sospese e sospesa è anche quella che viene definita “educazione non formale”, inclusi i programmi di protezione dei bambini e di donne sopravvissute alla violenza sessuale e di genere. A tutto ciò, si aggiunge la crisi economica iniziata prima dell’emergenza coronavirus, che ha senza dubbio colpito i rifugiati siriani che lavoravano principalmente a giornata nel settore agricolo o delle costruzioni, e che certamente rende difficile e limitata la capacità di risposta sanitaria del paese dei cedri.

In questo contesto di crisi, INTERSOS non ha interrotto le operazioni e ha invece avviato una risposta all’emergenza rimodulando le sue attività e attuando misure di aiuto a distanza, mantenendo telefonicamente il contatto con le persone vulnerabili seguite, facendo sensibilizzazione e prevenzione via Whatsapp e Skype.

Obiettivo primario è divulgare tutto ciò che c’è da sapere sul virus e il contagio, e garantire un’adeguata circolazione delle informazioni, in particolare attraverso l’utilizzo di messaggi creati ad hoc per i social media e con sessioni di formazione online che hanno raggiunto più di 35.000 persone. Sono stati realizzati materiali d’informazione anche per i bambini.

I nostri operatori e le nostre operatrici hanno incrementato le attività di formazione alla corretta igiene per i rifugiati siriani negli insediamenti informali, facendo prevenzione e preparandosi alla gestione dei casi. Abbiamo distribuito dispositivi di protezione individuale, kit igienici e sapone a 1302 famiglie – per un totale di 5372 persone, e disinfettanti e candeggina a 1231 famiglie, per un totale di 4951 persone. Monitorando costantemente i casi più vulnerabili, lavoriamo per identificare locali da riabilitare e attrezzare per eventuale isolamento dei casi positivi asintomatici o con sintomi lievi.

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Flavia Melillo
Flavia Melillo

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