Nei ghetti di Foggia, tra COVID-19 e promesse di regolarizzazione non mantenute

In Italia i lavoratori stagionali stranieri sono sempre più esclusi dalla società e dal sistema sanitario. Il COVID-19 si è aggiunto alle tante problematiche di sfruttamento lavorativo e di precarietà abitativa

foto © Giulio Piscitelli

 

 

Si avvicina la stagione estiva e nelle campagne gli insediamenti informali tornano sovraffollati con i nuovi arrivi della stagione.  Agosto è il periodo di raccolta del pomodoro e ogni anno, nelle campagne intorno a Foggia, la cosiddetta Capitanata, affluiscono migliaia di lavoratori agricoli stagionali. solo a Borgo Mezzanone, uno dei più grandi insediamenti della zona, si contano circa 3mila lavoratori costretti a vivere in condizioni igieniche precarie. Rispetto allo scorso anno, quando è stata lanciata la cosiddetta “sanatoria”, non è cambiato nulla.

 

La regolarizzazione, un’occasione mancata

 

La maggior parte dei lavoratori agricoli stranieri che vivono nei ghetti del Foggiano sono in Italia da tantissimi anni ma sono ancora irregolari. La scorsa estate erano state riposte molte speranze nel provvedimento per la regolarizzazione degli stranieri in Italia e invece si è dimostrata un’occasione mancata: a causa dei troppi limiti posti dal provvedimento stesso, pochissime persone hanno potuto fare domanda di regolarizzazione rispetto al numero reale di persone che avrebbero dovuto accedervi. I braccianti continuano a lavorare in nero, senza contratto e senza tutele, o quando va bene in “grigio”, cioè con qualche sorta di contratto ma non regolare.

 

Il COVID-19 si aggiunge a problematiche già esistenti

 

La pandemia di COVID-19 in questo contesto si è andata a sommare a una serie di problematiche già esistenti. Come in tutta Italia anche nei ghetti del Foggiano ci sono persone risultate positive al COVID-19 e a Borgo Mezzanone, da marzo, hanno la possibilità, se senza sintomi, di stare in isolamento nei container sistemati nell’area dell’ex CARA. Ma la situazione per queste persone è molto più difficile da affrontare che per gli altri: in questi contesti abitativi è quasi impossibile attuare le norme di prevenzione, non si possono mantenere le distanze, lavarsi sempre le mani, avere dispositivi di protezione. In caso di isolamento, poi, le persone sono costrette a non lavorare e, non avendo un contratto, non sono minimamente tutelate.

 

Queste persone, inoltre, affrontano quotidianamente dinamiche strutturali di violenza e sfruttamento che agiscono negativamente sulla loro salute fisica e mentale. In questo contesto il COVID-19 rappresenta un ulteriore fattore di esclusione e di isolamento che aumenta l’invisibilità dei bisogni e amplifica le disuguaglianze tanto sul piano sociale che su quello della salute.

 

Il provvedimento di regolarizzazione si poneva l’obiettivo proprio di far fronte all’emergenza sanitaria: regolarizzare le persone che vivono nell’invisibilità per facilitarne l’accesso al Servizio Sanitario Nazionale. Oltre a non aver tenuto conto della complessità del fenomeno dello sfruttamento lavorativo, però, il provvedimento, a quasi un anno dalla sua entrata in vigore, è ancora del tutto arenato. Dal lavoro di monitoraggio svolto dalla campagna “Ero straniero”, è emerso che al 16 febbraio 2021, a sei mesi dalla chiusura della finestra per l’emersione, solo il 5% delle 207.000 domande presentate è giunto nella fase finale della procedura. Uno stallo inaccettabile soprattutto se inserito nel contesto dell’emergenza sanitaria ancora in corso.

 

In prima linea per aiutare le persone più marginalizzate

 

Lavoriamo dal 2018 nei ghetti della Capitanata con un progetto sociosanitario svolto attraverso cliniche mobili. Con l’inizio dell’epidemia, tutte le attività sono state potenziate e ricalibrate, in coordinamento con le Autorità sanitarie della zona, sulla prevenzione e sulla gestione di casi positivi al COVID-19. Da febbraio 2020 il nostro team effettua visite di valutazione del rischio da COVID-19, e fa sensibilizzazione sulle misure di prevenzione e distribuzione di kit igienici. Tutte le attività sono state accompagnate da un dialogo costante con le Istituzioni locali, dialogo che ha permesso a INTERSOS, già nei primi mesi dell’emergenza, di ottenere dalla Regione Puglia l’installazione di cisterne che hanno garantito l’accesso all’acqua potabile a tutti gli insediamenti della zona.

 

L’intervento di contrasto al COVID-19 di INTERSOS in favore delle fasce di popolazione più marginalizzata è raccolto nel report Pandemia Diseguale”.

 

 

RIMANI IN CONTATTO CON NOI

Flavia Melillo
Flavia Melillo

ULTIME NOTIZIE