Fame nel mondo, numeri record: 155 milioni a rischio | INTERSOS

In un anno cresce di 20 milioni il numero di persone che soffrono di “grave insicurezza alimentare e hanno bisogno di un’urgente assistenza umanitaria”. È il più ampio incremento mai registrato. I dati del nuovo rapporto del Global Network Against Food Crises

di Stefano Bocconetti

 

 

È come se una grandissima nazione, per esempio la Russia, rischiasse di non avere più da mangiare, né da bere. Non avesse nulla. Un’immagine forte, ma è quella che si ricava dall’ultimo, drammatico, rapporto del Global Network Against Food Crises. Oltretutto è un’immagine non perfettamente calzante: perché la popolazione russa è di 146 milioni di persone, l’esercito di chi soffre di “grave insicurezza alimentare e ha bisogno di un’urgente assistenza umanitaria” è ancora più numeroso: arriva a 155 milioni. Con una crescita, in un anno, di venti milioni di persone.

 

Dati che si spiegano con la tragedia della pandemia ma non solo. Perché il COVID-19 e le misure che un po’ ovunque nel mondo i governi sono stati costretti a prendere per limitarne la diffusione, hanno avuto l’effetto di un “sovraccarico” in una situazione già disperata. La denuncia non è nuova ma stavolta c’è il timbro di una delle più autorevoli organizzazioni nella lotta alla fame: la pandemia e le conseguenti difficoltà economiche hanno solo “aggravato fragilità preesistenti”, quelle determinate dai conflitti armati e dai cambiamenti climatici. Il risultato? Una crescita esponenziale delle disuguaglianze e, appunto, il dato di 155 milioni di persone a rischio alimentare. Col massimo incremento da quando esiste e viene pubblicato il rapporto GNAFC, realizzato come ogni anno dal WFP (World Food Programme) e dalla FAO.

 

I paesi con il più alto tasso di insicurezza alimentare

 

E dentro queste crisi, ci sono crisi ancora, se possibili, peggiori. Perché il 66 per cento di quell’”esercito” – stiamo parlando di 103 milioni di persone – abita in dieci paesi, con il più alto livello di “insicurezza alimentare”, quella che il rapporto definisce acuta: Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Nigeria settentrionale, Sud Sudan, Sudan, Siria, Yemen e Zimbabwe. Si usa il termine “persone” ma se si scava più nel dettaglio si scopre che i più esposti sono i più deboli, quelli senza alcuna difesa: nei dieci paesi sopraelencati, sette milioni e centomila bambini vivono in una condizione alimentare “stressata”, trentadue milioni sono a rischio rachitismo.

 

Un quadro che è il frutto di condizioni preesistenti, lo si diceva, ma che la pandemia ha ovviamente aggravato: perché in tutti i paesi del mondo presi in esame, quaranta milioni di esseri umani hanno visto aggravarsi la propria condizione alimentare dal 2019 al 2020. Sono costrette a mangiare meno, insomma. Eppure, nonostante questo, il virus non detiene il “primato”, questo triste primato: sono ancora le guerre ed i conflitti armati a determinare la prima ragione delle crisi. L’anno scorso 99 milioni di persone in 23 paesi sono state costrette a ridurre i propri consumi a causa delle guerre.

 

L’assistenza umanitaria è urgente

 

Tutto questo – e tantissimi altri dati – raccontano di un mondo malato, di un mondo che ha raggiunto livelli record di insicurezza alimentare. Di un mondo – è importante sottolinearlo, come fa il report – che ha bisogno dell’“assistenza umanitaria salvavita”. Ne ha bisogno ora, subito. Adesso: per evitare che quei numeri diventino il tragico conteggio di morti.

 

Assistenza umanitaria, dunque. Ma che da sola non basta. E non potrebbe bastare: “Un sistema si è rotto – si legge nel rapporto – Dobbiamo allora sfruttare questo momento per trasformare i sistemi alimentari, ridurre il numero di persone che necessitano di assistenza e contribuire in modo significativo allo sviluppo sostenibile e a costruire società pacifiche”. Come? Trasformando i sistemi agroalimentari, ripensando i sistemi locali, intervenire subito nel caso di emergenze (l’esempio positivo è quello delle locuste nel Corno d’Africa), prevenire con la “politica” l’estendersi dei conflitti, rafforzare nei singoli Stati gli strumenti di protezione sociale, aumentare le pressioni diplomatiche, aumentare i fondi per il sostegno e lo sviluppo dei paesi fragili. Quei dati, insomma, impongono a qualcosa a tutti. Proprio come INTERSOS ha richiesto, di recente, insieme a oltre 200 organizzazioni mondiali, in una lettera aperta ai governi donatori promossa da ICVA (international Council of Voluntary Agencies).

 

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Flavia Melillo
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