Essere un medico nello Yemen in guerra: "Resto per il mio popolo"

Non si arresta la guerra che affligge lo Yemen da ormai più di quattro anni.
Si susseguono giornalmente notizie di attacchi militari e bombardamenti. Gli ultimi fatti di cronaca riportano la notizia di un bombardamento avvenuto nella città di Sana’a, capitale del Paese, sotto il controllo del gruppo houthi. A perdere la vita sono state diverse persone tra cui donne e bambini, con, inoltre, un bilancio di decine di feriti.
La posizione della comunità internazionale in questo momento è fondamentale per ribadire l’assoluta contrarieta’ a questa guerra devastante, causa della peggiore crisi umanitaria in corso nel mondo. Lise Grande, coordinatrice umanitaria in Yemen per le Nazioni Unite, ha dichiarato ancora una volta l’imprescindibile urgenza della fine del conflitto: “Questo terribile incidente è un tragico promemoria di tutte le ragioni per cui questa guerra deve fermarsi”, ha detto, “Il diritto internazionale è chiaro, tutto deve essere fatto per proteggere i civili. Questo non è opzionale. Questo è un obbligo legale e soprattutto morale, per tutte le parti”

I numeri sono allarmanti, 24 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente. La malnutrizione, le malattie croniche, le ferite riportate dai bombardamenti, tutto questo è storia quotidiana dello Yemen in guerra.
INTERSOS è sul campo con quei civili che pagano il prezzo più alto del conflitto. Progetti di assistenza psicologica, legale, distribuzione di beni primari e cure mediche sono le attività svolte da Nord a Sud del Paese dal 2008 ad oggi, senza mai abbandonare il territorio.
Chi si trova sul posto sono persone, molto spesso cittadini yemeniti che decidono di dedicare la loro vita ai propri connazionali, impiegandovi tutte le proprie energie.

La dottoressa Khalil Ba-Mathraf è una di loro, una giovane donna che ha scelto di non abbandonare la sua terra e di mettere in atto le sue competenze di medico per aiutare chi ne ha bisogno, per curare i feriti, per assistere, per restare.

“Prima di intraprendere gli studi in medicina, dopo essermi diplomata, avevo vinto una borsa di studio per la comunicazione in emergenza ma sentivo che dovevo fare qualcosa di più”, racconta la dottoressa Khalil, “Ho deciso così di iscrivermi alla facoltà di medicina e già dal primo anno di studi mi sono resa conto delle tante sofferenze che affliggevano il mio popolo, ancora prima dell’inizio della guerra. In quello stesso anno ho perso mio padre e in quel momento ho capito davvero cosa volevo fare; portare avanti gli studi per diventare medico e salvare la vita di più persone possibili”

Quando è iniziato il tuo lavoro con Intersos e che tipo di attività svolgi insieme al tuo team?

Lavoro con Intersos dal 2015. Sono stata coinvolta nei loro progetti perché in diverse circostanze hanno visto il mio lavoro sul campo. INTERSOS è stata la prima organizzazione umanitaria che ha operato ad Hadramout fin da quando era sotto il controllo di Al-Qaeda. Questo governatorato oggi è afflitto da un’altra emergenza, quella degli sfollati che provengono dai territori limitrofi e da una profonda crisi economica.
La mia esperienza con INTERSOS è iniziata gradualmente, mi sono occupata sin dal inizio di progetti medici e di nutrizione fino a diventare project manager proprio ad Hadramout, la mia terra. Qui operiamo sul campo con sei cliniche mobili in tre diversi distretti molto distanti gli uni dagli altri e difficili da raggiungere. Ogni clinica è composta da un medico, un infermiere, un vaccinatore e un nutrizionista che si occupano di assistere le persone colpite dal conflitto o che non hanno accesso alle cure mediche, con il supporto dei volontari della comunità.

Chi sono le persone che assisti? Che tipo di problematiche presentano?
Assistiamo soprattutto donne e bambini che si trovano in un grave stato di malnutrizione, in particolar modo quelli con età inferiore ai 5 anni. In Yemen, però, ci sono molte altre problematiche legate alla salute delle persone, malattie croniche, rimaste incurate, presenti già prima dello scoppio del conflitto ed malattie endemiche che ora si stanno diffondendo molto di più come il colera.

Che tipo di difficoltà incontra un medico che lavora in un Paese in guerra?
Essere un medico in Yemen, e soprattutto essere un medico donna, è davvero molto difficile. In generale lavorare in un contesto di guerra comporta molti più ostacoli nel cercare di portare avanti il duro lavoro di assistenza e cure da nord a sud del Paese. In Yemen, poi, i cittadini sono “abituati” ad avere un sistema sanitario deficitario che con la guerra è peggiorato ulteriormente come conseguenza del collasso dell’apparato governativo e del supporto al settore sanitario. Manca tutto in Yemen, strutture sanitarie che scarseggiano su tutto il territorio, assistenza medica, medicine e servizi essenziali come corrente, acqua e cibo.

Perché dici che “essere donna” rende ancora più complicato il tuo lavoro?
Molto spesso il mio essere donna è giudicato come un limite, uno svantaggio, soprattutto agli occhi dei miliziani di Al-Qaeda che, durante la loro presenza ad Hadramout. Mi obbligavano a visitare e curare i miei pazienti con il volto coperto. Dovevo accettare per forza, lo facevo per tutelare e proteggere la vita dei miei pazienti

Come è cambiata l’emergenza in Yemen in questi quattro anni di guerra?
Ogni cosa è cambiata in Yemen dall’inizio della guerra; la situazione economica è tragica e le strutture statali sono crollate. C’è un’inflazione altissima che è causa del rialzo del prezzo del carburante, degli alimenti e di ogni servizio presente sul territorio. In Yemen oggi è tutto in emergenza. Viviamo continuamente una sfida contro il tempo per cercare di dare assistenza a più persone possibili. Lavoriamo sul campo, affianco delle persone di un Paese nel sgretolato che ha bisogno urgentemente dell’aiuto di tutta la comunità internazionale.

Martina Martelloni
Martina Martelloni

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