COVID-19, a Roma garantiamo l'ingresso sicuro nel sistema di accoglienza

Andrea Carrozzini, medico INTERSOS, racconta il lavoro con i migranti ospitati per l’isolamento nei “centri ponte”, strutture aperte grazie a un accordo con il Comune di Roma, dopo mesi di blocco delle accoglienze

 

 

Con l’arrivo, a marzo 2020, della pandemia di COVID-19, le attività di INTERSOS a Roma sono state riconvertite in chiave di prevenzione anti-COVID-19, offrendo, tramite le cliniche mobili, visite mediche di valutazione del rischio e sessioni informative nei principali insediamenti informali e in diversi edifici occupati di Roma. Un lavoro importante che si è potuto portare avanti grazie al rapporto diretto con le comunità e all’interlocuzione con le istituzioni locali. Tra i diversi accordi conclusi con le istituzioni capitoline, fondamentale è stata la sottoscrizione di due protocolli con il Comune, che hanno permesso, a partire da agosto 2020, di riattivare in sicurezza le accoglienze nella Capitale, rimaste bloccate per diversi mesi a causa dell’emergenza sanitaria.

 

Grazie alla collaborazione di INTERSOS con il Dipartimento delle Politiche Sociali del Comune di Roma e la ASL RM2 (Dipartimento di Prevenzione e UOC Tutela immigrati e stranieri) è stata istituita ad agosto 2020, nella zona sud-est della città, una Struttura Ponte, il centro Barzilai, per l’isolamento prudenziale di persone candidate all’accoglienza nel circuito SAI (ex SIPROIMI). Si tratta di un centro intermedio, un luogo sicuro dotato di camere singole e servizi privati in cui poter attendere i giorni necessari a garantire un ingresso in sicurezza nel servizio di accoglienza, dopo aver effettuato un tampone naso-faringeo in ingresso e in uscita.

 

Orientamento ai servizi nei “centri ponte”

 

In questa struttura, garantiamo lo screening medico e altre attività come l’orientamento ai servizi. Diamo a ogni ospite anche un kit con i materiali informativi sul COVID-19 e prodotti per l’igiene. “Le giornate formative sono incentrate sulla gestione e prevenzione delle infezioni, sull’uso corretto dei dispositivi di protezione individuale e sulle corrette procedure di segnalazioni di casi sospetti o accertati di infezione”, racconta Andrea Carrozzini, medico di INTERSOS. “All’arrivo degli ospiti nella struttura – spiega Carrozzini – svolgiamo visite di valutazione del rischio COVID-19 e chiediamo all’ospite anche informazioni sul suo stato di salute in modo da poterlo monitorare durante la permanenza nel centro e poterlo indirizzare successivamente verso i servizi sanitari di competenza.

 

Sempre a Roma est, a gennaio 2021, è stato attivato un altro “centro ponte”, “Casa Bakhita”, dove vengono ospitate famiglie con bambini o donne sole. Nella struttura di Barzilai, dall’inizio del progetto ad oggi sono stati ospitati e visitati 313 ospiti, tra cui 262 uomini e 51 donne. Nella struttura di Bakhita, dall’inizio del progetto sono stati accolti e visitati 35 nuclei, per un totale di 85 visite.

 

Accettare l’isolamento, per il bene della comunità

 

“La maggior parte delle persone che assistiamo in questi centri – racconta Carrozzini – proviene da altre strutture di accoglienza, ha fatto richiesta di asilo sussidiario o protezione internazionale, ma non mancano casi di persone senza fissa dimora o che hanno trovato accoglienza in case private presso amici o parenti già presenti su territorio nazionale. La difficoltà maggiore riscontrata nelle persone ospitate sta nell’accettare l’isolamento, dice il medico di INTERSOS. “Gli operatori e le operatrici dei centri sono sempre dotati di grande pazienza e capacità comunicative. Ma restare chiusi 10 giorni in una stanza oggettivamente non è facile anche se le strutture sono organizzate per fornire più confort possibili durante l’isolamento come la connessione internet e passatempo personali”.

 

“Il protocollo così strutturato – conclude Carrozzini – si rivela un ottimo strumento di screening e un’ottima metodologia di prevenzione nel contesto dell’attuale pandemia, soprattutto in merito al contenimento delle infezioni e la gestione in comunità. Senza questo meccanismo di “filtro” ci sarebbe stato il rischio di diffondere l’infezione da coronavirus in maniera incontrollata, costringendo interi centri di accoglienza a misure intempestive di screening di massa, quarantena totale e un enorme dispiego di fondi ed energie”.

 

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Flavia Melillo
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