L’Afghanistan stretto tra due morse: COVID-19 e guerra | INTERSOS

L’Afghanistan, segnato da decenni di conflitto e una fortissima instabilità politico-statale, conta migliaia di morti per COVID-19. Un sistema sanitario estremamente fragile che non riesce a far fronte alla richiesta di assistenza della popolazione. 

 

 

Nelle ultime settimane l’opinione pubblica mondiale sembra aver rimosso tutti quei numeri e quelle notizie che per lunghe settimane ci hanno raccontato di contagi e di vite umane perse, di ospedali al collasso e terapie intensive insufficienti. Il COVID-19 ha reso storico l’inizio del nuovo decennio, fissando nella memoria globale un tempo sospeso e pericoloso per la salute di ognuno di noi.

 

Nonostante la graduale ripresa di una quotidianità persa per interminabili mesi, la pandemia è tuttavia presente e in circolo in diverse aree del mondo. L’Asia centrale ne è esempio e l’Afghanistan un caso-paese. Dove l’instabilità figlia del conflitto e la fragilità del sistema politico-statale è consuetudine da tempo, il rischio che un virus prenda il sopravvento sulla società è decisamente più elevato. 

 

E questo è ciò che sta accadendo nel paese con capitale Kabul. In Afghanistan si contano ad oggi 35.475 persone contagiate in tutte le 34 province. 1.181 persone sono morte. Quasi il 10% del totale dei casi confermati di COVID-19 appartiene al personale sanitario. A causa delle limitate risorse sanitarie pubbliche, nonché dell’assenza di un registro nazionale delle morti, è probabile che i casi reali di decessi causati dal COVID-19 siano molti di più dei numeri ufficiali.

 

L’Afghanistan è un paese che non conosce pace e stabilità da decenni. Lo scorso 29 febbraio è stato firmato un accordo tra i Talebani e gli Stati Uniti d’America per porre fine alle ostilità e dare inizio al graduale ritiro delle truppe statunitensi presenti sul territorio dal 2001. Le previsioni iniziali, caratterizzate da una speranza di conciliazione da costruire nel tempo, sono state presto deluse dal complesso clima ostile radicato all’interno delle forze di governo. L’attesa ora è tutta per la partenza dei negoziati intra-afgani per avviare il vero processo di pace del paese fra i Talebani e il governo. In questo scenario, però, l’emergenza sanitaria conseguente alla pandemia rende ancora più incerto e distante un piano per la sicurezza nazionale.

 

“In questo clima di instabilità politica, sociale ed economica, l’arrivo della pandemia avrebbe richiesto un intervento immediato che è invece mancato”, racconta Marco Notarbartolo di Sciara, Protection Coordinator della missione INTERSOS in Afghanistan, “l’emergenza è stata aggravata dall’afflusso di ritorno di rifugiati afghani presenti in Iran, paese particolarmente colpito dal virus. Questa situazione ha reso la gestione emergenziale più ostica per il governo afgano, che non è riuscito a mettere in piedi i necessari controlli medici alla frontiera né un reale tracciamenti dei contatti”.

 

Dall’ottobre del 2001 INTERSOS assiste la popolazione più vulnerabile del paese, raggiungendo anche aree remote del territorio come la complessa provincia di Kandahar, in quelle cosiddette “aree bianche”, zone contese tra il governo nazionale e i Talebani nelle quali mancano perfino i più essenziali servizi medici. Qui l’organizzazione umanitaria porta avanti progetti sanitari e di protezione dei più vulnerabili, supportando le strutture locali e impiegando cliniche mobili per raggiungere anche le aree più isolate.

 

Il numero dei contagi da COVID-19 al momento sembra non arrestarsi e il timore è che possa raggiungere il picco di diffusione tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, comportando così ulteriori gravi implicazioni per l’economia afgana e la salute della popolazione.

 

Tutto questo avviene in un paese in cui gli ospedali e le strutture mediche continuano a segnalare difficoltà enormi nel rispondere efficacemente all’emergenza e poter curare i pazienti affetti da COVID-19. Le lacune sono legate alla penuria di dispositivi di protezione individuale, kit per i test e attrezzature sanitarie, nonché al limitato numero di personale medico.

 

“A fronte dell’imprevedibilità del virus, abbiamo dovuto riadattare ogni attività all’emergenza. Per noi è necessario che ogni progetto sul campo possa continuare, garantendo al contempo la sicurezza dei nostri operatori che continuano a fornire cure sanitarie, nutrizione e supporto psicosociale”, sottolinea Marco nel raccontare il cambiamento subito anche dal settore umanitario. “La pandemia non poteva fermare i percorsi avviati con ogni persona seguita. Abbiamo iniziato delle attività di sensibilizzazione sui rischi da contagio COVID-19 presso le comunità locali nel sud del paese, soprattutto nella provincia di Kandahar che è tra le più colpite dalla diffusione del virus. Aree in cui la sicurezza è volatile e il sistema sanitario carente o del tutto assente”.  

 

Marco racconta come la presenza di INTERSOS in Afghanistan sia più cruciale che mai in un periodo come questo. I dati confermano che, con la crescita del rischio dovuto all’emergenza sanitaria mondiale, in quei luoghi isolati è esponenzialmente aumentato il numero di persone che ha richiesto assistenza medica e/o nutrizionale agli operatori di INTERSOS.

 

“Siamo stati avvicinati da molte più persone che hanno chiesto il nostro supporto e questo avviene quando la possibilità di movimento, già normalmente limitata per i rischi di sicurezza e più in generale per la difficoltà nel percorrere strade dissestate, subisce ulteriori restrizioni per le misure previste dal lockdown nazionale”.

 

Nel periodo compreso da marzo a giugno, le cliniche mobili di INTERSOS hanno raggiunto 15.383 famiglie. Sono stati distribuiti 4.302 kit igienici di cui 156 per bambini e donne in gravidanza o in allattamento, 339 sono le persone assistite con un programma psicosociale e 100 quelle che hanno preso parte ad una formazione professionale.

 

“Il lavoro delle cliniche mobili risulta essenziale in contesti come questo. Le attività di screening, prevenzione e informazione sono facilitate dalla possibilità di raggiungere varie realtà complesse e spesso abbandonate dalle istituzioni. Il nostro staff medico ha fatto anche i controlli sanitari al confine con il Pakistan, intervenendo sul flusso di rifugiati afgani di ritorno nel paese”, racconta Marco.

 

Quella memoria fatta di numeri di lutti in salita e titoli agghiaccianti sulle prime pagine provenienti da tutto il mondo non può diventare oggi solo un vago ricordo. 

 

In Afghanistan la ratio tra test eseguiti e persone risultate positive al COVID-19 è tra le più alte al mondo (circa 42% di cui il 5% è rappresentato da staff medico). Nonostante il picco sembri ancora distante, oltre alla diffusione del virus prosegue indomito anche il conflitto interno che non ha mai smesso di destabilizzare il paese.

Flavia Melillo
Flavia Melillo

ULTIME NOTIZIE