Afghanistan: la guerra cronica che il mondo dimentica

Accade che una guerra inizi, ma non finisca mai veramente: alternando focolai di violenza e fragili tregue, resta dormiente, aspettando il momento giusto per risvegliarsi. Chi nasce e cresce in un contesto simile non conosce la “normalità” di una vita così come può invece conoscerla chi della guerra ha solo una nozione scolastica.

L’Afghanistan fa parte di quei paesi che in guerra, in un modo o nell’altro, ci sono sempre stati. O almeno, quando la guerra è iniziata molti dei suoi abitanti non erano ancora nati: l’invasione sovietica del Paese inizia il 25 dicembre 1979. Da quel momento inizia un conflitto intermittente, del quale nel corso dei decenni cambieranno attori e motivazioni, intensità e geografia, ma senza che mai si arrivi a una pace duratura. Per cause e fattori esterni (nati dall’interesse internazionale per la sua strategica posizione geografica nel cuore dell’Asia centrale) o per crisi interne, conseguenza dell’estrema frammentazione etnica del popolo afghano.

La crisi afghana è anche una delle più gravi e cronicizzate crisi umanitarie mondiali.
Secondo le ultime previsioni di OCHA (Global Humanitarian Overvew 2020), le persone bisognose di assistenza umanitaria urgente aumenteranno dai 6,3 milioni del 2019 a 9 milioni nel 2020, dei quali il 56% minori. Bambine e bambini nati e cresciuti nella guerra.

“Ogni giorno, da anni, dobbiamo scontrarci con le problematiche enormi del lavoro minorile o di chi non è mai andato a scuola” – racconta Marco Notarbartolo di Sciara, Protection Coordinator di INTERSOS in Afghanistan – “Nelle zone rurali alcuni messaggi non sono ancora accettati e tra questi c’è anche la difficoltà di far comprendere l’importanza dell’istruzione”.

Le conseguenze umanitarie della crisi incidono su ogni aspetto della vita in tutti gli angoli del Paese: 3,7 milioni di bambini hanno abbandonato la scuola, fenomeno questo incentivato anche dai continui spostamenti delle famiglie sfollate, costrette a muoversi da un luogo all’altro per sfuggire ai combattimenti.

Riuscire a sopravvivere è una sfida quotidiana. Vittime e feriti civili sono in continuo aumento. La fame e la malnutrizione rimangono a livelli pericolosamente alti con 14,2 milioni di persone in stato di crisi o insicurezza alimentare nei primi mesi del 2020.

“I nostri medici e le nostre infermiere cercano di raggiungere le zone più remote del paese. Con sei cliniche mobili si spostano nei villaggi intorno Kabul e nella provincia di Kandahar” – spiega Marco Notarbartolo di Sciara – “I nostri operatori devono lavorare molto per conquistare la fiducia delle persone. Ci riusciamo grazie a due fondamentali chiavi di accesso: la nutrizione e la salute”.

INTERSOS, presente sul territorio afghano dall’ottobre 2001, ha incrementato negli ultimi anni il suo intervento nelle cosiddette “aree bianche”, zone contese tra il governo nazionale e i gruppi armati di opposizione.

Le cure mediche offerte, la consegna di medicinali, il supporto psicosociale sono le attività che hanno garantito negli anni la costruzione di un rapporto di fiducia con la popolazione. Marco spiega come il team INTERSOS venga accolto con favore nei villaggi rurali del paese proprio grazie al rapporto che si è instaurato nel tempo: “Spesso veniamo definiti come i ‘dottori della parola’ per via della nostra capacità di dare supporto anche psicologico alle persone più vulnerabili”.

Lo scorrere della vita in un contesto di guerra implica molto spesso il manifestarsi di ripercussioni per il proprio equilibrio mentale. Si è costantemente esposti ad elevati livelli di stress dovuti non solo alla perdita di persone care come amici o familiari, ma anche all’assenza di servizi o all’impossibilità di accedervi.

L’istruzione è uno di questi. La poche scuole presenti prendono forma nelle madrase situate nelle moschee per imparare il corano o nelle lezioni private di un maestro pagato dalla shura di una comunità per fornire educazione di base.

“I bambini che non vanno a scuola rischiano di essere arruolati, diventare combattenti. Per questo il nostro obiettivo per il 2020 è continuare a supportare la consapevolezza delle famiglie nel far studiare i propri figli, accompagnarli nel processo di iscrizione a scuola e fornire loro dei kit di educazione”

C’è un radicato problema di protezione in Afghanistan, diritti basilari come la sicurezza e il benessere delle persone sono continuamente messi a rischio dall’instabilità del territorio.
Diritti fondamentali spesso oscurati, come accade alle donne e ragazze vittime di violenza di genere o costrette a subire matrimoni precoci.

“Siamo riusciti ad evitare un destino già scritto per una bambina di Kandahar venduta dalla famiglia al miglior offerente per migliaia di dollari. Abbiamo fatto un lungo lavoro di counseling con i suoi genitori, non è stato facile ma ora è una bambina libera”.

La crisi afghana non finirà certo nel breve periodo, i diritti umani saranno ancora violati, le persone continueranno a lottare ogni giorno per vedere riconosciuti i loro bisogni fondamentali. Per questo c’è ancora bisogno di aiuto umanitario. Per quei 9,4 milioni di persone, su una popolazione di 38 milioni, che in questo nuovo decennio avrà bisogno di urgente soccorso. Per ogni donna, uomo, bambino la cui vita e dignità sia messa in pericolo.

Martina Martelloni
Martina Martelloni

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