Afghanistan, così cambia il Paese e la nostra missione

Matteo Brunelli, vicedirettore regionale di INTERSOS per l’Afghanistan, racconta l’ultima missione a Kandahar

foto Alessio Romenzi per INTERSOS

 

 

Piccole differenze. Dettagli. Una Kandahar cambiata poco. Meno traffico, sicuramente la crisi economica che impatta anche sulla possibilità di pagare la benzina per i mezzi di trasporto. Meno visibilità di popolazione femminile in giro per la città (l’uso del burqa, in queste zone, c’era prima e c’è ancora). Una percezione visiva, immediata, di minore presenza militare. Meno check point in entrata e in uscita dalle aree urbane, meno controlli di polizia. Un segnale, voluto, di cambiamento, normalizzazione. Evidente fin dall’arrivo all’aeroporto, svuotatosi dopo la partenza delle truppe americane.

 

Matteo Brunelli, vicedirettore regionale di INTERSOS per l’Afghanistan, racconta così le prime impressioni della sua ultima missione, e delle molte settimane trascorse nella principale città del sud del Paese. Per Matteo è stata la quinta missione in Afghanistan negli ultimi due anni, che hanno fatto seguito a due anni interi trascorsi nel Paese. Piccole differenze, dettagli rivelatori. “Questa volta non ho avuto il tempo di fare la pizza”. “Come la pizza?”. “Mi piace cucinare, è un modo di rilassarmi e di condividere del tempo con i colleghi, ma stavolta le serate sono passate al computer: progetti, telefonate, riunioni per fare il punto della giornata. C’era troppo da fare. Perché è ovvio: questa missione è stata diversa da tutte le altre”.

 

Grandi cambiamenti. “Sapete quello che è successo. In poche settimane è cambiato tutto e i Talebani sono la nuova autorità de facto che controlla il governo del Paese. Abbiamo dovuto rivedere ogni aspetto del nostro lavoro, anche i dettagli dei processi all’interno della missione. E lo abbiamo dovuto fare muovendoci sempre su due piani: garantire la continuità delle operazioni in corso, che non si sono mai fermate, e affrontare nuove difficoltà contingenti (dai visti alla mancanza di liquidità derivante dal blocco dei fondi internazionali), e nel frattempo crescere, continuare ad espandere le attività per rispondere ad una crisi umanitaria mai vista”.

 

Perché il presente dell’Afghanistan oggi è questo: 18 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari urgenti, una crescita esponenziale dai 3,5 milioni del 2018. E 23 milioni di persone che stanno affrontando la durezza dell’inverno in condizioni di grave insicurezza alimentare. Mancano cibo e beni di prima necessità: la vita di un milione di bambini è in pericolo mentre le temperature scendono sotto lo zero.

 

“Lo scenario cui andiamo incontro non è positivo – sottolinea Matteo – Guardiamo con preoccupazione agli effetti della crisi economica, alla destabilizzazione che potranno produrre nel Paese, all’impatto dei cambiamenti climatici e della siccità cronica che da anni affligge il Paese, alla fragilità della situazione di sicurezza con la presenza di gruppi armati che vogliono affermare la loro influenza. Ogni giorno che passa restringe la finestra di tempo a nostra disposizione per fare fronte a questa crisi”. Se Matteo, in questo momento, è rientrato in Italia per coordinare le operazioni umanitarie in corso in diversi Paesi, la nostra missione continua. E mai come ora non c’è tempo per fermarsi.

 

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Flavia Melillo
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