Storia di Atika, “vedova di Boko Haram” come raccontare i traumi più indicibili

Quando dall’Italia partiamo per andare a visitare i progetti nei quali lavoriamo e portiamo qualche giornalista o fotografo per testimoniare il nostro operato, l’incontro con le persone del luogo diventa ancora più delicato. Farsi raccontare storie di vita così drammatiche, far ripercorrere episodi così dolorosi a persone che hanno vissuto guerre, lutti, sono state vittime di violenze, mette noi operatori sempre in una situazione di allerta. Cerchiamo da subito di spiegare agli esterni che ci vuole tatto e delicatezza, che bisogna rispettare i tempi della persona intervistata, che se a certe domande non viene data risposta è opportuno non insistere. E siamo sempre pronti a intervenire se qualcuno non rispetta queste semplici ma rigorose indicazioni. Anche nella comunicazione, il senso di responsabilità e di protezione, la volontà di non infliggere altre pene inutili a chi già tanto ha patito, è al centro del nostro lavoro.

Per fortuna la maggior parte dei visitatori capisce e si comporta con estrema delicatezza. Inoltre, anche per chi vive in aree disagiate e affronta ogni giorno mille problemi, in particolar modo per i bambini, l’opportunità di condividere la propria storia, di passare una giornata che spezza la routine insieme a persone sconosciute ma amichevoli, può essere un piccolo diversivo che allenta la morsa della desolazione.

Durante il mio recente viaggio in Camerun, insieme a Cristina e Daniele, una videomaker e un giornalista, dove avevamo il compito di fare un video per un progetto sui rifugiati dalla Nigeria e gli sfollati interni che, a causa degli attacchi dei gruppi armati, si sono mossi verso il Nord Camerun, un incontro che ci ha particolarmente colpiti è stato quello con Atika.
Una mattina i colleghi di INTERSOS Camerun ci accompagnano in un quartiere dove sono ospitate parecchie donne arrivate da sole a destinazione, alla fine della loro fuga, le cosiddette “vedove di Boko Haram”.

Nel cortile di uno dei complessi abitativi più grandi cominciano a riunirsi diverse donne con bambini che ci guardano, curiose e silenziose. I colleghi chiedono chi di loro voglia parlare con noi. Anche noi ci sediamo sui tappeti che nel frattempo sono stati stesi e rispondiamo alle domande che ci vengono poste. Poi il gruppo si scioglie, le donne tornano alle loro case. O meglio, ognuna alla stanza che condivide con i propri bambini, nei grandi caseggiati che costeggiano le lunghe di strade sterrate.
Poco dopo, da dietro la tenda che funge da porta, ricompare Atika. Una figura grave, vestita di nero fino ai piedi, con il capo coperto. Giovane ma con un viso che non si piega mai al sorriso. Però ha voglia di parlare con noi. E di raccontarci la sua storia.

Ci dice che quando il suo villaggio era stato attaccato da Boko Haram, tutti si erano rifugiati nelle proprie case in cerca di un riparo. I guerriglieri avevano intimato agli uomini di uscire fuori ma nessuno lo aveva fatto. Purtroppo uno dei bambini di Atika e di suo marito Jibril era sfuggito al controllo ed era corso fuori. Jibril si era precipitato a riprenderlo e in quel momento era stato raggiunto da un paio di uomini del commando e sgozzato come un animale, come monito per tutti gli altri, affinché non opponessero resistenza.

E così tutti gli uomini si erano consegnati e le donne, molte delle quali erano state violentate, appena avevano potuto, erano fuggite con i bambini. Fuggite attraverso il deserto, camminando per giorni nutrendosi solo di frutta presa dai pochi alberi che resistono a quelle temperature.

Fino ad arrivare a Fotokol, nella zona Nord del Camerun, finalmente in salvo.

Lì Atika e i suoi 4 bambini avevano ricevuto soccorso e in poco tempo, grazie a INTERSOS e alle comunità locali, avevano potuto trovare un posto sicuro nel quale stare, spostandosi proprio lì a Kousseri, dove li stavamo intervistando noi.
Oltre all’inserimento a scuola dei bambini Atika è stata coinvolta nelle attività dell’”espace sûr” (lo spazio sicuro), un posto dove le donne imparano nuove attività, che possono servire come auto-sostentamento, come cucinare, lavorare a maglia, cucire etc, che possono aiutarle a vendere al mercato dei prodotti.

Ma nonostante la grande paura sia ormai passata, abituarsi a vivere da sola, senza un marito, dover pensare ai figli, lontana dalla propria casa ormai distrutta e dalla vita che ci si era costruiti è davvero difficile. Si sente quanto Atika faccia fatica a ricordare e a raccontare: più volte è sull’orlo del pianto.

Ci sentiamo a disagio, inopportuni, colpevoli di aver causato con le nostre domande il riaffiorare di questo dolore. Alla fine ci abbracciamo e riaccompagniamo Atika dai suoi bambini.

Poco prima di andare all’incontro gli operatori di INTERSOS Camerun ci hanno spiegato che, tra le diverse attività previste dal programma di accoglienza dei rifugiati c’è anche l’assistenza psicologica e io e Cristina ci scambiamo una mezza frase su quanto, in quel momento più che mai ci sia chiaro che, oltre ai bisogni materiali, l’attenzione al benessere psicologico delle persone sia fondamentale. Sopratutto quando hanno attraversato delle vicende così drammatiche.

Stefania Donaera
Stefania Donaera
Press Officer, INTERSOS

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