3000 casi al giorno, l’ombra del COVID-19 sull'Iraq | INTERSOS

Lo scoppio della pandemia COVID-19 in Iraq ha rappresentato un’enorme sfida al già fragile sistema sanitario del paese, indebolito da decenni di disordini socio-politici, guerre e conflitti interni.

 

 

Tra coloro che sono stati maggiormente colpiti dalla invisibile diffusione dell’epidemia, ci sono soprattutto gli oltre 1,3 milioni di sfollati interni e oltre 4,7 milioni di rimpatriati che vivono in condizioni di sopravvivenza in molte parti del paese. Una delle minacce più allarmanti riguarda la vita all’interno dei campi: quello di Ninewa, nel nord-ovest dell’Iraq, ospita il maggior numero di rimpatriati. Le loro condizioni di vita sono peggiorate a seguito dell’epidemia e delle conseguenti misure di contenimento, compreso il blocco degli spostamenti, che ha influito sulla capacità di oltre 270.000 rimpatriati di accedere ai servizi di assistenza sanitaria, incluso l’accesso ai servizi di prevenzione e cura per COVID-19.

Nel campo di Hammam Al-Alil, dove lavoriamo dagli anni dell’ultimo conflitto terminato ufficialmente solo nel 2017, sono stati registrati casi di persone affette da COVID-19”, racconta Valeria Anzalone, operatrice umanitaria INTERSOS in Iraq, “la situazione all’interno dei campi è drammatica. Le misure igieniche sono spesso impossibili da mantenere così come il distanziamento sociale tra le persone. Quando la tua casa è una tenda dove ogni minimo spazio deve essere condiviso con altra gente, rispettare le distanze di sicurezza è l’ultima cosa praticabile”.

Dal mese di aprile in poi c’è stato un accelerato aumento di casi accertati COVID-19 e, in parallelo, un incremento della povertà in tutto il paese per via del drastico calo delle attività economiche, dovuto al periodo di lockdown che ha segnato il mondo intero e che ora, in Iraq, è presente in modalità parziale. Non abbiamo mai assistito ad una effettiva riduzione dell’epidemia nel paese”, dice Valeria, “i casi hanno continuato ad aumentare di numero, una crescita costante che sembra non aver subito ripercussioni dal periodo di chiusura generale”.

Nei mesi di giugno e luglio si è verificato un incremento considerevole, arrivando a circa 2000-3000 nuovi casi registrati al giorno. Per gli sfollati che vivono nei campi il rischio di venire a contatto con persone affette dal virus è altamente più elevato. Per queste persone esiste solo l’aiuto umanitario che al momento è drasticamente ridotto per via delle restrizioni ai movimenti all’interno del paese.”

 

Il mese di agosto sarà cruciale per la diffusione dell’epidemia. Si prevede una tale crescita del numero delle persone affette da COVID-19 da arrivare ad un picco mai raggiunto fino ad ora. Ad oggi sono stati 129 mila i contagiati dalla pandemia in tutto il paese, un paese che non ha le capacità di intervenire per affrontare un’emergenza di tale portata.

Valeria conosce bene la precarietà delle infrastrutture sanitarie in tutto l’Iraq e ne racconta le problematiche lievitate ulteriormente in un periodo storico come questo: “La maggior parte degli ospedali è priva della strumentazione adeguata nonché del personale medico specializzato. Per questo motivo sono state adibite 11 strutture ad hoc nelle città di Mosul (1) e Baghdad (10), numero indubbiamente inappropriato rispetto alla rapida diffusione del COVID-19. Questo comporta che molto spesso i pazienti con sintomi meno gravi vengano rimandati a casa, aumentando così la possibilità di contagio anche negli ambienti familiari.”

In Iraq mancano tutte quelle misure necessarie per mitigare la diffusione dell’epidemia; guanti, mascherine, igienizzanti che spesso risultano carenti anche nelle strutture ospedaliere. “Tra coloro che maggiormente stanno accusando gli effetti collaterali del COVID-19 ci sono i minori”, continua Valeria nel suo racconto di testimonianza, “In un paese in cui 10 milioni di bambini non vanno a scuola, il lockdown ha incrementato ancora di più il numero. Per molti di loro spesso il rischio è il lavoro minorile o il matrimonio precoce.

Di fronte ad una situazione di simile complessità gestionale, il lavoro degli attori umanitari sul campo rappresenta spesso l’unico spiraglio di salvezza. INTERSOS, già dalla prima settimana di marzo, ha avviato diversi progetti di tipo sanitario a Ba’aj e Telafar, attraverso un’intensa attività di formazione per la prevenzione e il trattamento del COVID-19 rivolto allo staff medico degli ospedali e allo staff di altre organizzazioni. Con l’aggravarsi della situazione generale, le attività hanno richiesto un totale riadattamento alle restrizioni imposte dal governo per la riduzione del contagio. 

 

I team di INTERSOS si sono attivati per iniziare a supportare 7 strutture sanitarie attraverso la formazione del personale medico interno e dei volontari nelle comunità locali sulla comunicazione del rischio relativo al COVID-19, al fine di raggiungere il più elevato numero di persone possibili. Sia dentro che fuori le cliniche. Il team di INTERSOS che si occupa di educazione ha adattato le attività avviate nei mesi precedenti. Nessuno deve essere lasciato indietro e nulla deve rimanere in sospeso. Questo è stato possibile mantenendo i contatti con i minori anche attraverso la distribuzione di kit scolastici e il supporto allo studio da casa e nei campi per sfollati con l’utilizzo delle piattaforme di e-learning. In coordinamento con insegnanti e presidi è stato formato un team di insegnanti volontari che ha organizzato  lezioni a domicilio per gli studenti più fragili.

Durante i mesi di lockdown la violenza domestica ha subito un aumento non indifferente e molte sono state le segnalazioni che ci sono arrivate”, racconta Valeria, “ il numero più elevato si è verificato soprattutto nelle aree urbane dove si è registrata anche una crescita del numero dei suicidi, soprattutto di donne vittime di queste violenze”.

Per non interrompere i percorsi di protezione e supporto per queste donne, INTERSOS continua a tenere contatti con loro attraverso sessioni telefoniche finalizzate principalmente al proseguimento del percorso psicologico. A questo, dal mese di giugno, si è aggiunto anche un sostegno di tipo economico e di supporto legale per le famiglie più bisognose. 

 

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Flavia Melillo
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