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IN
AFGHANISTAN TRA LE GENTE, CON GLI OPERATORI DI INTERSOS
Nino Sergi, diario, novembre-dicembre 2002
JALALABAD. La strada che dal Pakistan arriva a Jalalabad
è oggi un andirivieni di mezzi pesanti che trasportano
di tutto. Molti i camion carichi di legname, bene prezioso,
divenuto ormai raro in Afghanistan. Più ci si avvicina
a Jalalabad e più la terra si colora di verde, ampiamente
coltivata lungo la valle del fiume. La provincia di Nangarhar
è una delle più ricche del paese. In questa
e nelle altre province orientali di Kunar e Laghman sono ritornati,
dalla primavera del 2002, più di trecentomila profughi
che negli anni passati avevano trovato rifugio in Pakistan.
Gli operatori di INTERSOS stanno aiutando circa cinquantamila
persone a reinserirsi e a ripartire anche con attività
produttive. Molte le case ricostruite, in tutti i villaggi
della regione: i muri fatti di fango mescolato con paglia
e lasciato seccare al sole, fini tronchi di legno come architravi
e come sostegno del tetto terrazzato, anch'esso di fango.
Dopo i tre anni di siccità, quest'anno è piovuto,
ma la pioggia continua ad essere insufficiente. Alcuni dei
vecchi profughi non si fidano ancora pienamente: "la
situazione rimane incerta", dicono, e mantengono dei
familiari a presidiare l'abitazione o l'attività commerciale
che erano riusciti a costruirsi al di là della frontiera,
in Pakistan. Questa è anche una della aree di produzione
del papavero da oppio. Un'altra, forse ancora più produttiva,
è la provincia meridionale di Helmand. Si dice che
la produzione sia aumentata, pur trattandosi della semina
del 2001, quindi ancora sotto il controllo talebano che era
peraltro riuscito a farla crollare nell'ultimo periodo. Sarà
uno dei problemi che il nuovo governo dovrà presto
affrontare, pena la ripresa in grande stile del traffico e
l'arricchimento - e quindi il rafforzamento politico e militare
- dei potentati della regione.
Da Jalalabad a Kabul si nota un'intensa attività per
riparare e rendere più agibile la strada sterrata e
piena di buche lungo tutto il percorso. I lavori sembrano
procedere con molta speditezza. Ripercorro, esattamente ad
un anno dalla morte di Maria Grazia Cutuli e di Julio Fuentes,
la stessa suggestiva strada dove furono aggrediti e uccisi.
La frequenza dei passaggi delle auto e dei camion la rende
ora sicura. È comunque un momento di commozione. A
Maria Grazia, che conoscevamo da alcuni anni, abbiamo voluto
dedicare una scuola femminile, per circa tremila ragazze,
che abbiamo ricostruito a Maimana, nella provincia settentrionale
di Faryab, al confine col Turkmenistan.
KABUL. Prima di entrare in città, mi fermo al centro
di transito dei profughi, organizzato dall'UNHCR all'estrema
periferia orientale. Da qui sono passate e sono state assistite
alcune centinaia di migliaia di persone. Ora è iniziato
il freddo: anche se durante il giorno fa ancora caldo, al
mattino le pozzanghere sono ghiacciate. Il ritorno dei profughi
si è quindi interrotto; probabilmente riprenderà
alla fine della prossima primavera. Solo un pullman con una
ventina di persone è fermo in attesa dell'espletamento
delle pratiche: visita medica, vaccinazioni per i bambini,
verifica dello stato di bisogno delle persone e dell'eventuale
necessità di particolare assistenza, registrazione,
sussidio finanziario per chi deve continuare il viaggio fino
al proprio villaggio in altre province. I nostri operatori
sono stati impegnati nelle attività relative al contatto
con le persone per indirizzarle e per individuare condizioni
di particolare povertà, malattia, depressione ecc.
da seguire direttamente attraverso operatori sociali presenti
in modo organizzato in Kabul.
Kabul è la città più inquinata dell'Afghanistan.
Gia alle nove del mattino una pesante nuvola di smog, prodotto
dai gas di scarico del formicaio dei mezzi di trasporto, domina
su tutto, aggravandosi col passare delle ore. Ha raddoppiato
i suoi abitanti: molti i profughi giunti dal Pakistan e molte
le persone in estremo bisogno giunte in cerca di una qualsiasi
forma di sussistenza. Proprio a queste persone cerchiamo di
essere vicini. Da un lato abbiamo formato una trentina di
operatrici e operatori afgani che stanno ora impegnandosi
con generosità, interesse e professionalità
per cercare di garantire la dovuta assistenza e di trovare
risposte ai bisogni; dall'altro abbiamo cercato di coinvolgere
su questo obiettivo un'ottantina di organizzazioni non governative
internazionali e afgane, cercando di mettere le basi per interventi
analoghi sulle fasce più bisognose della popolazione
nelle altre province dell'Afghanistan.
Per fine febbraio riusciremo a terminare i lavori per la ricostruzione
dell'ospedale Khair Khana, riferimento sanitario importante
per circa duecentomila persone dei quartieri più poveri
della parte settentrionale della città.
Infine, la nostra squadra di sminatori ha operato, nei pressi
di Kabul e in altri distretti pericolosi, fianco a fianco
con gli sminatori afgani, fornendo consulenza, approfondita
formazione, severità nell'osservanza delle norme operative
e di sicurezza (nessun incidente si è verificato grazie
a questa severità), con particolare riferimento alle
micidiali bombe cluster, le bombe a grappolo lanciate nei
mesi scorsi sull'Afghanistan e rimaste inesplose per circa
il 20%: il semplice tocco produce morte nel raggio di tre-quattrocento
metri.
A Kabul si è subito colpiti dalla caotica e frenetica
quotidianità che spinge tutti a cercare o inventare
attività per sopravvivere. Commerci di ogni tipo, fino
alle più imprevedibili vendite al minuto, edilizia,
trasporti, impieghi presso organizzazioni internazionali,
piccole officine
; tutto esprime la voglia di ripartire,
di farcela.
Rispetto agli uomini, le donne nelle strade sono poche; ma
circa due su dieci non portano il burqa. Nelle altre città
non è così. È difficile per una donna
togliere il burqa in pubblico: anche dove potrebbe farlo preferisce
normalmente portarlo e, in ogni caso, rimane nascosta dentro
un ampio foulard. Sembra incredibile, ma è anche un
modo per sentirsi a proprio agio, più libera, in quel
contetso. Molte cose devono cambiare nella cultura afgana
prima che la donna possa sentirsi a proprio agio in pubblico
libera dal burqa. Una di loro diceva che in Afghanistan è
necessaria urgentemente un'ampia azione per "l'emancipazione
dell'uomo".
MAIMANA, a nord, ai confini col Turkmenistan. Vi ero stato
nello scorso gennaio quando, sotto la neve, i nostri operatori
stavano distribuendo alimenti ad una popolazione colpita da
tre anni di siccità. Il rapporto con quella popolazione
è divenuto ormai molto solido: è la cosa che
più mi ha colpito. Cibo, acqua, educazione: sono i
tre campi in cui stiamo intervenendo e che ci hanno fatto
conoscere e apprezzare questa gente. Aver portato l'acqua
potabile in villaggi che dovevano procurarsela a qualche ora
di cammino, aver ricostruito due scuole per più di
quattromila ragazze dai 7 ai 19 anni, essere impegnati in
altri importanti programmi per l'acqua e per l'educazione,
aver coinvolto in un rapporto di fiducia e di amicizia centinaia
di persone, sentirsi accolti e protetti da un profondo e sincero
senso dell'ospitalità e della fratellanza
sono
fatti che stanno rendendo INTERSOS una parte di questa comunità.
Qui la povertà è estrema. La siccità
ha ucciso il bestiame per il 90%. Alcuni villaggi posseggono
uno o due buoi che, a turno, passano da famiglia a famiglia
per l'aratura dei campi, quasi tutti in aree collinose. La
vita si ripete, identica, da centinaia di anni, con il minimo
essenziale per la sopravvivenza. La terra delle case si confonde
con la terra sabbiosa di tutt'intorno. Terra arida, fiumi
secchi o salati, nessun albero. Tutto è prezioso: i
rari arbusti e lo sterco delle capre e delle pecore da usare
come combustibile; la terra, mescolata all'acqua e alla paglia
per costruire una nuova casa per i figli grandi; la lana delle
pecore e delle capre per fare i tappeti o per riempire le
trapunte; la farina di grano per fare il pane, che ha la forma
piatta della nostra pizza e che, accompagnato dal tè,
rappresenta il cibo principale, talvolta l'unico
Il Faryab è una delle province dell'area di influenza
del generale Dostum. Andando verso Mazar-e-Sharif, più
a nord-est, si possono vedere i suoi carri armati, nemmeno
troppo nascosti dietro ai muri di cinta, ben oliati, pronti
ad essere utilizzati in caso di necessità. Sono segni
chiari che il cammino di pacificazione iniziato è ancora
incerto e lungo.
Le insegnanti e le allieve delle due scuole femminili di Maimana
hanno (come tutte le donne afgane) un doppio modo di mostrarsi:
uno dentro il recinto della scuola, l'altro fuori. Nella scuola
dedicata a Maria Grazia Cutuli era stata preparata una cerimonia
alla presenza del Governatore, dei notabili, delle insegnanti
e delle allieve. Le insegnanti hanno gestito con grande libertà
e sicurezza, davanti agli uomini e perfino a noi stranieri,
tutti i momenti della cerimonia, per nulla intimidite, un
foulard sulla testa in modo alquanto disordinato. Le ragazze
nel cortile hanno manifestato allegria, chiacchierando e divertendosi
di fronte a tutti, composte ma libere. Al momento dei saluti,
ci spostiamo tutti verso l'uscita. Solo allora sono ricomparsi
i burqa, tenuti sollevati sul capo fino a pochi metri dal
cancello ed abbassati per varcarne la soglia ed uscire in
strada.
KANDAHAR. È l'acqua il problema numero uno di queste
regioni meridionali. Fino a qualche anno fa i fiumi, col sciogliersi
delle nevi, fornivano l'acqua indispensabile per l'irrigazione,
che veniva anche raccolta e conservata. Ora sono secchi o
hanno accorciato di molti chilometri la loro portata. Anche
le popolazioni che vivevano lungo tutto il loro percorso sono
state costrette ad abbandonare la terra per risalire dove
ancora arriva l'acqua. La falda utilizzata è quella
semi profonda, a 35-40 metri, che si abbassa di almeno 1,5
metri l'anno. Il rischio di un suo esaurimento in tempi ravvicinati,
se le piogge continuano a non superare i 30 millimetri l'anno,
è molto grande. Decine di migliaia di persone, forse
centinaia di migliaia, saranno allora costrette ad emigrare
altrove. Ma l'acqua è un bene troppo prezioso e nessuno
è pronto a cedere ad altri quel poco che ha. È
facile immaginare quali conflitti potrebbero scatenarsi. La
lotta per l'acqua sta iniziando, non solo in Afghanistan,
e sarà una lotta dura e duratura. Ma ancora poche sono
purtroppo le orecchie attente alle grida di allarme che da
qualche anno si sono levate da parte di organizzazioni non
governative e di specifiche campagne di denuncia.
L'acqua è quindi uno dei nostri campi di attività
nella regione. Oltre ad assicurare acqua potabile alla popolazione
residente ed alle decine di migliaia di profughi ancora presenti
in vari distretti (attività che stiamo sviluppando
sia nella provincia di Kandahar che in quella adiacente di
Helmand), occorre quanto prima realizzare uno studio approfondito
sulla realtà idrogeologica dell'area, quantificando
la falda sotterranea, le sue dinamiche, le sue riserve e conoscere
quindi l'entità del problema.
L'altra attività che ci vede molto impegnati è
l'organizzazione, l'assistenza alle persone e il coordinamento
delle attività di un grande campo profughi per 40 mila
persone, suddiviso in unità di 5 mila persone ciascuna.
Si tratta prevalentemente di profughi, provenienti dal confine
pakistano nella direzione di Quetta, che ancora non possono
fare ritorno ai propri villaggi per ragioni economiche o per
motivi politici. Tra loro vi sono infatti migliaia di pashtun
e di nomadi kuci fuggiti dalle province del nord dove non
si sentono ancora sicuri di farvi ritorno.
In Afghanistan ho fatto visita ai trentasei operatori umanitari
di INTERSOS che, in collaborazione con più di cinquecento
operatrici e operatori afgani, stanno contribuendo alla ricostruzione
del paese e al suo cammino di pacificazione e di sviluppo.
Anche oltre confine, nel vicino Pakistan, altri sei nostri
operatori e decine di operatori locali sono impegnati nell'organizzazione
dei campi dei profughi afgani che ancora non hanno potuto
fare ritorno a casa, fornendo loro assistenza, organizzando
i servizi sociali ed educativi, con particolare riferimento
ai bambini e alle donne.
Le difficoltà dell'Afghanistan, paese in stato di grande
povertà e arretratezza, sono molte, gravi e diffuse
in ogni regione e in ogni settore. La gestione democratica
del potere non è ancora consolidata ed i conflitti
rimangono acuti anche se latenti. Esiste il rischio che il
cammino appena avviato possa nuovamente bloccarsi. C'è
però nella gente una grande volontà di ripartire
e di ricostruire un futuro di pace e di libertà. Nelle
aree urbane ma anche in quelle rurali, dove prevalgono i ritmi
delle stagioni e la simbiosi con la durezza della natura,
dove si vive con il minimo essenziale alla pura sopravvivenza.
Questa popolazione corrisponde poco agli stereotipi che circolano
in occidente; è fiera di sé, del suo gruppo
etnico, delle sue tradizioni, vendicativa di fronte alle ingiurie
e alle offese, e contemporaneamente è profondamente
umana, disponibile, generosa, ospitale e fedele. Con essa
i nostri operatori stanno condividendo il difficile cammino
della speranza.
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