«Nessuno deve saperlo. Soprattutto non devono saperlo
gli americani». Maurizio Scelli racconta: «Avevo appena allacciato
i contatti con il Consiglio degli Ulema, con i fratelli Al Kubaysi, per tentare
di recuperare il corpo di Fabrizio Quattrocchi prima di cercare di ottenere
la liberazione degli altri tre ostaggi italiani, Agliana, Cupertino e Stefio.
Il tacere agli americani i nostri tentativi di liberare gli ostaggi fu una condizione
irrinunciabile per garantire lincolumità degli ostaggi e nostra,
che feci mia sin dal primo giorno, e che trovò daccordo, quando
gliela rappresentai, anche il sottosegretario Gianni Letta. A Baghdad, quando
si trattò di riportare in Italia le due Simone, Nicola Calipari, consapevole
di questa direttiva si raccomandò con me di non parlarne neppure al generale
Mario Marioli, italiano, vicecomandante delle forze alleate in Iraq che, invece,
fu informato dallo stesso Calipari delloperazione Sgrena». Lauto
sale per le valli del bellunese diretta a Cortina, dove Scelli, commissario
straordinario uscente della Cri, deve partecipare a un dibattito sull«intelligence»
organizzato dal giornalista-economista Enrico Cisnetto. Durante il viaggio Scelli
parla del suo Iraq: la missione umanitaria della Cri in una zona di guerra gli
ha consentito di conoscere da vicino l«area grigia» dei sequestratori
degli occidentali riconducibile ai «resistenti» sunniti contro linvasione
dellIraq. Scelli ricorda le trattative, i canali attivati, dà volto
e nomi ai mediatori che a partire da quel lunedì di Pasquetta, il 13
aprile del 2004, quando furono sequestrati i primi (quattro) italiani, si misero
in azione per ottenere il rilascio degli ostaggi. E la sua storia arriva ai
giorni nostri, al recupero dei resti del giornalista freelance Enzo Baldoni
e di Salvatore Santoro, litaliano residente a Londra ucciso il 16 dicembre
scorso in Iraq, e i cui resti sono tornati in Italia il 21 giugno scorso: «Una
vergogna, - commenta amareggiato Maurizio Scelli - la sua bara non era neppure
avvolta nel tricolore, come se si fosse trattato di un connazionale di Serie
B. Una bara restituita alla famiglia nella totale indifferenza delle istituzioni
e dei media...». [N_TITA]TRE BAMBINI SORDI[/N_TITA]
Ai resti di Santoro, il commissario della Cri è arrivato grazie a un
cittadino di Baghdad: «Un giorno - rivela - mi viene posto il problema:
ci sono tre bambini, Ahmed, Behjed e Uweis, nati sordi dalla nascita per via
del padre che ha sposato una cugina. Il padre è disposto ad aiutarci
a ritrovare i resti di Santoro. Oggi quei tre bambini sono ricoverati allunità
operativa di otochirurgia dellospedale di Padova, dove saranno sottoposti
al trapianto di un orecchio artificiale. La riabilitazione, invece, si svolgerà
in Giordania». Il racconto di Scelli è un insieme di aneddoti,
di particolari, di retroscena inediti. A un certo punto, il commissario Cri
fa ascoltare un messaggio ancora memorizzato nella segreteria del suo cellulare:
«Le voci diffuse sul nostro conto - dicono in inglese prima Simona Pari
e poi Simona Torretta - sono false. Noi stiamo bene, vi preghiamo di rispettare
i vostri impegni e di non scherzare con la nostra vita». Era il 23 settembre
e Maurizio Scelli stava trattando la loro liberazione. Quello stesso giorno
arrivò un comunicato via Internet che dava lannuncio che le due
Simone erano state uccise perché il governo Berlusconi non aveva rispettato
lultimatum, non aveva ritirato i militari da Nassiriya e fatto liberare
le donne detenute ad Abu Ghraib. Naturalmente Scelli, avendo avuta la prova
che le due Simone erano vive, tirò un sospiro di sollievo. La telefonata
delle due Simone era importante perché i sequestratori chiedevano al
commissario Cri, che aveva spiegato di agire in piena e totale autonomia dal
governo, di rispettare «gli impegni presi». [N_TITA]DUE CHECK-POINT[/N_TITA]
«I mediatori - ricorda oggi Scelli - ci chiesero di salvare la vita a
quattro presunti terroristi ricercati dagli americani, feriti in combattimento.
Loperazione non era facile: noi avevamo nellospedale di Baghdad
medici e personale pronto a intervenire, ma dovevamo riuscire a far arrivare
i feriti senza che gli americani ci scoprissero. Fuori dallospedale cerano
due check point Usa. Si trattava di aggirarli: facemmo uscire dallospedale
unambulanza e una jeep che ufficialmente andavano a consegnare dei medicinali.
In realtà i mezzi si diressero in un luogo convenuto per prelevare i
feriti. Nascosti sotto coperte e scatoloni di medicinali, i quattro terroristi
- tre, per le ferite riportate erano in condizioni disperate - furono operati
e salvati dai medici della Croce Rossa. E poi cera unaltra condizione:
dovevamo curare anche quattro loro bambini malati di leucemia che, se non ricordo
male, arrivarono in Italia il giorno dopo le due Simone». La storia delle
trattative per il rilascio degli italiani sequestrati in Iraq è segnata
sin dallinizio dalla nostra «diffidenza» nei confronti degli
alleati americani. Nel caso Sgrena-Calipari, la versione ufficiale italiana
dice che gli americani furono informati delloperazione mentre la giornalista
del manifesto veniva accompagnata allaeroporto. Scelli, che non fu protagonista
di questa fase finale, non smentisce questa versione. Ma insiste: «Che
gli americani non dovessero sapere - ricorda Scelli - fu una condizione inderogabile,
ripeto, postami da tutti gli interlocutori e mediatori iracheni. Una condizione
accettata e condivisa da palazzo Chigi sin dallaprile del 2004».
«Quando finalmente ci furono restituiti i resti di Fabrizio Quattrocchi
- ricorda Scelli - dopo che i convogli della Croce Rossa erano andati più
volte a Falluja e anche a Najaf, gli Al Kubaysi si dichiararono fiduciosi sulla
liberazione dei tre ostaggi. Il 5 giugno mi chiamarono: E fatta. Cè
un furgone Kia parcheggiato. Controllate gli occupanti e partite senza girarvi».
Come è noto, i tre italiani furono liberati insieme a un ostaggio polacco
dalle forze speciali americane: «Dovevano essere consegnati agli Ulema
e gli Ulema lavrebbero dati a noi. Ma poi andò diversamente: i
due carcerieri non parlavano neppure una parola dinglese e cera
un problema di comunicazione con gli ostaggi. Uno dei due ebbe la brillante
idea di farsi aiutare da un amico che masticava linglese. Caso volle che
si trattasse di un confidente degli americani che, naturalmente informati subito,
liberarono gli ostaggi....». [N_TITA]«NON DIRE NIENTE»[/N_TITA]
Alle due Simone, Scelli arrivò per caso e contro le indicazioni di tutti.
Questa volta fu direttamente Mohammed al Kubaysi - professore di diritto islamico
alluniversità di Baghdad, vicepresidente del Consiglio degli Ulema,
il personaggio più autorevole e influente del Consiglio - a interrogare
il medico iracheno amico del commissario della Cri, Nawar: «Ma Scelli
è interessato alle due italiane?». Scelli chiama Letta: «Cè
una diffusa ostilità nei tuoi confronti, mi dice Letta. Solo Fabio Alberti,
di Un Ponte per, lassociazione umanitaria di riferimento delle
due Simone, può darti lok. Vado da Alberti, in piazza Vittorio,
e ascolto il suo grande rifiuto. Io intanto ricevo i messaggi delle due Simone
sul mio cellulare. Al secondo messaggio vado da Letta. Lo ascolta, mi dice:Vai
avanti e non dire nulla a nessuno. Quel giorno, quando il problema è
ormai garantire al massimo la sicurezza per il rilascio e il recupero delle
due Simone, palazzo Chigi mi affida a Nicola Calipari. Nicola fu davvero straordinario,
assumendosi responsabilità contro la volontà dei suoi stessi superiori.
Era accaduto che le modalità di rilascio delle due ragazze erano mutate:
io e Nawar avremmo dovuto trovarle al parcheggio dellaeroporto e invece
trovammo due emissari che ci volevano portare in una località sconosciuta.
Calipari chiese lautorizzazione al direttore del Sismi, Nicolò
Pollari, che la negò: Annullate loperazione, è una
trappola, vogliono sequestrare Scelli. Attimi di incertezza, di tensione
e alla fine Nicola capì che doveva lasciarci andare. Passarono sei ore
drammatiche, noi fummo sequestrati ma alla fine le due Simone tornarono a casa».
Anche per Giuliana Sgrena la Croce rossa si attivò. Stava lavorando per
ritrovare i resti di Enzo Baldoni (in questi giorni è arrivata la conferma
che un campione di ossa è compatibile con il dna di Baldoni) quando si
«materializzò» la voce della giornalista de il manifesto
sul cellulare di Nawar. Il manifesto, come un Ponte per
nel caso delle due Simone, respinse lofferta di aiuto di Scelli. Calipari
stava già trattando e portando a termine la sua missione. Al prezzo della
sua vita.