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"Era notte quando ci hanno attaccato. Sparavano dalle macchine, cadevano le bombe. Era terribile. Mi sono messa mio figlio piccolo sulla schiena e sono scappata. Ci sparavano dietro e non mi sono accorta che avevano colpito il bambino. Una donna che correva al mio fianco mi ha detto : "Guarda che tuo figlio sanguina: forse sta male ! ". Mi sono fermata ed ho capito che era morto. Ma loro mi hanno raggiunta, mi hanno strappato il bambino e lo hanno gettato in terra. Mi hanno portato via con altre sei donne. Per tre giorni siamo state violentate e picchiate……poi ci hanno lasciato andare." (Kathuma). "Quel giorno mia madre aveva appena partorito il mio fratellino. I Janjaweed hanno ucciso lei, mio fratello ed altri tre bambini piccoli. Mamma era ancora in terra sulla stuoia. Poi ci hanno portato via: tutte le ragazze. Anche bambine piccole di otto, nove e dieci anni. Ci hanno picchiate e violentate. Poi quando si sono stancati ci hanno lasciate andare via, nude ed affamate. Come molte altre sono rimasta incinta. Ogni volta che guardo mio figlio, ricordo quello che ci hanno fatto, i giorni di paura. Ma non odio il mio bambino: l'amore di una madre è naturale. E' più forte della violenza." (Radiya)

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Kathouma e Radiya sono poco più che bambine. Da mesi vivono nel campo di Djabal, in Ciad, dove sono giunte dopo una lunga fuga dal Darfur. Djabal è un campo di accoglienza aperto all'inizio dell'anno da Intersos, dove vivono più di quindicimila rifugiati. Circa duecentomila persone sono fuggite in Ciad: da violenze, guerra, soprusi. Fuggite dall'inferno del Darfur,"la peggiore crisi umanitaria in atto", come l'ha definita Kofi Annan. Oltre un milione invece le persone sfollate all'interno del Darfur, in fuga di villaggio in villaggio, alla ricerca di sicurezza, cibo, acqua.
Nel febbraio di quest'anno Intersos avvia i primi interventi di emergenza in collaborazione con l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: crea due campi di accoglienza nella regione sud-orientale del Ciad, dove finalmente i profughi trovano protezione, cibo, ma soprattutto la speranza di vivere. Piccole città si creano dal nulla in area semi desertica e nascono il comitato degli anziani, il gruppo delle donne, le attività per i bambini. Su un totale di trentaquattromila rifugiati nei campi di Goz Amir e Djabal l'ottanta per cento della popolazione è composta da donne e bambini che portano sulla loro pelle, ancora evidenti, i segni della violenza.
Dieci operatori umanitari che, coordinando l'attività dell'ottimo personale ciadiano, hanno sviluppato gli interventi di distribuzione, animazione, fornitura di acqua potabile, educazione scolastica a favore dei rifugiati, oltre a quelli in favore della popolazione autoctona che ha dovuto subire il peso di questa presenza dividendo con i rifugiati il poco cibo disponibile, le sorgenti d'acqua e le abitazioni. Con il sostegno di Echo, l'Ufficio Umanitario della Commissione Europea, vengono creati nuovi pozzi e distribuiti attrezzi agricoli.
Nel frattempo la situazione degenera all'interno del Darfur, in Sudan: la popolazione civile in fuga si ammassa in siti senza alcuna forma di protezione e assistenza, le epidemie dilagano. Si avvicina la stagione delle piogge. Le Nazioni Unite lanciano sempre più forte l'allarme: oltre un milione di persone rischiano di morire nel disinteresse e nel silenzio internazionale. Intersos avvia un dialogo con le autorità sudanesi, richiedendo visti per il personale internazionale ed accesso alle regioni più remote del Darfur. Solo in giugno abbiamo le autorizzazioni e apriamo una base operativa ad Al Geneina, capitale del Darfur occidentale. Da subito è evidente la vastità del problema e le difficoltà per affrontarlo: aree inaccessibili a causa delle piogge ormai iniziate, centinaia di migliaia di persone ammassate che necessitano di tutto, scontri in atto ed attacchi al personale umanitario, difficoltà nei trasporti, assenza totale di infrastrutture.
Stabiliamo le priorità e ci coordiniamo con le altre organizzazioni umanitarie. Con la collaborazione della Cooperazione Italiana organizziamo un ponte aereo per trasportare alimenti ad alto contenuto proteico, teli di plastica, generi di prima necessità, automezzi fuoristrada per raggiungere le aree più lontane, gruppi elettrogeni, cisterne gonfiabili e contenitori per l'acqua ed altro necessario ad essere pienamente operativi in una realtà complessa come quella del Darfur.
Due obiettivi: raggiungere i profughi nelle aree più remote ed inaccessibili ed avviare interventi su larga scala per limitare il dilagarsi di epidemie, in particolare l'epatite-E, che già stanno decimando la popolazione ed in particolare quella infantile.
Alle operazioni hanno partecipato finora tredici operatori umanitari che hanno aperto basi ad Habila, Forobaranga, Garsila, Bindizi, a sud di Geneina. Nomi sconosciuti, villaggi remoti nei quali aleggia la paura. Alle persone raggiunte manca tutto: cibo, acqua potabile, coperte, medicinali. Ma ciò che cercano soprattutto è sicurezza, protezione. Lo si capisce dai racconti delle donne fuggite, lo si legge negli occhi dei bambini, nelle mani degli anziani. Ed è così che gli aiuti diventano al contempo strumento di risposta ai bisogni fondamentali, possibilità di dialogo e conoscenza, nuova speranza, tutela. Gli operatori di Intersos in questi mesi hanno coordinato e realizzato la costruzione di migliaia di latrine (indispensabili per lottare contro le epidemie), distribuito tonnellate di aiuti, posto le condizioni per il futuro ritorno dei profughi alle loro case, stabilito un rapporto di amore, stima e fiducia.
Vitale è anche il costante dialogo con le autorità locali che si sentono man mano coinvolte: dalla Commissione umanitaria governativa, ai capi villaggio, ai leaders religiosi, ai ministeri. Oltre a portare aiuto immediato alle persone colpite, un'organizzazione umanitaria deve infatti sostenere percorsi di dialogo tesi alla riconciliazione e alla pace.

Lucio Melandri
Intersos

 


 

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