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SOMALIA
TRA UMANITARISMO,
POLITICA E AZIONE MILITARE
Una riflessione sull'azione umanitaria e sull'intervento
armato delle Nazioni Unite in Somalia
(di Nino Sergi, settembre 1997)
La Somalia è tornata alla ribalta in Italia particolarmente
durante questi mesi estivi: prima con le notizie giornalistiche
delle torture e degli stupri da parte di alcuni militari italiani
durante l'operazione internazionale di pace, poi con l'indagine
e con la relazione della Commissione nominata dal Presidente
del Consiglio. Non vogliamo qui riprendere quei fatti con
le polemiche che ne sono scaturite: la magistratura continuerà
l'approfondimento delle indagini e colpirà i colpevoli,
speriamo nel modo più severo possibile; riportiamo
solo il comunicato stampa che, sulla base della nostre conoscenze
dirette, abbiamo sentito il dovere di diffondere. Vogliamo
invece proporre un'analisi e una riflessione su quanto è
avvenuto in quel Paese tra il 1992 e il 1995. Essendo stati
presenti, in quanto organizzazione umanitaria, durante tutto
il periodo dell'operazione militare delle Nazioni Unite, ed
essendo ancora oggi operativi in alcune regioni centrali e
meridionali della Somalia, pensiamo di poter dare un piccolo
contributo alla riflessione su quanto è avvenuto, cercando
di trarne insegnamenti per il futuro.
Fame e caos
La fame c'è stata davvero in Somalia. Che le immagini
giunteci durante tutto il 1992 siano state date in pasto all'opinione
pubblica mondiale anche in modo calcolato, per ottenere l'indispensabile
sostegno alla decisione dell'intervento militare, nulla toglie
alla drammaticità di quella situazione, derivata insieme
dalla siccità e dalla guerra civile e clanica.
Si è da più parti cercato di far passare il
messaggio che la fame sia cessata grazie all'intervento militare
della Forza internazionale. Non è assolutamente vero.
Il 15 dicembre '92 ero a Baidoa, la cittadina simbolo di quella
tragedia dove, ancora fino alla metà di novembre, squadre
fisse di seppellitori interravano ogni giorno decine di morti,
nonostante l'arrivo di tonnellate di viveri. I contingenti
militari americano e francese vi erano giunti tre giorni prima,
e la loro attività in quei giorni era innanzitutto
quella logistica, per installarsi al meglio nell'area dell'aeroporto.
I contingenti militari hanno trovato Baidoa già fuori
pericolo, grazie allo sforzo dei volontari di una decina di
organizzazioni umanitarie (francesi, irlandesi, americane,
inglesi, in particolare) che da mesi erano presenti a distribuire
viveri e aiuti anche in appoggio alle Agenzie internazionali,
provvedendo inoltre alle cure mediche e ai centri nutrizionali.
L'esempio di Baidoa vale anche per il resto della Somalia.
L'intervento militare delle Nazioni Unite sembrava comunque
necessario. Non certo quella forma spettacolare e ridicola
in cui è avvenuto lo sbarco dei primi marines americani
nel dicembre '92; né quel ridursi nella seconda metà
del '93 ad un continuo e provocante svolazzare di elicotteri
nei cieli di Mogadiscio per piombare su bersagli quasi sempre
sbagliati e per diventare infine a loro volta bersagli facili
da colpire; né quella presenza immobile, muta, senza
iniziativa, di alcuni contingenti del Terzo mondo, senza dubbio
più ubbidienti di quello italiano, ma spesso usati
e sacrificati, dato il "minor valore politico" della
loro vita.
La situazione che i Somali stavano subendo, durante e dopo
la grande fame, era l'occupazione del territorio - dei diversi
spezzoni di territorio - da parte di bande armate. Che facessero
più o meno capo alle varie fazioni in lotta poco importa.
Erano queste bande che impedivano, con continui furti, la
distribuzione degli aiuti, che condizionavano fino al ricatto
e la minaccia di morte organizzazioni internazionali come
la Croce Rossa, che taglieggiavano la gente ai vari blocchi
stradali o nei villaggi, che uccidevano per poco o per nulla.
Erano ancora queste le bande che rubavano, rubavano e continuavano
a rubare, spinte da quella volontà di rivalsa rispetto
all'ostentazione del benessere e del privilegio di una città
come Mogadiscio che nel 1990 accoglieva da sola un terzo della
popolazione della Somalia, creando uno squilibrio rivoltante,
alimentato dall'uso della forza e della violenza da parte
del signore Siad Barre. Erano sempre queste bande che, utilizzando
talvolta in modo solo strumentale il messaggio islamico integralista,
con l'appoggio delle armi si erano impadronite di città
o di territori. Quelli che sono stati chiamati a torto o a
ragione i "signori della guerra" le hanno utilizzate,
di esse si sono fatti forti, troppo spesso senza distinguere
tra miliziani e banditi, dando così spazio alla più
sfrenata follia distruttiva.
La dimensione militare e quella umanitaria
Purtroppo all'operazione militare delle Nazioni Unite sono
mancate alcune premesse fondamentali, e soprattutto:
a) la conoscenza della situazione, della mentalità
della gente, della realtà derivata dagli anni della
dittatura e dalla guerra civile, delle dinamiche che si erano
sviluppate, degli attriti tra i clan, del reale peso delle
forze in campo;
b) la definizione di chiari obiettivi e di una precisa strategia,
con conseguenti azioni diplomatiche e militari concordate
e coordinate.
Si è pensato più a un'operazione di immagine
che a portare la pace. "Restore Hope, Ridare speranza",
è stata chiamata. Ma ai somali è sembrata una
finzione. Non è stata un'operazione sincera, né
poteva esserlo. L'ONU si è trovata, e continua ancora
a trovarsi, impreparata di fronte al nuovo ruolo che la storia
le ha assegnato. Si è voluto fare di un'operazione
militare un'operazione umanitaria, senza rendersi conto della
contraddizione e inconciliabilità tra l'azione militare
e l'azione umanitaria. La prima può essere anche a
supporto dell'altra, ma non potrà mai - se vengono
impiegate le armi - trasformarsi in essa. In Somalia abbiamo
conosciuto e apprezzato militari umanamente molto sensibili,
generosi, pronti a fare tutto pur di rendersi utili alla gente,
da semplici soldati a generali. Ma questo non trasforma né
potrà mai trasformare gli strumenti di morte in strumenti
umanitari.
Le missioni internazionali di pace, sia quelle finalizzate
a crearne le condizioni che quelle per mantenerla e rafforzarla,
non possono essere paragonate agli interventi degli eserciti
nazionali durante le catastrofi naturali, quali i terremoti
o le alluvioni. Contrariamente a questi ultimi che avvengono
normalmente senza armi, esse sono di ben diversa natura e
il "fattore armi" deve assumere il ruolo preminente
quand'anche non si dovesse sparare un solo colpo, pena l'inefficacia
e l'inutilità dell'intervento. Su questo punto non
ci deve né ci può essere ambiguità. Di
operazioni "Pellicano" (nella quale l'esercito italiano
ha provveduto senza armi alla distribuzione in Albania di
aiuti alimentari con la sola protezione della polizia albanese)
ce n'è stata una, in condizioni particolarmente favorevoli
e probabilmente irripetibili, ed è stato un tentativo
ben riuscito ma indubbiamente un po' azzardato. Sulla validità
di altre operazioni disarmate di mantenimento della pace delle
Nazioni Unite, i dubbi più seri vengono proprio dai
militari che ne sono stati attori, non pochi dei quali hanno
evidenziato paura e talvolta preferenza a rimanere chiusi
nei propri accampamenti protetti, piuttosto che correre rischi
girando sul territorio.
Quello in Somalia è stato comunque il primo grande
tentativo di "pacificazione forzata", dettata da
ragioni umanitarie, da parte della Comunità internazionale
nel nuovo contesto mondiale venutosi a creare dopo il crollo
dell'Unione Sovietica. Il precedente del Kuwait ha avuto infatti
una valenza ben diversa, essendosi formalmente trattato di
far fronte ad un'aggressione su richiesta del paese aggredito.
Di fronte a decine di migliaia di persone colpite dalla fame
e dalle conseguenze della guerra, di fronte al caos istituzionale
e al banditismo, si è giustamente invocato il dovere
di ingerenza umanitaria, senza però soppesare il livello
di preparazione per potere esercitare o meno nel dovuto modo
tale dovere. Il relativamente facile e rapido precedente del
Kuwait e una superficiale e falsa valutazione della situazione
in Somalia hanno fatto intravedere alle Nazioni Unite, e agli
Stati Uniti in particolare, quella facilità e rapidità
che sarebbero potute servire da prova e forse da modello per
altri interventi del genere. Il nuovo ruolo della Comunità
internazionale era tracciato. L'ingerenza umanitaria appariva
una chiave per risolvere decine di conflitti nel mondo, o
forse anche, molto più semplicemente ed egoisticamente,
per superare problemi di ordine interno.
L'ONU deve fare ancora un lungo cammino, deve crescere in
questo nuovo contesto mondiale, deve capire il suo nuovo e
grande ruolo, deve soprattutto volerlo assumere e prepararvisi.
Siamo ancora ben lontani purtroppo, anche perché chi
può decidere non mostra ancora alcun segno di volerlo
realmente fare.
Alcuni errori dell'operazione "Restore hope"
L'operazione "Ridare Speranza" è partita
male, guardando più ai giornalisti occidentali che
non alla popolazione somala, e si è conclusa ancora
peggio, con una profonda umiliazione. È sembrato inoltre
che i vari contingenti internazionali andassero in ordine
sparso, in un paese del tutto o in gran parte sconosciuto,
con la partecipazione di un alto numero di militari, impegnati
però solo per quel minimo necessario a giustificare
la loro presenza e a garantire al tempo stesso il ritorno
a casa di tutti. Nessuno vuole dei morti, certo, ma se si
lancia un'operazione militare per portare la pace in un paese,
operazione d'altronde non richiesta, occorre avere chiare
e affrontare fino in fondo tutte le conseguenze, compresa
la morte di qualcuno. È doloroso e grave affermarlo,
ma ci sembra ancora più grave continuare a far finta
di niente e a ingannare la pubblica opinione.
Già alla fine del '92 si potevano intravedere in Somalia
alcuni segnali positivi, che occorreva saper cogliere perché
carichi di speranza per un futuro migliore. La gente nelle
campagne aveva ricominciato a coltivare i campi e già
i nuovi raccolti si potevano prendere in mano e toccare con
gioia: pannocchie di mais che stavano maturando, cipolle,
pomodori, peperoni, varie qualità di frutta. Si annunciava
un'annata molto buona. Gran parte della popolazione era stanca
e stufa di anni di sofferenze. Non poche anche le persone
impegnate che, passate attraverso esperienze dolorose quali
la perdita del coniuge o dei propri figli, dei propri beni,
della propria casa, guardavano al passato solo per dire basta
e per costruire un futuro migliore, prendendo con coraggio
le distanze dai "signori della guerra", superando
le divisioni tribali, rischiando personalmente.
Da un lato il caos distruttivo e dall'altro energie e volontà
da sostenere e da aiutare. Un aiuto dall'esterno era indispensabile.
Ecco quindi la necessità di un intervento delle Nazioni
Unite, l'organizzazione più legittimata. Mettere fine
al caos, disarmare subito con efficace severità e con
l'utilizzo della forza quando necessario, favorire soluzioni
politiche aiutando l'emergere di forze sane e desiderose di
pace: questi erano gli obiettivi che gli stessi somali erano
pronti ad appoggiare.
Ma la superficialità, l'indecisione, la mancanza di
strategia, l'incapacità e gli errori dell'UNOSOM (sarebbe
più esatto dire degli Americani, che comandavano la
missione delle Nazioni Unite) hanno reso in definitiva le
bande più forti, più scaltre, proprio perché
consapevoli di queste debolezze e contraddizioni. Per non
parlare poi degli ingenti flussi finanziari giunti dall'esterno
e usati senza il dovuto discernimento che hanno ulteriormente
contribuito al rafforzamento delle fazioni, della corruzione,
dei furti, della circolazione delle armi.
Si è confusa infine Mogadiscio con la Somalia, e anche
i mezzi di informazione sono caduti in questo errore, dando
a quel poco che restava di questa città distrutta,
di questa capitale fantasma senza Stato, un'importanza esagerata
e deviante. Sono state invece ignorate zone che non hanno
conosciuto la guerra o che comunque avevano raggiunto un sufficiente
grado di stabilità, forse ancora precaria ma proprio
per questo da appoggiare con interventi di ricostruzione e
di sviluppo, certamente meno costosi delle inefficaci azioni
militari su Mogadiscio (basti pensare che ai soli Stati Uniti
questa operazione militare è costata 7 miliardi di
lire al giorno, e all'Italia 1 miliardo al giorno). 'Ali Mahdi
e 'Aidid sono così diventati i signori della Somalia,
in quanto punto di riferimento dell'UNOSOM, odiati o apprezzati,
temuti o combattuti a momenti alterni, facendo così
cadere le Nazioni Unite nella trappola delle lotte intestine.
Visto l'insuccesso, tutti i contingenti militari se ne sono
tornati a casa, fuggendo in modo umiliante, e ancora una volta
senza che la Comunità internazionale si sia interrogata
con attenzione su cosa è stato fatto e cosa si sarebbe
dovuto e potuto fare. Pare proprio che non importi valutare
la situazione, partendo dagli errori commessi e identificando
le necessità vere. Gli interessi sono altrove; sono
interessi che rispondono soprattutto a esigenze di politica
interna dei singoli paesi, come è stato per la decisione
stessa dell'intervento alla fine del '92 e come purtroppo
è stato confermato - è bene evidenziarlo - negli
anni successivi per la vicenda bosniaca.
Uno Stato, e ancor più un esercito, non è e
non può trasformarsi in un'organizzazione umanitaria.
A meno di dare all'"umanitario" un significato diverso
e fuorviante, è impossibile fare coincidere missioni
militari di pace e missioni umanitarie: si tratta di cose
ben distinte ed è bene che lo rimangano, salvaguardando
ciascuna la propria utile specificità. Simili pretese,
dalla bocca dei politici di casa nostra o delle grandi potenze
mondiali, rimangono sterili, devianti e pericolose affermazioni,
al di là delle pur possibili sincere intenzioni di
chi le fa proprie.
L'umanitarismo per il ritorno alla normalità e alla
pace
Essermi soffermato su questi aspetti serve a capire in quale
contesto e con quali precisi obiettivi si sia situato l'intervento
umanitario di un'organizzazione come INTERSOS in Somalia,
dal dicembre '92 in poi. Non si è trattato più
di sfamare la gente, ma di entrare con un'azione di solidarietà
in una situazione di conflitti acuti e al tempo stesso in
un processo politico, difficile e contraddittorio, cercando
di portarvi un messaggio di pace, di speranza, di aspirazione
alla normalità della vita, dimostrando, con l'azione
svolta, che ciò poteva essere possibile e che ne valeva
la pena, e appoggiando tutto ciò che si stava muovendo
in questo senso. L'intervento umanitario in una situazione
di conflitto come quella somala si doveva quindi inserire
in quel difficile processo politico; non poteva rimanere un
intervento neutro, proprio perché si integrava pienamente
in quel processo come contro-tendenza, come messaggio di pace,
di speranza.
Portare alla gente un messaggio di pace, di desiderio di riprendere
la normalità della vita, quella familiare, sociale,
produttiva, significa anche pensare l'intervento umanitario
di emergenza come il primo momento di un processo di ricostruzione
e di sviluppo. Pur essendo limitato nel tempo, un simile intervento
deve fin dal suo nascere avere dinanzi a sé chiari
i suoi possibili sviluppi futuri, altrimenti avrebbe davvero
ben poco senso, forse quello della testimonianza, ma sarebbe
certamente troppo poco. Pensare a un processo di pace in Somalia
senza al tempo stesso pensare ad un processo di ricostruzione
e di sviluppo, della gente ovviamente, ma anche delle istituzioni
ove possibile, è un'impresa che, a parere nostro, non
può avere successo.
Cinque sono i pilastri fondamentali su cui si è basata
l'azione di INTERSOS:
1) coinvolgere il più possibile, sostenendole quindi,
forze somale sane, desiderose di pace, nella convinzione che
solo nascendo dall'interno la pace può essere vera
e duratura;
2) con gli interventi trasmettere alla gente la convinzione
che si può ritornare alla normalità della vita,
alla normalità dei rapporti familiari, sociali, produttivi;
è infatti solo riprendendo con convinzione la quotidianità
della vita, con i suoi gesti, i suoi progetti, le sue aspirazioni
e speranze, e con il consolidamento dei risultati man mano
raggiunti, che un processo di pace può rafforzarsi
ed essere difeso dalla gente stessa;
3) concepire gli interventi come risposta immediata a bisogni
urgenti ma anche e al tempo stesso come punto di partenza
per processi di ricostruzione e di sviluppo di lunga durata:
intervenire cioè nell'oggi guardando al domani;
4) grande attenzione a non favorire, con gli interventi umanitari,
il rafforzamento del potere di una fazione rispetto a un'altra;
5) esprimere solidarietà, entrando, per quanto possibile
e con spirito di fratellanza, in sintonia con la gente, portando
coraggio, speranza.
In quella situazione di estrema emergenza, dove tutto era
stato distrutto o saccheggiato, dove più nulla funzionava,
dove alla morte per fame dei mesi precedenti seguiva la mancanza
di ogni cura medica, i primi interventi di INTERSOS sono stati
indirizzati alla riattivazione di alcuni centri ospedalieri.
Per la gente si trattava di ritornare a preoccuparsi del proprio
corpo, della propria salute, di quella dei propri figli e
dei propri cari, di curarsi e di stare bene. Ci è sembrato
importante, anche come segno concreto di ritorno alla normalità.
Due ospedali sono stati quindi riattivati con rapidità,
con la presenza a turno di una quindicina di volontari medici
e infermieri, in un intervento durato da gennaio a settembre
'93.
Il primo, l'ospedale distrettuale di Jalalaqsi, costruito
dalla Cooperazione italiana nella regione Hiran alla fine
degli anni '80, era stato completamente saccheggiato fin dai
primi giorni della guerra civile: erano rimasti solo i muri,
nudi, spogli di ogni cosa. Dopo il primo mese a fianco del
personale medico del contingente militare italiano che ha
meritoriamente provveduto al primo prezioso riavvio dell'ospedale,
i volontari di INTERSOS hanno garantito il funzionamento dell'intera
infrastruttura ospedaliera, con circa 3000 visite ambulatoriali
mensili, una possibilità di ricovero di trenta letti,
di cui venti per la pediatria, un servizio di piccola chirurgia,
un servizio di ostetricia, una dotata farmacia. Sono state
coinvolte le autorità tradizionali locali, cercando
di far superare conflitti ancestrali tra le varie etnie presenti
nel distretto: un lavoro difficile, ma prezioso e positivo,
nonostante i limiti e gli insuccessi che non sono mancati.
Il secondo, l'ospedale regionale di Merca, nel Basso Scebeli,
anch'esso saccheggiato durante la guerra civile. Un accorato
appello da parte dei Notabili e degli Anziani, molto legati
all'Italia fin dall'epoca dell'amministrazione fiduciaria,
e una diretta constatazione delle necessità, ci hanno
convinti dell'importanza di riprendere in mano quel che rimaneva
delle attività ospedaliere, cercando di svilupparle
e di garantirne la continuità per il futuro. Merca
e i suoi abitanti lo meritavano. Già alla fine del
'92 si poteva leggere sui muri della città: we want
peace, help help help, vogliamo la pace, aiuto aiuto aiuto.
C'era il desiderio e la volontà di farla finita con
la guerra e la violenza e di riprendere la vita sociale, culturale,
produttiva.
Tra aprile e settembre si è così provveduto
a 900 ricoveri, 4000 prestazioni di pronto soccorso, 12000
visite ambulatoriali, 300 interventi di chirurgia, 90 parti.
La continuità delle due strutture ospedaliere è
stata garantita nei mesi seguenti da due organizzazioni italiane
più specializzate nei programmi di lungo periodo, il
CEFA per Jalalaqsi e il COSV per Merca, che ancora oggi, superando
difficoltà talvolta molto pesanti, sono ivi impegnate
con proprio personale volontario e con personale somalo che
ha dimostrato e continua a dimostrare grandi capacità
e grande senso di responsabilità.
Un terzo intervento, sempre volto ad affrontare una situazione
d'emergenza per trasformarla in ritorno alla vita normale,
stabile e duratura, è consistito nell'accompagnamento
di decine di migliaia di sfollati dai precari campi di raccolta
di Mogadiscio ai loro villaggi di provenienza. Si trattava
di più di 200.000 persone che avevano "invaso"
Mogadiscio tra il '91 e il '92 in cerca di cibo, spinti dalla
grande fame di quel periodo. Con la fine della carestia, diventava
necessario aiutarli a ritornare nei propri villaggi per riprendere
la vita produttiva e riallacciare i legami familiari. La presenza
di tante persone, tra cui bambini e adolescenti, ammassate
in pochi spazi, senza lavoro e senza reddito, rappresentava
anche una delle fonti di quel banditismo che rendeva e rende
ancora Mogadiscio invivibile e insicura.
Si è agito in modo tale da garantire la massima dignità
a questo ritorno e una calorosa accoglienza all'arrivo nei
villaggi. Si è infatti proceduto, nei campi di sfollati,
al censimento di quanti desideravano tornare a casa e successivamente,
nei villaggi di origine, alla verifica della veridicità
della provenienza, preparando al tempo stesso il terreno favorevole
all'accoglienza da parte della gente. Gli sfollati sono stati
dotati di cibo, sementi, attrezzi per i lavori agricoli e
per la vita domestica, in modo tale da garantire l'immediato
inserimento attivo nel villaggio. Il trasporto è avvenuto
anche grazie all'aiuto del contingente militare italiano che
ha messo a disposizione i propri camion e ha garantito la
sicurezza per tutto il primo periodo. In alcuni villaggi si
è inoltre provveduto alla ripresa delle attività
scolastiche, dopo ben tre anni di mancanza di istruzione.
Gli attrezzi per i lavori agricoli e quelli per la vita domestica
sono stati acquistati presso artigiani somali della cintura
periferica di Mogadiscio, procurando così occasioni
di lavoro e di reddito.
Dall'aprile '93 al dicembre '94, sono state in questo modo
accompagnate a casa, nei propri villaggi distanti tra i 50
e i 700 chilometri, ben 36.308 persone, pari a 7.765 famiglie,
di cui circa 20.000 bambini. Una cinquantina i viaggi e ottocento
i camion utilizzati. Un gruppo di donne somale, in particolare,
ha collaborato attivamente ed efficacemente con i nostri volontari;
donne che hanno vissuto molte sofferenze fisiche e morali,
e forse proprio per questo decise a costruire una Somalia
diversa, superando le divisioni claniche e le fazioni politiche
e favorendo il dialogo e lo sviluppo.
Nell'estremo sud del paese, la scarsa presenza di organizzazioni
umanitarie ci ha spinti tra il '93 e il '94 a dare alcune
risposte a bisogni urgenti nella regione del Basso Giuba,
a Gelib. Si è trattato di fornire acqua ad alcuni villaggi,
di aiutare il dispensario per i lebbrosi, di riparare alcuni
edifici scolastici, di riparare spezzoni degli argini del
fiume Giuba che altrimenti avrebbero provocato gravi inondazioni
con l'inizio della stagione delle piogge e la conseguente
piena. Anche qui l'intervento era volto a creare le condizioni
indispensabili per il definitivo ritorno della popolazione
fuggita durante la guerra.
Con l'abbandono della Somalia da parte del contingente militare
italiano nel marzo '94 INTERSOS, su richiesta del generale
C. Fiore, ha accettato di sostituire il personale medico militare
e le infermiere della Croce Rossa Italiana a Jowhar e a Mogadiscio,
in modo da garantire continuità alla meritevole opera
intrapresa dal Comando militare italiano con l'attivazione
di un ospedale regionale nel capoluogo del Medio Scebeli e
di un poliambulatorio nella capitale. Mentre quest'ultimo,
dopo nove mesi di difficile gestione, è stato poi da
noi lasciato alla totale responsabilità del personale
medico e paramedico somalo, l'ospedale di Jowhar - con un
appendice fino all'ambulatorio di Balaad, poco più
a sud - continua ad essere seguito da alcuni volontari di
INTERSOS che lavorano in stretto legame con un gruppo di medici
e infermieri somali che sono stati man mano inseriti, valorizzati
e formati. Si tratta di una realtà ospedaliera tra
le meglio funzionanti oggi in Somalia, con i servizi di chirurgia,
ostetricia, pediatria, medicina generale, oculistica, radiologia,
e con cento posti letto. Un servizio di ambulatorio riceve
mediamente 150 persone al giorno, mentre una curata farmacia
viene periodicamente rifornita da Nairobi secondo le necessità.
Corsi di formazione per il personale paramedico somalo sono
programmati e realizzati a cadenza semestrale.
Si è garantita la continuità anche alla scuola
primaria aperta dalle Crocerossine italiane (l'unica funzionante
a Jowhar) per sviluppare più recentemente un vero e
proprio programma di riattivazione del sistema scolastico
nella regione.
Infine, nella regione sud-occidentale del Ghedo, in collaborazione
con le autorità locali, abbiamo avviato un programma
di sostegno ai profughi somali ritornati dal Kenya, assegnando
loro terreni per l'agricoltura e fornendo sementi, attrezzi
agricoli e assistenza tecnica.
Dipende molto dalle diverse situazioni di crisi che dobbiamo
affrontare, ma ogniqualvolta è possibile, come lo è
stato in Somalia, INTERSOS con l'intervento di emergenza cerca
di creare le premesse per l'avvio della fase immediatamente
successiva della riabilitazione e dello sviluppo. In Somalia
il nostro intervento è stato ed è volto a riattivare
ciò che è stato reso inattivo, a dare speranza,
a consolidare la convinzione che è possibile uscire
dalla crisi, a mostrare che è molto meglio il ritorno
alla normalità della vita rispetto alla drogata sensazione
di potere che danno le armi, a dire che siamo lì con
loro, anche nei momenti di difficoltà, per dare una
mano e per dimostrare che la pace è possibile.
Tutto ciò è stato realizzato grazie alla fiducia
e ai finanziamenti ricevuti principalmente dai molti sostenitori
privati, dal Fondo dell'Otto per mille della Conferenza Episcopale
Italiana, dalla Caritas italiana, dall'Unione Europea (ECHO
- l'Ufficio umanitario - e la Direzione generale per lo sviluppo),
e grazie alla preziosa ed efficiente collaborazione del contingente
militare italiano in Somalia.
Le organizzazioni umanitarie e il Governo italiano
Con l'avvicinarsi dell'ingloriosa fine dell'intervento militare
delle Nazioni Unite, il Governo italiano nel settembre '94
decide di chiudere la propria rappresentanza diplomatica a
Mogadiscio e invita tutte le organizzazioni umanitarie italiane
a lasciare la Somalia "per ragioni di sicurezza",
interrompendo al contempo ogni finanziamento ai programmi
di aiuto. Se la prima misura era politicamente scontata, la
seconda ci è sembrata non solo incomprensibile ma anche
inaccettabile. La reazione delle organizzazioni umanitarie
e dei propri volontari è stata immediata. Dopo decenni
di impegno italiano per lo sviluppo di quel Paese, dopo la
profusione di centinaia di miliardi di lire per la realizzazione
delle più svariate opere e forniture, dopo la partecipazione
militare all'operazione delle Nazioni Unite, dopo aver appoggiato
e finanziato una presenza qualificata di organizzazioni umanitarie
italiane tra il '93 e il '94, questa drastica decisione di
totale abbandono ci sembrava affrettata, superficiale e politicamente
scorretta, oltre che inaccettabile dal punto di vista umanitario.
In una lettera indirizzata il 5 ottobre al ministro degli
Esteri on. Martino, con copia alle commissioni Esteri di Camera
e Senato, le organizzazioni umanitarie italiane operanti in
Somalia (CEFA, CISP, COSV, COOPI, INTERSOS, LVIA, Africa '70)
facevano notare come, pur nella continuità di una situazione
confusa e instabile, occorreva guardare con attenzione alla
diversa evoluzione tra regione e regione. Alcune, come il
Medio Scebeli e il Nordovest, pur in modo problematico, si
stavano infatti organizzando amministrativamente e politicamente,
dando vita a nuove forme di autonomia regionale e di controllo
del territorio che avrebbero forse potuto costituire un importante
punto di riferimento a livello nazionale. Altre regioni stavano
tentando di perseguire, per via politica, accordi di pacificazione.
Agli occhi delle organizzazioni umanitarie tali sforzi andavano
assolutamente e immediatamente sostenuti. Che l'Italia si
disinteressasse della Somalia proprio in quel momento, abbandonandola
al proprio destino, dopo essere stata così presente,
dopo avere perso delle vite umane civili e militari oltre
che speso centinaia di miliardi, ci sembrava un grave errore.
Con fermezza veniva quindi affermata la volontà di
non seguire le indicazioni provenienti dal ministero e di
continuare ad essere presenti, anche senza l'appoggio del
Governo italiano. Nella lettera al Ministro si leggeva infatti:
"Indipendentemente dalle scelte che il Governo vorrà
operare, le organizzazioni umanitarie italiane continueranno
nel loro impegno in Somalia, accanto a quelle di altri paesi
occidentali. E ciò in quanto l'abbandono da parte nostra
rappresenterebbe il venir meno agli impegni assunti con la
gente: gente che continua a contare su questo aiuto e su questa
presenza, indispensabili nell'attuale vuoto politico-istituzionale
e socio-economico. Un simile abbandono, inoltre, annullerebbe
tutti gli sforzi sin qui fatti da decine di volontari, anche
a rischio della propria vita, per realizzare le attività
programmate con il ministero che Ella guida".
Nel febbraio '95, nell'editoriale di INTERSOS Notizie facevamo
una riflessione sul costo dell'intera operazione delle Nazioni
Unite in ben 28 mesi, dal dicembre '92 al marzo '95. Vite
umane e risorse finanziarie sprecate. In quanto a vite umane,
anche l'Italia ha pagato un prezzo molto alto, e abbiamo pianto
ogni volta che il sangue italiano si è mescolato alla
terra somala. Si è trattato talvolta di sangue di persone
divenute amiche, là, sul campo, dove la difficile situazione
porta a stringere legami profondi e indimenticabili. D'altro
canto, le ingenti risorse finanziarie sono servite soprattutto
al mantenimento della stessa complessa e articolata macchina
dei contingenti ONU. Con le stesse risorse si sarebbe potuto
ricostruire l'intera Somalia. Erano riflessioni astratte,
certo, dato che la cruda e tragica realtà è
stata ben diversa. Con la partenza dell'ultimo militare delle
Nazioni Unite rimaneva in noi comunque un senso di profonda
amarezza e la rabbia di fronte alle cose fatte male e inutili
e di fronte alla persistente visione volutamente parziale
della situazione reale.
La Somalia non era infatti né solo Mogadiscio, né
solo uomini assetati di potere e pronti a tutto pur di ottenerlo
o di mantenerlo, né solo uomini impazziti che con le
armi in pugno si sono trasformati in banditi, saccheggiatori
e assassini, impuniti grazie all'anarchia più assoluta
e alla totale assenza dello Stato. La Somalia era ed è
soprattutto la gente, quella che ha sofferto la fame e che,
in altro modo, continua a soffrire; quella dove donne coraggiose
hanno osato sfidare i "signori della guerra" per
tentare di alleviare le sofferenze dei loro figli e dei loro
vecchi; quella dove insegnanti, medici e infermieri hanno
ripreso di loro iniziativa le attività scolastiche
e sanitarie; quella dove i contadini hanno ricominciato, appena
possibile, a coltivare e a produrre, senza più aspettare
gli aiuti internazionali.
Rimanevano al suo fianco solo le organizzazioni umanitarie.
Anche noi di INTERSOS. E pensiamo di rimanervi finché
sarà utile e ci sarà possibile, con i nostri
volontari, a cercare - questa volta sì - di ridare
quella speranza di cui la gente somala ha veramente bisogno.
Come sempre facciamo, abbiamo accuratamente soppesato tutti
gli elementi a nostra conoscenza, li abbiamo valutati con
la massima attenzione e, laddove abbiamo ravvisato delle condizioni
di effettiva pericolosità, abbiamo anche fatto le scelte
conseguenti, come la chiusura temporanea della nostra sede
di Mogadiscio alla fine del '94 per concentrarci in regioni
altrettanto bisognose ma relativamente più calme, o
la minaccia di chiusura dell'ospedale e delle altre attività
di fronte ad azioni di violenza.
"La cosa fondamentale - dicevamo, in un'ultima lettera
inviata da INTERSOS al ministro degli Esteri on. Agnelli il
2 marzo '95 - è che noi, a differenza del ministero,
siamo una organizzazione umanitaria che fa della solidarietà,
della giustizia, del volontariato, della gratuità,
gli elementi centrali del proprio essere, la propria linfa
vitale. Attraverso la loro opera, i nostri volontari esprimono
il loro essere profondamente persone umane, convinte che l'umanità
progredisce se questi valori trovano spazio e vengono vissuti
concretamente, in Italia e altrove. Per questo non lasceremo
la Somalia, almeno non la lasceremo su invito della Pubblica
Amministrazione; la lasceremo se e quando sopraggiungessero
elementi tali da imporcelo".
Il nuovo umanitarismo di Stato e il diritto di ingerenza
Da quanto sopra descritto, e nonostante il limite di esserci
soffermati solo sul caso Somalia, appare evidente l'abisso
che contraddistingue l'approccio umanitario armato di uno
Stato, o di qualsiasi altra entità politica internazionale,
rispetto a quello delle organizzazioni umanitarie propriamente
dette. L'umanitarismo di Stato ha fatto la sua apparizione,
insieme al diritto di ingerenza umanitaria, in questi anni
recenti. Si era così felicemente trovato un nome e
una giustificazione alla incerta azione internazionale degli
Stati nella nuova fase seguita al crollo del Muro di Berlino.
Questa visione generosa è comunque viziata dal fatto
di essere sempre e inevitabilmente subalterna alla ragione
di Stato e all'interesse nazionale e troppo spesso dissimula
altri obiettivi politici dei Governi e delle istanze internazionali.
Talvolta è servita perfino da paravento all'inerzia
politica e all'incapacità di iniziativa degli Stati
e della Comunità internazionale, da alibi alla loro
paralisi di fronte a situazioni in cui l'intervento politico
sarebbe stato invece più che mai necessario. Il caso
della Somalia e quello della ex Jugoslavia sono in proposito
molto eloquenti. Se il diritto di ingerenza umanitaria è
sacrosanto - ne siamo convinti - occorre che gli Stati e le
Nazioni Unite si attrezzino ad esercitarlo nel dovuto modo.
Finora hanno per lo più dato l'immagine di un importante
dispiego di forze, evitando però accuratamente che
il loro impiego potesse scalfire la sensibilità dell'opinione
pubblica dei paesi intervenenti.
L'intervento "umanitario" ha perfino permesso di
fare entrare in azione dei corpi armati senza conferire loro
dei programmi e degli obiettivi politici precisi. Proprio
quando non esiste nessuna prospettiva politica, l'azione umanitaria
dello Stato (specie se accompagnata da grande informazione
visiva) permette ai politici di dare comunque una risposta
alla sensibilità altruistica dei cittadini-elettori
quando questi esigono che di fronte alla tragedia umana "qualcosa"
venga fatto.
Non è un caso che quando c'è accordo politico
tra le parti e soprattutto presenza di precisi obiettivi e
strategie l'intervento internazionale ha funzionato. E' stato
il caso di paesi in cui i Caschi Blu sono intervenuti a seguito
di una generale intesa e di un processo di pace con tappe
ben definite. Altrimenti, prima o poi i contingenti militari
delle Nazioni Unite si trovano obbligati ad entrare in un
ingranaggio difensivo, passando dalla difesa dei convogli
umanitari alla loro stessa difesa, fino a decidere il sacrificio
delle vittime (pensiamo alla tragedia di Srebrenica) per non
rischiare la vita di coloro che avrebbero dovuto proteggerle.
Le fasi non sono in contraddizione l'una con l'altra, ma tra
di esse esiste una logica e naturale continuità che
deriva dall'assenza o dalla non precisa definizione di un
progetto politico.
Più nello specifico, di fronte ad un intervento politico-militare
di ingerenza umanitaria da parte della Comunità internazionale,
le organizzazioni umanitarie possono prendere posizione, in
piena autonomia, approvandolo o meno, collaborandovi o meno.
Non esiste infatti, a nostro parere, alcuna opposizione di
principio a tale tipo di interventi, quando questi sono politicamente
corretti e dotati di legittimazione internazionale ed in particolare
dell'ONU. Talvolta, anzi, sono proprio le stesse organizzazioni
umanitarie a richiederli. Il problema è che troppo
spesso, specie in questi ultimi anni, gli obiettivi politici
non sono stati né determinati né chiari, se
non perfino inesistenti o casuali come è stato per
la Somalia. É questa confusione che non può
essere più ammessa. Essa può portare a conseguenze
molto negative per la stessa azione umanitaria che si dice
di voler sostenere.
Salta così, infatti, ogni possibilità di delimitare
zone neutrali, fino a tempi recenti rispettate dagli stessi
belligeranti, e di individuare operatori neutrali da essi
riconosciuti. J.C. Rufin di Medici senza frontiere affermava
in proposito (1995): "Assistiamo ad una invasione del
campo umanitario da ogni parte. I corpi armati internazionali
se ne rendono responsabili per primi, mischiando abbondantemente,
negli obiettivi stessi dei loro interventi, considerazioni
politiche e umanitarie. I loro nemici, sul campo, reagiscono
a questa trasgressione rinnovandola: gli Iracheni se la prendono
direttamente con gli operatori umanitari, confusi con le forze
alleate; i Somali, quando sparano sui Caschi Blu, assumono
parimenti come bersaglio gli enti di soccorso; in Jugoslavia,
la Croce Rossa è divenuta da un pezzo l'obiettivo dei
fucili. Mai, in tre anni, così tanti membri di organizzazioni
umanitarie hanno pagato con la vita il loro impegno in queste
regioni segnate dagli interventi militari. [...] La militarizzazione
della protezione delle operazioni di soccorso per mezzo di
forze esterne è una trappola mortale che rischia di
oscurare qualsiasi azione umanitaria in una logica politico-militare
che è la sua condanna."
L' esperienza di INTERSOS in Somalia, in Bosnia e più
recentemente in Albania ci porta ad essere più possibilisti
se le missioni hanno piena legittimità, ma nella chiarezza
dei fini e dei ruoli e compiti di ciascuno.
Le emergenze umanitarie
Riguardo alle operazioni di emergenza umanitaria, ci sembra
importante, infine, segnalare alcune raccomandazioni. Le proponiamo
convinti della loro utilità, ma anche consci di essere
ancora all'inizio di un cammino di analisi e di riflessione
su questi temi.
a) Gli aiuti umanitari devono essere forniti dalle organizzazioni
specializzate, siano esse agenzie delle Nazioni Unite o organizzazioni
non governative.
b) Si può ricorrere all'aiuto dei contingenti militari
solo: 1) quando le organizzazioni umanitarie hanno raggiunto
il loro livello massimo di capacità di risposta ai
bisogni di fronte a catastrofi di eccezionale ampiezza (apporto
quindi soprattutto logistico, che deve integrarsi con l'organizzazione
e la logistica delle organizzazioni umanitarie); 2) quando
la situazione della sicurezza per le popolazioni in pericolo
e per gli operatori umanitari è tale da dovere richiedere
una simile presenza (intervento soprattutto di polizia).
c) I Governi che intendono fornire contingenti militari ad
operazioni di ingerenza umanitaria (come ad operazioni di
pace) devono provvedere ad una specifica formazione dei soggetti
e dei reparti che vi parteciperanno. Le organizzazioni umanitarie
potrebbero positivamente essere coinvolte per fornire utili
elementi di conoscenza e di esperienza, e per facilitare l'organizzazione
del coordinamento quando la situazione dovesse richiederlo.
A tale proposito si potrebbe pensare alla formalizzazione
di un nucleo permanente formato da civili provenienti dalle
organizzazioni umanitarie e da militari, quale riferimento
stabile per perfezionare la collaborazione e il coordinamento
tra i due soggetti, rafforzando la specificità e il
ruolo di ciascuno.
d) Le operazioni militari internazionali non devono pesare
in nessun caso sui già limitati stanziamenti annuali
per gli interventi umanitari e di sviluppo nei Pvs. Altre
forme di finanziamento vanno individuate.
Non è quindi da escludere a priori, anzi talvolta può
essere necessario (come d'altronde sembrava esserlo all'inizio
per la Somalia), ma deve essere evidente a tutti che l'intervento
"umanitario" armato realizzato dagli Stati o dalle
Nazioni Unite deve basarsi sull'esplicitata chiarezza dei
fini e sulla precisa definizione e limitazione nel tempo degli
obiettivi politici. Le organizzazioni non governative potranno
in questo modo ritrovare la propria autonomia e la possibilità
di aderire o di contrapporsi, a seconda dei casi, a queste
decisioni politiche. E' l'unica via per continuare a garantire
all'aiuto umanitario quei valori di solidarietà, di
neutralità, di apertura a tutte le popolazioni in stato
di pericolo, qualunque sia la bandiera o il campo di appartenenza.
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