INTERSOS IN SOMALIA

1. DICIOTTO ANNI DI INSTABILITÀ

Dalla caduta del regime di Siad Barre (gennaio 1991) la Somalia è stata in preda al caos ed all’anarchia dilaniata dai conflitti di potere inter-claniciVILLAGGIO DARFUR. Fino al 2004, in assenza di Stato e istituzioni pubbliche, sono stati i signori della guerra, insieme ai clans, gli anziani, i leaders religiosi delle comunità, i riferimenti per le varie aree. Solo nella regione nord-occidentale del Somaliland è stato istituito un governo stabile, anche se con mire indipendentiste; mentre il tentativo della confinante regione del Puntland ha passato fasi alterne tra stabilità e instabilità. Le regioni centro-meridionali, ed in particolare la capitale Mogadiscio, sono rimaste, quasi senza interruzione, nella totale instabilità segnata da conflitti talvolta molto violenti.

Nel tentativo di avviare un percorso di pace nel paese, ben 14 conferenze di riconciliazione si sono susseguite negli anni con la mediazione dei paesi dell’area e della comunità internazionale. Dopo tanti tentativi falliti, la Somalia è entrata, nel 2004, in una fase di pacificazione e di ricostruzione istituzionale. Questa conferenza, durata due anni, è riuscita ad elaborare e condividere una carta costituzionale per un periodo transitoVILLAGGIO DARFURrio di cinque anni e a definire un parlamento su base clanica che ha eletto Abdullahi Yusuf presidente delle Repubblica federale. E’ stato così nominato il primo ministro e costituito il governo transitorio. Cinque anni per realizzare un processo difficile e carico di incognite che avrebbe dovuto portare ad una nuova costituzione, alle elezioni e alle istituzioni definitive nel 2009. Scadenza che non è stata rispettata.

I dissidi interni, l’incapacità, le divisioni claniche, la corruzione, la negativa influenza dei war lords in continua opposizione alle istituzioni federali, le pesanti ripercussioni del conflitto eritreo-etiopico e di altri interessi esogeni, la crescente influenza e organizzazione delle Corti islamiche che hanno preso il potere a Mogadiscio e altre zone del sud nel giugno 2006, garantendo sicurezza e guadagnandosi ampio sostegno popolare, la loro sconfitta, sei mesi dopo, grazie all’arrivo delle truppe etiopiche, chiamate dal Presidente ma mal sopportate dai somali, il conseguente rafforzamento di opposizioni armate in parte ispirate ad un islam più intransigente … sono alcuni degli elementi che hanno contribuito all’insuccesso del quinquennio di transizione.

Nel novembre 2007, un nuovo primo ministro lancia segnali di riconciliazione, mentre all’Asmara, in Eritrea, si organizza l’opposizione formata da membri del parlamento, uomini d’affari e Corti islamiche. Tali segnali portano ad un primo incontro a Gibuti con parte dell’opposizione - che sull’opportunità o meno del dialogo si divide - nel maggio 2008 che porta agli accordi di Gibuti dell’agosto 2008. Si apre così una nuova fase che porta al ritiro delle truppe etiopiche, alle dimissioni del presidente Abdullahi Yusuf e, nel gennaio 2009, alla costituzione di un parlamento più ampio e rappresentativo che nomina presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, leader delle Corti islamiche che solo VILLAGGIO DARFURdue anni prima era stato cacciato da Mogadiscio dalle truppe etiopiche. Nel frattempo, mentre si svolgevano le trattative e in opposizione ad esse, buona parte del territorio meridionale è stato conquistato militarmente dai miliziani islamici “Shabab”. Continua inoltre rimanere fuori da ogni accordo l’opposizione di quella parte di Corti islamiche rimasta all’Asmara.

E finché non si troverà il modo di coinvolgete tutti i somali nel processo di pacificazione nazionale lanciato nel 2007 dall’allora primo ministro, la Somalia difficilmente avrà pace.

La storia di questi diciannove anni della Somalia si è dimostrata un insieme di errori di valutazione, di scelte e di decisioni, sia politiche che militari, suggerite da interessi e strategie esogeni, spesso lontani dagli interessi somali. Occorrerà forse decidersi di dare fiducia ai somali e lasciare che loro, senza più influenze esterne, trovino la soluzione, quella vera, ai loro problemi.

Quello che gli operatori e operatrici di INTERSOS hanno vissuto insieme ai somali, in questi anni, è un’esperienza unica al mondo. Un paese abbandonato per anni a sé stesso o “usato” ad altri fini  - per paura, per incapacità, per assurde convenienze – a lungo senza Stato e pubblica amministrazione, nell’anarchia assoluta e nella sopraffazione permanente. Paese in cui è stato permesso ogni tipo di traffico e ogni genere di influenza esterna. Un gravissimo errore della comunità internazionale, a nostro avviso, che non rimarrà senza conseguenze.

In questa contesto sono riusciti comunque a svilupparsi una vasta economia informale, reti di telecomuniVILLAGGIO DARFURcazioni e di informazione, stabile commercio, in particolare con i paesi del Golfo, un sistema di welfare privato - dalla sanità all’educazione, all’aiuto umanitario - una moneta valutata quotidianamente rispetto al dollaro pur senza una banca centrale…

L’inizio della guerra civile era coinciso con due anni di siccità, di fame e di morte. La Somalia aveva bisogno di aiuto. Quello vero, che richiedeva opzioni politiche serie, attentamente valutate e condivise e con strategie geopolitiche di ampio respiro, gli è stato negato. Si è optato per qualcosa di spettacolare: l’improvvisata operazione “Restore Hope” e la sua assurda mediatizzazione. La potenza delle armi doveva aprire la nuova era degli interventi ONU per garantire la pace nel mondo. La realtà fu ben diversa e umiliante: vecchi kalashnikov in mano a ragazzi scalzi hanno dimostrato infatti quanto impotenti siano gli eserciti più “potenti” del mondo. La gente in Somalia desidera, oggi più che mai, pace e tranquillità e chiede solo di ritornare definitivamente alla normalità della vita, delle attività produttive, dell’istruzione, della tutela della salute, dei rapporti sociali e politici.

Su una popolazione di circa 8 milioni di abitanti, il tasso medio di alfabetizzazione non supera il 25%: il sistema scolastico nazionale è sfaldato, per cui le uVILLAGGIO DARFURltime generazioni sono “scolasticamente bruciate”. A questo quadro già drammatico si aggiunge la “fuga di cervelli” che si è determinata in questi 19 anni: secondo stime credibili due milioni di somali hanno abbandonato il paese cercando rifugio particolarmente in Europa, America del Nord, Medio Oriente.

Soltanto il 29% della popolazione ha accesso all’acqua potabile. Nelle aree urbane, la popolazione dipende dai pozzi di proprietà privata e l’acqua è acquistata a fusti. Nei villaggi, la gente e gli animali usano lo stesso rifornimento idrico. E la situazione si è aggravata con lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone verso le città del nord o del centro-sud più stabili: città che non possono fornire acqua a tutti e le cui falde si stanno esaurendo

Il sistema sanitario statale non esiste più e i servizi sanitari sono inadeguati in termini quantitativi e di qualità. I più fortunati ricorrono alle cliniche private sorte numerose negli ultimi anni nelle aree urbane. Va comunque sottolineato che il settore sanitario privato non è regolato da nessuna normativa e/o istituzione competente.

La Somalia è uno dei paesi con i più alti tassi di mortalità materna. Tra le principali cause: carenza di ostetriche con adeguata cultura e formazione, scarsità ed inadeguatezza dei servizi sanitari o difficoltà di accedervi spVILLAGGIO DARFURecie per le donne delle aree rurali, basso tasso di alfabetizzazione delle donne, scarsa informazione sulle misure preventive a tutela della salute delle donne e dei bambini. Altissimo è il tasso della mortalità infantile, al di sotto dei 5 anni (132 per 1000 nati). In circa il 50% dei casi, la morte è determinata da diarrea e disidratazione, infezioni delle vie respiratorie e malaria.

Programmi internazionali di aiuto dell’Unione europea, delle Agenzie ONU, di vari Paesi, delle Ong, hanno assicurato la continuità di alcuni ospedali e ambulatori, centri materno-infantili, scuole, campagne di vaccinazione, perforazione di pozzi, attività di sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento ecc. Un grandissimo sforzo e impegno, anche se limitato rispetto ai bisogni. La speranza di vita continua infatti ad essere di 47 anni, la probabilità alla nascita di non raggiungere i 40 anni è del 37% e quella di non raggiungere i 60 anni è del 53%.

Dopo un decennio di relativa pace, compromessa solo da locali scontri clanici e tra war lords per garantirsi aree di influenza, dal giugno 2006 alla fine del 2008 la situazione politica della Somalia è stata particolarmente caratterizzata da una serie di conflitti a Mogadiscio e nelle regioni centro-meridionali. Dapprima la presa del potere da parte delle Corti islamiche, poi gli scontri tra una coalizione di “signori della guerra” sostenuti e guidati dall’esterno contro le Corti, la successiva loro sconfitta e il conseguente rafforzamento delle Corti. Fino ad arrivare alla guerra tra le forze del governo federale di transizione, affiancate e guidate dall’esercito etiopico, e quelle dell’Unione delle Corti islamVILLAGGIO DARFURiche, conclusasi con la sconfitta di queste ultime nel gennaio 2007.

Due gravi errori sono stati commessi con questa operazione:1) considerare globalmente le Corti islamiche come il braccio della presenza di Al Qaeda in Somalia, cosa assolutamente non vera; 2) invitare l’esercito etiopico ad entrare pesantemente in Somalia, proprio pochi giorni dopo la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che stabiliva l’invio di un corpo di pace internazionale neutrale. La sconfitta delle Corti islamiche non ha comunque riportato la pace. Le tensioni e gli scontri, in particolare a Mogadiscio, sono infatti continuati, a significare l’esistenza di efficaci focolai di opposizione armata legati alle Corti o a clan non sufficientemente considerati dalle istituzioni transitorie. Ciò ha significato distruzioni e morti, centinaia di migliaia di persone in fuga verso aree più sicure. A ciò si è aggiunta una perdurante siccità che ha reso un terzo della popolazione in estrema vulnerabilità. La Somalia rappresenta oggi la più grave crisi umanitaria al mondo.

Le cause di qVILLAGGIO DARFURuesta situazione (descritte meglio più sotto) vanno tutte prese in considerazione, ma la più importante è la continua instabilità. Questa continuerà, purtroppo, nonostante gli accordi di Gibuti e le nuove istituzioni di unità nazionale. La soluzione definitiva passa da una dimensione regionale e una interna. Quella regionale si chiama innanzitutto conflitto eritreo-etiopico; quella interna si chiama compartecipazione e ha il nome dei personaggi di rilievo che non hanno partecipato al processo di Gibuti.

La comunità internazionale, e le Nazioni Unite in particolare, devono capire meglio come muoversi. C’è stata la tendenza a costruire scenari con qualche benda agli occhi, spesso rimandando decisioni che dovevano essere prese subito e con decisione (come ad esempio la lentezza nel processo di Gibuti, mentre nel paese dilagavano gli Shabab) o facendo errori che hanno provocato reazioni opposte a quelle che si intendeva ottenere (come aver combattuto le Corti islamiche, aver individuato “terroristi” con spregiudicata superficialità, averli combattuti VILLAGGIO DARFURe uccisi,avere usato la forza e le armi dove andava usata l’intelligenza politica).

L’Italia potrebbe avere un ruolo, se lo volesse e lo decidesse, per favorire il dialogo tra chi oggi è diviso, all’interno e nella regione. Una speranza comunque c’è, se il presidente Sheikh Sharif - come ha iniziato a fare - impiegasse questi due nuovi anni di transizione nel cercare di coinvolgere, in modo accettabile, chi oggi è rimasto fuori dal processo. In questo, la società civile somala, che ha dimostrato negli anni capacità straordinarie nell’affrontare le difficoltà del paese, potrebbe giocare un importante ruolo.

 

2. LA PIÙ GRAVE CRISI UMANITARIA IN AFRICA

Così è stata definita dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Mun. Più di tre milioni di somali, con un incremento dell’80% rispetto al 2007, soffrono oggi delle conseguenze del conflitto, delle violenze, dell’insicurezza permanente, dell’aumento record dei prezzi del cibo e dei carburanti, e della perdurante VILLAGGIO DARFURsiccità che produce carestie e decima il bestiame. Gli scontri armati hanno il loro epicentro nella capitale, Mogadiscio da dove, dall’aprile 2007, è fuggita la metà della popolazione. La maggioranza ha cercato sicurezza e rifugio nelle aree confinanti, vivendo perlopiù in piccole capanne lungo la principale via di comunicazione che conduce ad Afgoye, mentre altri hanno fatto ritorno nelle regioni di origine, Mudug e Galgadud in particolare, già colpite dalla persistente siccità, ma anche Basso e Medio Scebeli, Bay ecc. Chi non riesce a spostarsi sono i più poveri, che rimangono a Mogadiscio vivendo di stenti. L’insicurezza, la povertà, la fame, la carenza di acqua e di cure mediche, la durezza della sopravvivenza stanno duramente colpendo più di un terzo della popolazione. Circa 500 mila hanno cercato rifugio, dalle varie regioni, in altri paesi. I campi in Kenya e nello Yemen sono cresciuti di mese in mese, nonostante le difficoltà alla frontiera e alcune migliaia tra morti e dispersi nella acque del Golfo di Aden.

Il 43% dei Somali vive normalmente in condizioni di estrema povertà, con meno di un dollaro al giorno. Secondo l’UNICEF un bambino su sei, sotto i cinque anni (180 mila) è gravemente malnutrito e a rischio sopravvivenza nel centro-sud del paese. Meno del 20% dellaVILLAGGIO DARFUR popolazione ha accesso all'assistenza primaria di base, così che malattie prevenibili o facilmente curabili restano le principali cause di mortalità tra i bambini e le donne somale, insieme alla malaria e alle malattie gastrointestinali, la cui causa risiede nelle difficoltà d'accesso all'acqua potabile, mancanza di igiene domestica e cattiva conservazione del cibo.

Ai problemi ambientali e al conflitto si aggiungono altri fattori che stanno ampliando drammaticamente la crisi alimentare e sociale: inflazione e aumento abnorme dei prezzi del cibo. Per cibo si intende in particolare quei pochi elementi che costituiscono la dieta quotidiana (mais, sorgo, riso). Nella Somalia centro meridionale il prezzo di mais e sorgo, prodotti localmente, è aumentato del 300% tra il 2007 e il 2008, mentre altri prodotti importati quali riso e olio vegetale del 150%. Nel frattempo, la moneta locale si è svalutata del 65-70%. Siccità, reddito sempre più basso, aumento del prezzo del cibo, VILLAGGIO DARFURsvalutazione della moneta locale, uniti all’insicurezza, sono una miscela che produce effetti devastanti sulle popolazioni della Somalia centro-meridionale.

L’esodo di centinaia di migliaia di sfollati a causa dei conflitti si è venuto a inserire in questa già drammatica situazione provocando una crisi umanitaria che rischia di raggiungere e superare la tragedia degli anni 91-92 con le stesse regioni somale dominate dalla fame e dalla morte.

L’attenzione e l’impegno della comunità internazionale per affrontare la situazione politica e quella umanitaria della Somalia rimangono drammaticamente insufVILLAGGIO DARFURficienti. Le Ong somale e internazionali hanno più volte sollecitato attenzione e aiuti, denunciando la disperata situazione, che è oggi più grave di quella del Darfur. Vanno evidenziate, inoltre, le responsabilità degli stessi somali, dalle intimidazioni, sopraffazioni e violenze della polizia e dell’esercito e di non poche autorità istituzionali, a quelle di veri e propri approfittatori e banditi pronti ad approfittarne per arricchirsi sulla pelle dei più deboli e indifesi. L’accesso stesso alle popolazioni bisognose è spesso reso difficile e insicuro se non impossibile: conflitti armati, insicurezza, centinaia di blocchi stradali con taglieggi pesanti, furti… fino ai più recenti (dal maggio 2008) sequestri e uccisioni del personale umanitario.

3. LE ATTIVITA’ DI INTERSOS

INTERSOS inizia ad operare in Somalia nel 1992, quando ancora erano vivi i segni delle sofferenze, delle morti e delle distruzioni causate dalla carestia e dalla guerra. Ha assistito 37.000 profughi, che nei mesi precedenti avevano abbandonato la propria terra alla ricerca di cibo e di un luogo sicuro, fornendo loro beni essenziali per la sopravvivenzaVILLAGGIO DARFUR e accompagnandoli nel ritorno ai propri villaggi. Da allora ha operato in diverse regioni della Somalia centro-meridionale (Benadir, Hiran, Basso e Medio Scebeli, Basso Juba, Bay, Ghedo) principalmente con interventi finalizzati al ritorno dei profughi, alla ricostruzione e riavvio delle strutture sanitarie e di quelle scolastiche, alla disponibilità di acqua potabile con nuovi pozzi e bacini di raccolta, allo sviluppo agricolo.

Due sono gli obiettivi strategici di INTERSOS in Somalia: 1) rispondere ai bisogni della popolazione, colpita da diciannove anni di guerra e di instabilità e 2) contribuire alla pacificazione, riconciliazione, rispetto dei diritti umani, al rafforzamento delle nuove istituzioni e all’organizzazione e consolidamento della società civile.

Tre sono i settori d'intervento umanitario e di ricostruzione prioritari: salute, educazione, acqua.

Negli ultimi anni INTERSOS ha stabilito la sede principale a Jowhar, nel medio Scebeli, cercando di stabilire con la comunità uno stretto rapporto e una piena condivisione della vita sociale e dei problemi locali. E’ stata una scelta di coerenza. Lavorare “per” e lavorare “con” sono infatti due facce della stessa medaglia che non possono scindersi. INTERSOS si sente parte, oggi, della comunità di Jowhar.

4. GLI INTERVENTI IN CORSO

Ospedale regionale di Jowhar

L’impegno più importante è la gestione dell’ospedale regionale di cui abbiamo assunto la responsabilità all’inizio del 1994. L’ospedale è stato aperto l’anno precedente - nel quadro dell’operazione di pace delle Nazioni Unite - dall’unità sanitaria del contingente militare italiano ed è stato dedicato a Maria Cristina Luinetti, la crocerossina uccisa a Mogadiscio in quel periodo. Per garantire la continuità del servizio alla popolazione dell’area, INTERSOS ha accettato di assumerne la responsabilità. L’ospedale era infatti, ed è rimasto, l’unico nella regione con un bacino di utenza di circa 35.000 persone residenti nell’area urbana e 500.000 abitanti delle zone rurali (di cui metà nomadi). (>>>)

OSPEDALE DI JHOWAR OPSEDALE DI JHOWAR

Il programma prevede la gestione ed il rafforzamento delle attività dell'ospedale, con 90 posti letto, di un centro per la cura della tubercolosi, di un ambulatorio di salute materno infantile, con interventi sul territorio di vaccinazioni e campagne di prevenzione. Attualmente l’ospedale è interamente in mano al personale medico, paramedico e amministrativo somalo con il sostegno (supporto logistico-organizzativo, formazione, indirizzo medico-scientifico, supervisione) di INTERSOS e COSV congiuntamente.

I costi sono stati coperti negli anni grazie a finanziamenti di: CEI e Caritas italiana, Commissione europea, Cooperazione italiana, UNICEF, Comune di Pescara, Fondo globale, Fondazione BNC, CGIL CISL UIL e Confservizi, ISC Japan, Mediafriends, Regione Abruzzo, Fondi privati.

Acqua per la vita e lo sviluppo

INTERSOS ha realizzato negli anni uVILLAGGIO DARFURn ampio programma di pozzi e bacini d’acqua. Attualmente è impegnata nelle regioni del Medio Scebeli e del Bay nella costruzione e riabilitazione di pozzi per l’acqua potabile e di bacini di raccolta dell’acqua piovana, utili anche per il bestiame; il programma prevede anche attivitàdi educazione all’uso e alla gestione dell’acqua. Queste attività nel 2008 hanno coinvolto una quarantina di villaggi nelle due regioni. Nel 2009 l'impegno nel settore si concentra a favore degli sfollati della zona di Afghoy e di Jowhar con realizzazione di pozzi profondi e di sistemi reticolati di distribuzione dell’aqua.

Le attività sono svolte in ccollaborazione e con il finanziamento di UNICEF, OCHA e Cooperazione italiana.

Scuole e formazione professionale

La ricostruzione e riabilitazione di scuole primarie e il supporto all’insegnamento scolastico sono tra le attività realizzate lungo tutto il perVILLAGGIO DARFURiodo di presenza in Somalia, in collaborazione e  con il sostegno finanziario principalmente di: Commissione europea, UNICEF, UNESCO, Mediafriends. Attualmente sono in atto attività per la riabilitazione di scuole nelle regioni Medio Scebeli e Bay con il supporto dell’UNICEF. E’ terminata la costruzione di un nuovo Centro di formazione professionale (con corsi di falegnameria, sartoria, carpenteria metallica, elettrotecnica, computer) a Jowhar, il primo del genere nell’area, realizzato grazie al contributo di EBITEMP. Il centro, costruito nel 2007-2008 ha iniziato le attività nel 2009 a causa dell’instabilità dell’area, con i primi corsi di sartoria e informatica per circa 155 giovani della regione.

Il centro garantirà ai giovani, partendo da quelli che hanno lasciato le armi, l’adeguata formazione per l’inserimento nelle attività di ricostruzione del paese. La sezione informatica sarà prevalentemente aperta alle giovani donne che hanno terminato l’intero ciclo di studi primario.

Recentemente il centro è stato riconosciuto con un accordo quadro con l’UNESCO che si è impegnata a sostenerne le attività.

Soccorso ai profughi VILLAGGIO DARFUR

Come evidenziato, la Somalia sta attraversando una gravissima crisi umanitaria.

Grazie alla collaborazione della Cooperazione Italiana, INTERSOS e le Ong di “Italia Aiuta” hanno potuto distribuire ai profughi di Afgoye, Baidoa, Merca, Jowhar, Mogadiscio, beni di prima necessità giunti con due voli cargo a Baidoa nel luglio 2007 ha avviato poi una presenza continuativa nelle principali aree di sfollamento ed in particolare quella del corridoio di Afgoyeed alcuni concentramenti nella regione Galgadud finché è stato possibile (maggio 2008).

Attualmente, in collaborazione con l’UNHCR e la Cooperazione Italiana, INTERSOS interviene nell’area di Lafole, distante poco più di 20 km da Mogadiscio, che ospita 29 campi con circa 100.000 sfollati di cui 23.000 bambini al di sotto dei 5 anni e più di 10.000 pVILLAGGIO DARFURersone bisognosi di speciale assistenza (orfani, donne sole con figli, anziani soli, invalidi).

INTERSOS sta continuando inoltre l’assistenza a quattro campi di sfollati a Jowhar: si tratta di 4.000 persone in estremo bisogno.

In coordinamento con le Agenzie umanitarie delle Nazioni Unite INTERSOS interviene soprattutto nei settori dell’acqua, dell’igiene (latrine), della protezione dei bambini e delle persone più vulnerabili, dell’istruzione scolastica, dei centri comunitari per le donne e i giovani.

Rafforzamento della società civile somala

Nel Febbraio2008 INTERSOS ha organizzato a Roma, con le organizzazioni somale, la prima Conferenza della società civile somala (>>>) , che hVILLAGGIO DARFURa raccolto significativi rappresentanti delle organizzazioni sociali, culturali, professionali e imprenditoriali dalla Somalia e dalla diaspora, per un confronto tra diverse identità e opzioni politiche finalizzato alla nascita del Forum della società civile somala e all’individuazione del proprio ruolo per favorire il dialogo e la pace in Somalia. Un inizio, di grande importanza, segno di volontà e di impegno per il cambiamento. In tutti questi anni la società civile somala è riuscita in parte a supplire all’assenza dello Stato organizzandosi e dando vita a scuole, cliniche ambulatoriali e ospedaliere, centri professionali, istituti universitari, associazioni per la tutela dei diritti umani, la valorizzazione delle donne, la risoluzione dei conflitti ecc. Si tratta di una risorsa straordinaria che non è stata adeguatamente valorizzata dalla comunità internazionale e dalle nuove istituzioni somale. La Cooperazione Italiana e il Ministero degli Esteri hanno sostenuto questa iniziativa favorendone la realizzazione.

La costante presente inVILLAGGIO DARFUR Somalia, anche nei momenti di tensione e di difficoltà, ha assegnato ad INTERSOS un ruolo significativo nello scenario sociale e politico somalo. Si tratta del risultato della presenza, della condivisione, della fiducia guadagnata tra lapopolazione, dell’interlocuzione con tutte le parti in conflitto e della cooperazione con le autorità locali e nazionali.

E’ ora intenzione di INTERSOS riuscire ad organizzare una Conferenza regionale della società civile, al fine di favorire il dialogo, la pacificazione e l’integrazione tra i paesi dell’area.

 

5. MAPPA

 INTERSOS IN SOMALIA

 

6. PER SAPERNE DI PIÙ.

Lettera delle Ong italiane al ministro degli Esteri Frattini, 26 Novembre 2008 >>> e sua risposta >>>

Disperazione e speranza in Somalia. La transizione, gli Shabab e la comunità internazionale, 14 Novembre 2008 >>>

Ospedale regionale di Jowhar. Aprile 2008 >>>

Società civile somala. Dichiarazione di Roma. 8 Febbraio 2008 >>>

Somalia. In attesa di un cortese riscontro. 16 Novembre 2007 >>>

Il Gruppo internazionale di contatto si riunisce a Roma. 7 Settembre 2007 >>>

A Mogadiscio muore la speranza? 17 Agosto 2007 >>>

Le Ong italiane per la riconciliazione in Somalia, 3 Gennaio 2007 >>>  

La Somalia al bivio. 30 Dicembre 2006 >>>

La Somalia chiama, 17 Ottobre 2005 >>>

Lettera al Capo Delegazione UE, 16 Ottobre 2005 >>>

I Somali credono ancora alla pace?, 23 Settembre 2002 >>>

Politica italiana in Somalia, 17 Gennaio 1998 >>>

La situazione nella Somalia centro-meridionale, 3 Dicembre 1997 >>>

Somalia, tra umanitarismo, politica ed azione militare, Settembre 1997 >>>


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