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1. DICIOTTO ANNI DI INSTABILITÀ
Dalla caduta del regime di Siad Barre (gennaio 1991) la Somalia
è stata in preda al caos ed all’anarchia e
continua a essere dilaniata dai conflitti di potere inter-clanici.
In assenza
di Stato e istituzioni pubbliche, sono stati i signori della guerra,
insieme ai clans, gli anziani, i leaders religiosi delle comunità
i riferimenti per le varie aree. Se alcuni tentativi di soluzione
politica, pacificazione, ripresa economica sono in parte riusciti,
nella maggior parte dei casi i risultati sono inconsistenti. Solo
nella regione nord-occidentale del Somaliland, infatti, è
stato istituito un governo stabile, anche se con mire indipendentiste;
mentre il tentativo della confinante regione del Puntland ha passato
fasi alterne tra stabilità e instabilità. Le regioni
centro-meridionali, ed in particolare la capitale Mogadiscio, sono
rimaste, quasi senza interruzione, nella totale instabilità
segnata da conflitti talvolta molto violenti.
Nel tentativo di avviare un percorso di pace nel paese, ben
14 conferenze di riconciliazione si sono susseguite negli
anni con la mediazione dei paesi dell’area e della comunità
internazionale. Dopo tanti tentativi falliti, la Somalia è
entrata, nel 2004, in una fase di pacificazione e di ricostruzione
istituzionale. L’ultima
conferenza, durata due anni, è riuscita ad elaborare e condividere
una carta costituzionale per un periodo transitorio di cinque anni
e a definire un parlamento su base clanica che ha eletto il presidente
delle Repubblica. E’ stato così nominato il primo ministro
e costituito il governo transitorio. Cinque anni per realizzare
un processo difficile e carico di incognite che dovrebbe portare
ad una nuova costituzione, alle elezioni e alle istituzioni definitive
nel 2009. Scadenza che non potrà essere rispettata.
Quello che gli operatori e operatrici di INTERSOS hanno vissuto
insieme ai somali, in questi anni, è un’esperienza
unica al mondo. Un paese abbandonato a sé stesso
- per paura, per incapacità, per assurde convenienze - senza
Stato e pubblica amministrazione, nell’anarchia assoluta e
nella sopraffazione permanente. Paese in cui è stato permesso
ogni tipo di traffico e ogni genere di influenza esterna. Un
gravissimo errore della comunità internazionale,
a nostro avviso, che non rimarrà senza conseguenze.
In questa contesto sono riusciti comunque a svilupparsi una vasta
economia informale, reti di telecomunicazioni e di informazione,
un sistema di welfare privato, una moneta valutata quotidianamente
rispetto al dollaro pur senza una banca centrale.
L’inizio della guerra civile era coinciso con due anni di
siccità, di fame e di morte. La Somalia aveva bisogno di
aiuto. Quello vero, che richiedeva opzioni politiche serie, attentamente
valutate e condivise e con strategie geopolitiche di ampio respiro,
gli è stato negato. Si è optato per qualcosa di spettacolare:
l’improvvisata operazione “Restore Hope” e la
sua assurda mediatizzazione. La potenza delle armi doveva aprire
la nuova era degli interventi ONU per garantire la pace nel mondo.
La realtà fu ben diversa e umiliante: vecchi kalashnikov
in mano a ragazzi scalzi hanno dimostrato infatti quanto
impotenti siano gli eserciti più “potenti” del
mondo. La gente in Somalia desidera, oggi più che
mai, pace e tranquillità e chiede solo di essere aiutata
per ritornare definitivamente alla normalità della vita,
delle attività produttive, dell’istruzione, della tutela
della salute, dei rapporti sociali e politici.
Su una popolazione di circa 8 milioni di abitanti, il tasso medio
di alfabetizzazione non supera il 25%: il sistema
scolastico nazionale è sfaldato, per cui le ultime generazioni
sono “scolasticamente bruciate”. A questo quadro già
drammatico si aggiunge la “fuga di cervelli”
che si è determinata in questi 18 anni: secondo stime credibili
circa due milioni di somali hanno abbandonato il paese cercando
rifugio particolarmente in Europa, America del Nord, Medio Oriente.
Soltanto il 29% della popolazione ha accesso all’acqua
potabile. Nelle aree urbane, la popolazione dipende dai pozzi di
proprietà privata e l’acqua è acquistata a fusti.
Nei villaggi, la gente e gli animali usano lo stesso rifornimento
idrico.
Il sistema sanitario statale non esiste più
e i servizi sanitari sono inadeguati in termini quantitativi e di
qualità. I più fortunati ricorrono alle cliniche private
sorte numerose negli ultimi anni nelle aree urbane. Va comunque
sottolineato che il settore sanitario privato non è regolato
da nessuna normativa e/o istituzione competente.
La Somalia è uno dei paesi con i più alti tassi di
mortalità materna. Tra le principali cause: carenza
di ostetriche
con adeguata cultura e formazione, scarsità ed inadeguatezza
dei servizi sanitari o difficoltà di accedervi specie per
le donne delle aree rurali, basso tasso di alfabetizzazione delle
donne, scarsa informazione sulle misure preventive a tutela della
salute delle donne e dei bambini. Altissimo è il tasso della
mortalità infantile, al di sotto dei 5 anni
(132 per 1000 nati). In circa il 50% dei casi, la morte è
determinata da diarrea e disidratazione, infezioni delle vie respiratorie
e malaria.
Programmi internazionali di aiuto dell’Unione
europea, delle Agenzie ONU, di vari Paesi, delle Ong, hanno assicurato
la continuità di alcuni ospedali e ambulatori, centri materno-infantili,
scuole, campagne di vaccinazione, perforazione di pozzi, attività
di sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento ecc.
Un grandissimo sforzo e impegno, anche se limitato rispetto ai bisogni.
La speranza di vita continua infatti ad essere di 47 anni,
la probabilità alla nascita di non raggiungere i 40 anni
è del 37% e quella di non raggiungere i 60 anni è
del 53%.
Dal giugno 2006 ad oggi la situazione politica
della Somalia è stata particolarmente caratterizzata da una
serie di conflitti a Mogadiscio e nelle regioni centro-meridionali.
Dapprima la presa del potere da parte delle Corti islamiche,
poi gli scontri tra una coalizione di “signori della guerra”
sostenuti e guidati dall’esterno contro le Corti, la successiva
loro sconfitta e il conseguente rafforzamento delle Corti. Fino
ad arrivare alla guerra tra le forze del Governo federale di transizione,
affiancate e guidate dall’esercito etiopico,
e quelle dell’Unione delle Corti islamiche, conclusasi con
la sconfitta di queste ultime nel gennaio 2007.
Due gravi
errori sono stati commessi con questa operazione, ispirata
e sostenuta direttamente dagli Stati Uniti: 1) considerare
globalmente le Corti islamiche come il braccio della presenza di
Al Qaeda in Somalia, cosa assolutamente non vera; 2) invitare
l’esercito etiopico ad entrare pesantemente in Somalia, proprio
pochi giorni dopo la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU
che stabiliva l’invio di un corpo di pace internazionale neutrale.
La sconfitta delle Corti islamiche non ha comunque riportato la
pace. Le tensioni e gli scontri, in particolare a Mogadiscio, sono
infatti continuati, a significare l’esistenza di efficaci
focolai di opposizione armata legati alle Corti o a clan non sufficientemente
considerati dalle istituzioni transitorie.
Il cambio del Primo Ministro nel novembre 2007 ha ridato un po’
di speranza: ha infatti invitato al dialogo tutti i somali,
comprese le opposizioni di qualsiasi tipo, purché disposte
ad usare lo strumento del dialogo politico. Qualcosa sembra muoversi,
anche se per molte opposizioni (e non solo) la presenza etiopica
rimane un ostacolo difficile da accettare. L’impegno internazionale,
purtroppo ancora senza un’unica strategia al suo interno,
si è molto attivato per dare nuovo impulso al cammino verso
la soluzione del problema somalo Anche il Governo italiano è
fortemente impegnato, con l’Unione europea, in questo sforzo.
2. INTERSOS IN SOMALIA
INTERSOS inizia ad operare in Somalia nel 1992, quando ancora erano
vivi i segni delle sofferenze, delle morti e delle distruzioni causate
dalla carestia e dalla guerra. Ha assistito 37.000 profughi, che
nei mesi precedenti avevano abbandonato la propria terra alla ricerca
di cibo e di un luogo sicuro, fornendo loro beni essenziali per
la so pravvivenza
e accompagnandoli nel ritorno ai propri villaggi. Da allora ha operato
in diverse regioni della Somalia centro-meridionale (Benadir, Hiran,
Basso e Medio Scebeli, Basso Juba, Bay, Ghedo) principalmente con
interventi finalizzati al ritorno dei profughi, alla ricostruzione
e riavvio delle strutture sanitarie e di quelle scolastiche, alla
disponibilità di acqua potabile con nuovi pozzi e bacini
di raccolta, allo sviluppo agricolo.
Due sono gli obiettivi strategici di INTERSOS in Somalia: 1) rispondere
ai bisogni della popolazione, colpita da diciotto anni
di guerra e di instabilità e 2) contribuire alla pacificazione,
riconciliazione, rispetto dei diritti umani, alla nascita delle
nuove istituzioni e all’organizzazione e consolidamento della
società civile. Tre sono i settori d'intervento umanitario
e di ricostruzione prioritari: salute, educazione, acqua.
Negli ultimi anni INTERSOS ha stabilito la sede principale a Jowhar,
nel medio Scebeli, cercando di stabilire con la comunità
uno stretto rapporto e una piena condivisione della vita sociale
e dei problemi locali. E’ stata una scelta di coerenza. Lavorare
“per” e lavorare “con”
sono infatti due facce della stessa medaglia che non possono
scindersi. INTERSOS fa parte, oggi, della comunità
di Jowhar.
Ospedale regionale di Jowhar.
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L’impegno più importante è la gestione dell’ospedale
regionale di cui abbiamo assunto la responsabilità
all’inizio del 1994. L’ospedale è stato aperto
l’anno precedente - nel quadro dell’operazione di pace
delle Nazioni Unite - dall’unità sanitaria del contingente
militare italiano ed è stato dedicato a Maria Cristina Luinetti,
la crocerossina uccisa a Mogadiscio in quel periodo. Per garantire
la continuità del servizio alla popolazione dell’area,
INTERSOS ha accettato di assumerne la responsabilità. L’ospedale
era infatti, ed è rimasto, l’unico nella regione con
un bacino di utenza di circa 35.000 persone residenti nell’area
urbana e 500.000 abitanti delle zone rurali (di cui metà
nomadi). (>>>)
Il programma prevede la gestione ed il rafforzamento delle attività
dell'ospedale, con 90 posti letto, di un centro per la cura della
tubercolosi, di un ambulatorio di salute materno infantile, con
interventi sul territorio di vaccinazioni e campagne di prevenzione.
Attualmente è sostenuto da: Commissione europea, Cooperazione
italiana, Fondo globale, Fondazione BNC, Regione Abruzzo.
Acqua per la vita e lo sviluppo.
INTERSOS ha realizzato negli anni un ampio programma di pozzi e
bacini d’acqua. Attualmente è impegnata nelle regioni
del Medio Scebeli e del Bay nella costruzione e riabilitazione di
pozzi per l’acqua potabile e di bacini di raccolta dell’acqua
piovana, utili anche per il bestiame; il programma prevede anche
attività di educazione all’uso e alla gestione dell’acqua.
Queste attività, che ci impegnano per tutto il 2008, coinvolgono
una quarantina di villaggi e sono svolte in collaborazione
e con il finanziamento di Unicef e Ocha.
Scuole e formazione professionale.
La ricostruzione e riabilitazione di scuole primarie
e il supporto all’insegnamento scolastico sono tate attività
realizzate lungo tutto il peri odo
di presenza in Somalia. Attualmente è in atto un nuovo programma
per la riabilitazione di una ventina di scuole nelle regioni Medio
Scebeli e Bay con il supporto dell’Unicef. E’ inoltre
in fase di ultimazione la costruzione di un nuovo Centro di formazione
professionale (con crsi di falegnameria, carpenteria metallica,
elettricità, computer) a Jowhar, il primo del genere
nell’area, realizzato grazie al contributo di EBITEMP.
Il centro garantirà ai giovani, partendo da quelli che hanno
lasciato le armi, l’adeguata formazione per l’inserimento
nelle attività di ricostruzione del paese. La sezione informatica
sarà prevalentemente aperta alle giovani donne che hanno
terminato l’intero ciclo di studi primario.
Soccorso ai profughi.
Come evidenziato nel
paragrafo successivo, la Somalia sta attraversando una gravissima
crisi umanitaria. Grazie alla collaborazione della Cooperazione
Italiana, INTERSOS e le Ong di “Italia Aiuta” hanno
potuto distribuire ai profughi di Afgoye, Baidoa, Merca, Jowhar,
Mogadiscio, beni di prima necessità giunti con due voli cargo
a Baidoa nel luglio 2007. Si è trattato in particolare di
6.000 teloni di plastica per coprire i ripari temporanei dei profughi,
3.000 taniche per l’acqua potabile, 120 basi per latrine,
6 tende per centri ambulatoriali, 5 generatori elettrici, un purificatore
d’acqua, biscotti proteici. In collaborazione con le organizzazioni
delle Nazioni Unite Ocha, Unhcr e Unicef, INTERSOS ha avviato una
presenza continuativa nelle principali aree di sfollamento
ed in particolare quella del corridoio di Afgoye ed alcuni
concentramenti nella regione Galgadud.
Il corridoio di Afgoye è una strada di circa 30 km che la
collega a Mogadiscio. Il numero degli sfollati è ormai superiore
a 400 mila, la maggior parte accampati in una tendopoli che si estende
lungo l’asse stradale. INTERSOS interviene nell’area
di Lafole, distante poco più di 20 km da
Mogadiscio, con 29 campi, circa 100.000
sfollati di cui 23.000 bambini al di sotto
dei 5
anni e più di 10.000 “vulnerabili”
bisognosi di speciale assistenza (orfani, donne sole con figli,
anziani soli, invalidi).
Nel Galgadud, ed in particolare a Dusamareb, Adado, Guriel,
sono giunti 150 mila sfollati da Mogadiscio. E’ la più
grande concentrazione dopo Afgoye. Si tratta di famiglie originarie
della stessa regione; ad essi si aggiungono gli sfollati delle aree
rurali colpiti dalla siccità.
INTERSOS sta continuando inoltre l’assistenza a quattro campi
di sfollati a Jowhar: si tratta di 4.000 persone giunte
in estremo bisogno.
In coordinamento con le Agenzie umanitarie delle Nazioni Unite INTERSOS
interviene soprattutto nei settori dell’acqua,
dell’igiene (latrine), della protezione
dei bambini e delle persone più vulnerabili,
dell’istruzione scolastica, dei centri comunitari
per le donne e i giovani.
Rafforzamento della società civile somala.
INTERSOS ha recentemente organizzato a Roma, con le Organizzazioni
somale, la prima Conferenza della società civile
somala (>>>),
che ha raccolto significativi rappresentanti delle organizzazioni
sociali, culturali, professionali e imprenditoriali dalla Somalia
e dalla diaspora, per un confronto tra diverse identità e
opzioni politiche finalizzato alla nascita del Forum della società
civile somala e all’individuazione del proprio ruolo per favorire
il dialogo e la pace in Somalia. Un inizio, di grande importanza,
segno di volontà e di impegno per il cambiamento. In tutti
questi anni la società civile somala è riuscita in
parte a supplire all’assenza dello Stato organizzandosi e
dando vita a scuole, cliniche ambulatoriali e ospedaliere, centri
professionali,
istituti universitari, associazioni per la tutela dei diritti umani,
la valorizzazione delle donne, la risoluzione dei conflitti ecc.
Si tratta di una risorsa straordinaria che non è
stata adeguatamente valorizzata dalla comunità internazionale
e dalle nuove istituzioni somale.
La costante presente in Somalia, anche nei momenti di tensione
e di difficoltà, ha assegnato ad INTERSOS un ruolo
significativo nello scenario sociale e politico somalo. Si tratta
del risultato della presenza, della condivisione, della fiducia
guadagnata tra la popolazione, dell’interlocuzione con tutte
le parti in conflitto e della cooperazione con le autorità
locali e nazionali.
3. LA PIÙ GRAVE CRISI UMANITARIA IN AFRICA
Così è stata definita dal segretario generale delle
Nazioni Unite Ban Ki Mun. Quasi due milioni di somali soffrono
oggi delle conseguenze del c onflitto,
delle violenze, dell’insicurezza permanente e della siccità
che produce carestie periodiche e decima il bestiame. Il conflitto
ha il suo epicentro nella capitale, Mogadiscio da dove,
dall’aprile 2007, è fuggita la metà della popolazione.
La maggioranza ha cercato sicurezza e rifugio nelle aree confinanti,
vivendo perlopiù in piccole capanne lungo la principale via
di comunicazione che conduce ad Afgoye, mentre
altri hanno fatto ritorno nelle regioni di origine, Mudug
e Galgadud in particolare, già colpite dalla persistente
siccità, ma anche Basso e Medio Scebeli, Bay ecc. L’insicurezza,
la povertà, la fame, la carenza di acqua e di cure mediche,
la durezza della sopravvivenza stanno duramente colpendo
circa due milioni di persone, un quarto della popolazione.
Circa 500 mila hanno cercato rifugio in altri paesi. I campi in
Kenya e nello Yemen sono cresciuti di mese in mese, nonostante le
difficoltà alla frontiera e i 1500 tra morti e dispersi nella
acque del Golfo di Aden.
Il 43% dei Somali vive normalmente in condizioni di estrema
povertà, con meno di un dollaro al giorno. Secondo
l’UNICEF il 17% dei bambini, circa 83.000, sono malnutriti,
mentr e
circa 13.500 rischiano di morire di fame. Solo il 25% della popolazione
ha accesso all'assistenza primaria di base, così che malattie
prevenibili o facilmente curabili restano le principali cause di
mortalità tra i bambini e le donne somale, insieme alla malaria
e alle malattie gastrointestinali, la cui causa risiede nelle difficoltà
d'accesso all'acqua potabile, mancanza di igiene domestica e cattiva
conservazione del cibo. Solo il 29% della popolazione ha accesso
all'acqua potabile e il 37% ai servizi igienico-sanitari, con grandi
disuguaglianze tra le aree urbane e quelle rurali. L’ultimo
rapporto UNICEF indica che solo 20% dei bambini riceve il cibo e
le medicine necessarie per sopravvivere.
Ai problemi ambientali e al conflitto si aggiungono altri fattori
che stanno ampliando drammaticamente la crisi alimentare e sociale:
inflazione e aumento abnorme dei prezzi del cibo. Per cibo si intende
in particolare quei pochi elementi che costituiscono la dieta quotidiana
(mais, sorgo, riso). Nella Somalia centro meridionale il
prezzo di mais e sorgo, prodotti localmente, è aumentato
del 300% negli ultimi 12 mesi, mentre altri prodotti importati
quali riso e olio vegetale del 150%. Nel frattempo, la moneta
locale si è svalutata del 65%. Siccità, reddito
sempre più basso,
aumento del prezzo del cibo, svalutazione della moneta locale sono
una miscela che produce effetti devastanti sulle popolazioni della
Somalia centro-meridionale.
L’esodo di centinaia di migliaia di sfollati a causa dei conflitti
si è venuto a inserire in questa già drammatica situazione
provocando una crisi umanitaria che rischia di raggiungere
e superare la tragedia degli anni 91-92 con le stesse regioni
somale dominate dalla fame e dalla morte.
L’inclusione della Somalia nella “guerra al terrorismo”,
con l’intervento militare etiopico e statunitense, oltre ad
essere stato un preoccupante errore, ha provocato una situazione
generalizzata di tensioni claniche e politiche
che coinvolgono fortemente tutto il centro sud del paese, senza
comunque risparmiare le aree più stabili del nord. La missione
di pace dell’Unione Africana, in questo contesto di scontri
e combattimenti, non è riuscita a dispiegarsi se non con
lim itate
forze provenienti soprattutto dall’Uganda.
L’attenzione e l’impegno della comunità internazionale
per affrontare la situazione politica e quella umanitaria della
Somalia rimangono drammaticamente insufficienti. Le Ong
somale e internazionali hanno più volte sollecitato attenzione
e aiuti, denunciando la disperata situazione, che è
oggi più grave di quella del Darfur. Vanno evidenziate, inoltre,
le responsabilità degli stessi somali, dalle intimidazioni,
sopraffazioni e violenze della polizia e dell’esercito e di
non poche autorità istituzionali, a quelle di veri e propri
approfittatori e banditi pronti ad approfittarne per arricchirsi
sulla pelle dei più deboli e indifesi. L’ accesso stesso
alle popolazioni bisognose è spesso reso difficile e insicuro
se non impossibile.
4. PER SAPERNE DI PIÙ.
Ospedale regionale di Jowhar. Aprile 2008 >>>
Società civile somala. Dichiarazione di Roma. 8 Febbraio 2008
>>>
Somalia. In attesa di un cortese riscontro. 16 Novembre 2007 >>>
Il Gruppo internazionale di contatto si riunisce a Roma. 7 Settembre
2007 >>>
A Mogadiscio muore la speranza? 17 Agosto 2007 >>>
La Somalia al bivio. 30 Dicembre 2006 >>> |