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AZIONE UMANITARIA E PEACE KEEPING IN IRAQ

Decreto legge 10 luglio 2003, n. 165
“Interventi urgenti a favore della popolazione irachena, nonché proroga della partecipazione italiana a operazioni militari”

Il decreto sarà discusso e convertito in legge alla Camera nei prossimi giorni. Alcune osservazioni vanno fatte, contando sull’ascolto e sulla sensibilità dei parlamentari.

Il Decreto è fatto in modo tale da far approvare in blocco decisioni che, solo alla lontana, hanno qualche attinenza le une con le altre: 1) missione umanitaria e di ricostruzione in Iraq; 2) calamità naturali in territorio estero; 3) invio di un contingente militare in Iraq; 4) partecipazione militare italiana a operazioni internazionali; 5) partecipazione italiana ai processi di pace; 6) regole amministrative e coperture finanziarie.

1. – Colpo di mano
Già il primo capitolo mescola la Missione umanitaria e di ricostruzione in Iraq (artt. 1-4) con i più generici interventi per calamità all’estero (art. 5): e non si tratta di poca cosa perché si vuole introdurre, senza un minimo di valutazione dei pro e dei contro, una novità importante nell’ambito degli interventi di emergenza all’estero finora normalmente coperti dalla Dgcs/Mae.
“Al verificarsi in territorio estero di calamità naturali o di altri eventi di particolare gravità, che mettano in pericolo di vita le popolazioni colpite e che rendano opportuno l’intervento dello Stato italiano, il presidente del Consiglio … dispone che il Capo del Dipartimento della protezione civile … provveda ad approntare le necessarie operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dall’emergenza”. L’aggiunta “o di altri eventi di particolare gravità” di fatto stabilisce che per ogni emergenza d’ora in avanti il primo soggetto di riferimento sarà la Protezione civile.
Se la Protezione civile ha dimostrato capacità ed efficienza in Italia, ciò non vuol dire che in un contesto diverso, talvolta molto diverso, che richiede altri tipi di specializzazioni e soprattutto di particolare attenzione alle popolazioni, di rispetto delle culture e usanze locali, di valorizzazione delle capacità locali, di fedeltà ai principi umanitari di neutralità, indipendenza, imparzialità essa possa, ugualmente ed automaticamente, essere lo strumento migliore. L’esperienza in Albania a soccorso dei rifugiati kosovari ha messo in luce l’inadeguatezza, in quel diverso contesto, delle strategie e delle metodologie valide per l’Italia.
Sarebbe necessario rimandare questo punto ad un’ulteriore analisi e valutazione, inserendolo nel contesto della riforma della Cooperazione italiana che prevede il coordinamento sia delle attività di sviluppo che di quelle umanitarie e di emergenza. Nel frattempo, come già successo per l’Albania, il Kurdistan, la Turchia e recentemente l’Algeria, valgono gli strumenti legislativi esistenti che già permettono specifici puntuali interventi all’estero di esperti o gruppi della Protezione Civile.

2. – Missione umanitaria in Iraq
Occorre esigere chiarezza. E’ in gioco l’essenza e il senso vero dell’azione umanitaria, di fronte alla quale nessuna ambiguità può essere permessa. Nessuna organizzazione umanitaria potrà mai accettare che la missione prevista dal decreto possa essere definita con il termine umanitario. Si tratta di una missione a fortissima valenza politica, con un coordinamento politico-diplomatico-militare, dotato di procedure amministrative di grande autonomia, di strumenti operativi ad esso finalizzati e operazioni che solo in parte possono essere considerate aiuto alla ricostruzione. L’ospedale da campo a Baghdad dove esistono già almeno quaranta ospedali funzionanti, per esempio, non lo è. Come non lo è il consistente apparato civile non strettamente legato ai progetti di ricostruzione e quello militare per l’intelligence e la sicurezza.
Per salvaguardare i valori dell’azione umanitaria e per impedire che siano inquinati da altri obiettivi totalmente estranei al concetto, agli ideali e alla pratica dell’umanitarismo, il Parlamento dovrebbero sentire il dovere di definire la missione governativa con il suo vero nome: missione politico-diplomatica in Iraq.
L’art. 1 del decreto prevede una lunga serie di interventi nei settori sanitario, infrastrutturale, scolastico e del patrimonio culturale. La cifra stanziata - detratto il costo, consistente, della missione politico-diplomatica e della sua sicurezza - pare alquanto esigua per poter realizzare tali interventi, se non in minima parte. Il Parlamento dovrebbe esigere maggiori dettagli in merito, per non doversene poi meravigliare in sede di relazione consuntiva.
La copertura finanziaria è garantita da fondi aggiuntivi alla legge 49/87 sulla cooperazione allo sviluppo. Date le finalità e le attività previste da tale legge, occorre separare la spesa relativa alle attività di ricostruzione da quella relativa alla costituzione, gestione e sicurezza del coordinamento politico-diplomatico che ha scopi diversi da quelli ammessi dalla legge 49. La prima può essere coperta con gli stanziamenti della Cooperazione allo sviluppo, la seconda con altre forme di finanziamento.

3. – Invio in Iraq di un contingente militare
L’art. 6 del decreto autorizza “la spesa per l’invio di un contingente di personale militare in Iraq, al fine di garantire le necessarie condizioni di sicurezza per gli interventi umanitari, favorirne la realizzazione e contribuire al processo di stabilizzazione del Paese”.
Le Ong hanno dichiarato, fin da metà aprile, di non volere né potere legare i propri interventi alla sicurezza garantita dai militari. La questione è di primaria importanza per le organizzazioni umanitarie il cui lavoro, per garantire la neutralità e l’osservanza dei principi umanitari, deve essere e rimanere indipendente da qualsiasi forza politica o militare. A ciò deve aggiungersi che in Iraq, la presenza militare della Coalizione, Italia compresa, è una presenza a cui manca il carattere della piena legalità com’è invece indispensabile per poter partecipare alle operazioni di pace.
Si chiariscano quindi le vere finalità dell’invio del contingente militare in Iraq che non sono, né possono essere, quelle di garantire la sicurezza per gli interventi umanitari.
Le Ong non hanno normalmente difficoltà, con le dovute differenziazioni, a collaborare con i militari in missioni di mantenimento o rafforzamento della pace, su mandato internazionalmente riconosciuto. Hanno talvolta utilizzato le strutture e i servizi che l’apparato militare può mettere a disposizione: trasporti aerei e terrestri, logistica, uso di mezzi meccanici, ecc. Diversa è invece la posizione delle Ong quando la presenza militare ha compiti offensivi, di occupazione e di “imposizione” guerreggiata della pace, fosse anche sotto mandato internazionale: in situazioni del genere non vi può essere collaborazione tra umanitario e militare. E’ necessaria infatti, per realizzare bene la mission umanitaria, una netta e chiara distinzione tra le due finalità che non possono e quindi non devono entrare in rapporto, anche solo nell’immaginario delle popolazioni per cui e con cui stiamo lavorando. Le popolazioni devono poter chiaramente distinguere tra operatori umanitari e militari, senza ambiguità alcuna e senza confusione dei ruoli. La netta distinzione è necessaria anche per ragioni di sicurezza, che richiedono che l’operatore umanitario non venga mai confuso né abbinato in nessun modo con il militare.
Si tratta di un punto di estrema importanza e anche di grande attualità: la nuova strategia militare considera infatti che anche l’azione umanitaria direttamente gestita dai militari debba far parte del “mestiere”, per rendersi amiche le popolazioni, contenerne il sentimento ostile, ottenere più facilmente informazioni utili. È sempre stato così, ma ora la dimensione assunta è sempre più ampia, esplicita, talvolta concorrenziale con le stesse organizzazioni umanitarie. È in gioco la stessa sopravvivenza dell’azione umanitaria, quale dovere umano imparziale, strumento solo dell’imperativo umanitario e non di posizionamenti o tatticismi politici o militari.

20 luglio 2003

Nino Sergi
INTERSOS

IRAQ, NASSIRYA
Militari italiani e Ong italiane?
Indispensabile il riferimento ai principi guida delle Ong


Stando alle notizie apparse sulla stampa di domenica 29 giugno, il maggiore Chris Stockel, capo della struttura per la cooperazione civile-militare, chiede che a Nassirya, dove si sta insediando l’esercito italiano, vi sia una significativa presenza di Ong umanitarie italiane.

Da metà luglio l’Italia assumerà la responsabilità della zona e un italiano sarà a capo dell’Autorità provvisoria della Coalizione che ha il compito di gestire le attività per la ricostruzione e l’assistenza umanitaria.

La risposta a questo invito richiede un’attenta riflessione ed un costante riferimento ai principi fondamentali delle Ong. Rappresenta anche un’occasione per approfondire maggiormente il tema dell’azione umanitaria in contesti nuovi e difficilmente riconducibili alle esperienze precedenti.

Alcune premesse

1. La presenza militare della Coalizione, Italia compresa, è una presenza a cui manca il carattere della piena legalità com’è indispensabile per poter partecipare alle operazioni di pace.

2. Questa mancanza impedisce alle Ong umanitarie di stabilire qualsiasi tipo di rapporto con le forze armate presenti in Iraq, diversamente da altre situazioni in cui si è anche collaborato con Forze di mantenimento della pace legittimate dal pieno mandato delle Nazioni Unite o di altri Organismi multilaterali specificamente demandati.

3. Le scelte delle Ong umanitarie devono sempre essere definite in funzione dei bisogni delle popolazioni. È “l’imperativo umanitario” a cui esse devono – e solo ad esso – prioritariamente rispondere.

4. A Nassirya i bisogni della popolazione sono simili a quelli delle altre città dell’Iraq: non può quindi esserci differenza nei criteri di scelta. Le Ong, anche quelle italiane, possono quindi operare a Nassirya come altrove, tenendo presenti le implicazioni della presenza militare italiana insieme alla valutazione dei bisogni della popolazione, compreso il bisogno di vivere in pace e sicurezza.

In relazione al tema dell’azione militare “umanitaria”, o “con compiti umanitari”, come si è spesso ripetuto in queste settimane, occorre denunciare che l’abuso del termine umanitario sta producendo un vero e proprio inquinamento dei principi e dell’azione umanitaria.

Va ribadito che:

5. Tra i principi cardini delle Organizzazioni umanitarie vi sono la totale autonomia e indipendenza nelle scelte e nell’azione, per garantire la necessaria neutralità e imparzialità dell’aiuto: autonomia, indipendenza, neutralità e imparzialità inconcepibili in una forza armata, a fortiori se schierata all’interno della Coalizione che ha dichiarato la guerra;

6. Le popolazioni devono poter chiaramente distinguere tra operatori umanitari e militari, senza ambiguità alcuna e senza confusione dei ruoli. Si tratta di un punto di estrema importanza e attualità: la nuova strategia militare considera infatti che anche l’azione umanitaria, direttamente gestita dai militari, debba far parte del “proprio mestiere”, per rendersi amiche le popolazioni, contenerne il sentimento ostile, ottenere più facilmente informazioni utili. È sempre stato così, ma ora la dimensione assunta è sempre più ampia, esplicita, talvolta concorrenziale con le stesse organizzazioni umanitarie. È in gioco la stessa sopravvivenza dell’azione umanitaria, quale dovere umano imparziale, strumento solo dell’imperativo umanitario e non di posizionamenti o tatticismi politici o militari.
La netta distinzione è necessaria anche per ragioni di sicurezza che richiedono che l’operatore umanitario non venga mai confuso in nessun modo con il militare.

Proposte operative e dialogo politico

7. Le Ong italiane, per eventualmente operare nella regione di Nassirya dove l’Italia ha il comando militare e dirige l’Autorità provvisoria della Coalizione, dovranno avere la certezza che nella propria azione siano garantite tutte le condizioni ed esigenze esplicitate nei punti precedenti, in particolare quella della piena e totale indipendenza.

8. A questo fine sarebbe auspicabile un’iniziativa della Presidenza del Consiglio per una riunione chiarificatrice tra le massime Autorità dei ministeri degli Esteri e della Difesa e dell’associazione delle Ong che, oltre a permettere una precisa conoscenza dei termini di ingaggio dei militari italiani, assicuri il riconoscimento e il rispetto, senza ambiguità né confusione alcuna, della totale autonomia, indipendenza ed esclusività dell’azione umanitaria delle Ong.

9. Di fronte al tentativo diffuso – in particolare nel contesto iracheno – di imbrigliare le Ong e la loro azione umanitaria, considerandole strumento di politica estera, funzionali al potere politico e ramo caritatevole degli eserciti, solo la chiarezza delle posizioni e l’affermazione ed il riconoscimento della piena indipendenza e autonomia delle Ong, senza ambiguità alcuna, può permettere il dialogo con le Istituzioni politiche. Dialogo che ha portato nel passato a risultati concreti e positivi e che, si spera, possa esistere anche per il futuro.

10. In ogni caso le Ong non potranno mai rinunciare - pena l’auto annientamento - alla propria specificità e ai propri principi ideali. Questi rappresentano, inoltre, una ricchezza straordinaria che contribuisce, in ogni società, al radicamento e rafforzamento di valori alti a cui ogni mente politica dovrebbe dare importanza.


INTERSOS
29 giugno 2003

SOLDATI DI PACE, MA NON UMANITARI

10 giugno 2003

Anche se un po’ noiosa, la fiction “Soldati di pace” è indubbiamente riuscita, grazie al regista e ai suoi attori, a suscitare la simpatia auspicata. Non possiamo però non evidenziare le molte perplessità e i molti dubbi provocati dal susseguirsi di forzature ed esaltazioni che hanno ridotto una realtà così complessa e variegata, come quella del dopo guerra, a mera e fantasiosa celebrazione dei militari italiani, onnipresenti, combattenti e umanitari e soprattutto al centro dei destini del Kosovo. I quali sono stati presentati perfino come formatori e salvatori del personale delle Ong.
Questo era lo scopo del filmato, si dirà: in funzione di esso la realtà doveva essere plasmata e romanzata. Fiction, pura propaganda, quindi. Legittima se non si prestasse ad ambiguità che vanno chiarite e che si inseriscono nel filone delle “guerre umanitarie” e delle “missioni militari umanitarie”.
Nessuna missione militare può essere considerata umanitaria o presentata come tale. Può trattarsi di missione per il mantenimento della pace, o di interposizione tra belligeranti, ma mai di missione umanitaria. Questa deve infatti corrispondere a principi etici e a codici di condotta che nessuna forza armata né oggi né mai può garantire. C’è un abisso tra umanitario e militare e le due funzioni vanno tenute chiaramente e nettamente distinte.
Ciò non significa che vi possano essere e siano anche auspicabili, in particolare nelle missioni di mantenimento della pace, collaborazioni tra forze armate e organizzazioni umanitarie a beneficio delle popolazioni in pericolo o comunque bisognose. Ciò non significa inoltre che non vi siano tra i militari persone profondamente umane e con un sentito spirito umanitario. Il problema non riguarda ovviamente le singole persone, ma l’essenza di una forza armata che non può in alcun modo essere né essere definita umanitaria. La fiction non lo fa, ma lo lascia intendere e lo comunica con la grande forza mediatica che le è propria.
Avremmo preferito un diverso approccio per presentare i “soldati di pace” e auspichiamo l’apertura di un dibattito vero, quanto mai necessario particolarmente in questo momento di forte presenza “umanitaria” (così è stata presentata) delle Forze armate italiane in Iraq.

LE ONG ITALIANE IN IRAQ. L'UMANITARIO DI FRONTE ALLA GUERRA E ALLA RICOSTRUZIONE

Roma, 13 maggio 2003

L’Associazione delle Ong italiane ha assunto, di fronte alla guerra, una posizione chiara e precisa. Deciso e fermo è stato il no alla guerra come strumento per la soluzione delle controversie internazionali, alla guerra preventiva, alle decisioni unilaterali basate sulla logica del più forte, allo svilimento del ruolo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
È stato inoltre assunto l’impegno che, in caso di guerra, non vi sarebbe stata nessuna collaborazione con le forze militari né alcuna richiesta di finanziamento, per le attività umanitarie, ai governi direttamente o indirettamente belligeranti.

Ad un mese dall’occupazione dell’Iraq e dalla caduta di Saddam Husseyn, ci si trova di fronte ad una situazione del tutto nuova. Pur riconfermando le posizioni assunte, le Ong devono analizzare le novità con attenzione: 1) Saddam è stato cacciato; 2) in Iraq, anche se in modo pericolosamente anarchico, si respira un’aria di libertà; 3) il paese, se non governato rapidamente, rischia di sprofondare in crescenti rivalità, violenze, fondamentalismi.
Queste novità vanno valutate parallelamente alle opzioni politiche che sono state assunte: 4) l’occupazione del Paese avviene senza alcun mandato internazionale; 5) non esiste alcuna volontà di consegnare all’ONU la guida della gestione politica ed economica della transizione, ma di relegare le Nazioni Unite ad un ruolo definito “vitale” da Bush e Blair, ma subalterno a quello delle forze occupanti.

I principi fondamentali delle ONG umanitarie
Nella situazione irachena è importante che le Ong abbiano presenti i principi che guidano da anni la loro azione umanitaria; anche al fine di evitare ipocrisie e superare inopportuni pregiudizi politici. In particolare, occorre soffermarci su:
a) l’imperativo umanitario: il dovere delle Ong di essere a fianco delle popolazioni bisognose e il diritto di queste di ricevere l’aiuto; b) l’imparzialità: per cui ogni scelta in merito è determinata in funzione della sola risposta ai bisogni, senza alcuna discriminazione; c) l’indipendenza: il rifiuto di qualsiasi condizionamento o strumentalizzazione politica dell’azione umanitaria che non può essere subordinata nemmeno a convinzioni politiche o religiose.
Tenendo presenti questi principi, come devono regolarsi le Ong umanitarie, nel nuovo particolare contesto iracheno, rispetto alle forze militari occupanti, alle nuove istituzioni, alle nuove leadership religiose? Si tratta di questioni che le Ong internazionali, compresa INTERSOS, si sono poste a Baghdad e a cui hanno cercato di dare risposte comuni, pur partendo da sensibilità e posizioni differenziate.
1. Interlocuzione con le nuove amministrazioni eterodirette. Proprio per essere fedeli all’imperativo umanitario, nelle situazioni di conflitto e post conflitto le Ong hanno sempre interloquito - quando utile agli aiuti alle popolazioni in pericolo - con ogni parte in causa, perfino con signori della guerra, dittatori, sanguinari comandanti. Ciò non ha mai significato né la loro legittimazione da parte delle Ong (che hanno spesso denunciato direttamente od indirettamente gli abusi, gli orrori, la negazione dei diritti umani) né alcuna forma di compromissione con loro. Si è sempre cercato di salvaguardare, con severa attenzione, l’autonomia e l’indipendenza delle Ong e della loro azione. L’interlocuzione con le nuove amministrazioni in Iraq è quindi coerente con il modo di operare delle Ong umanitarie e con i propri principi. Una diversa decisione assumerebbe una connotazione di parte, guidata non più dai principi umanitari ma da scelte politiche o ideologiche, sicuramente legittime e rispettabili, ma indubbiamente di parte.
2. Lo stesso discorso vale anche per la collaborazione con i leaders religiosi, qualora siano attivi nell’organizzazione e nella gestione della cosa pubblica (come sta accadendo in questa incerta fase di transizione). L’azione umanitaria - per non rischiare di rimanere semplice testimonianza e per raggiungere invece la massima efficacia - richiede interlocuzione e coordinamento con quanti si adoperano allo stesso fine.
3. Il rapporto con i militari. Qui il tema si fa ampio; cerchiamo di precisarne i punti salienti.

Rapporto umanitario-militare
Le Ong non hanno normalmente difficoltà, con le dovute differenziazioni, a collaborare con i militari in missioni di mantenimento o rafforzamento della pace, su mandato delle Nazioni Unite, com’è normalmente avvenuto fino ad ora. Hanno talvolta utilizzato le strutture e i servizi che l’apparato militare può mettere a disposizione: trasporti aerei e terrestri, logistica, uso di mezzi meccanici, ecc. Diversa è invece la posizione delle Ong quando la presenza militare ha compiti offensivi, di occupazione e di “imposizione” guerreggiata della pace: in situazioni del genere non vi può essere collaborazione tra umanitario e militare. E’ necessaria infatti, per realizzare bene la mission umanitaria, una netta e chiara distinzione tra le due finalità che non possono e quindi non devono entrare in rapporto, anche solo nell’immaginario delle popolazioni per cui e con cui stiamo lavorando.
Nei vari interventi di questo decennio, INTERSOS ha conosciuto militari con forte generosità, profonda umanità e spirito di solidarietà. Non si tratta quindi, è ovvio, di un giudizio sulle persone, ma della doverosa presa di coscienza politica dell’abisso che separa, concettualmente e nella realtà, e quindi in modo definitivo ed inconciliabile, le due mission.
Purtroppo, la strategia militare considera che anche l’azione umanitaria, direttamente promossa e gestita dai militari, debba far parte del “proprio mestiere”. Si tratta di rendersi amiche le popolazioni, di contenere il sentimento ostile prodotto dalla presenza armata straniera, di ottenere più facilmente informazioni utili… È sempre stato così, ma oggi la dimensione assunta è sempre più ampia, esplicita, aggressiva, talvolta “concorrenziale” con le stesse organizzazioni umanitarie. Le Ong hanno manifestato con durezza la loro opposizione a questo mascheramento umanitario degli eserciti che crea solo ambiguità ed una grande e pericolosa confusione tra militari ed operatori umanitari. Finché non sarà fatta chiarezza, quello che dobbiamo esigere con molta forza è almeno che i militari siano sempre riconoscibili come tali; che cioè mantengano sempre la propria divisa, senza mai camuffarsi, con abiti civili, da operatori umanitari. Lo chiediamo innanzitutto alle Forze Armate italiane, perché se ne facciano promotrici anche a livello internazionale nella definizione delle regole d’ingaggio.

Infine, il ruolo delle Nazioni Unite e degli organismi multilaterali in Iraq, anche se sminuito, va da noi valorizzato ed enfatizzato, anche per manifestare la non condivisione di tale sottovalutazione politica. Tale ruolo va infatti ristabilito quanto prima. Le Ong hanno, nella loro autonomia e indipendenza, fatto questa scelta: i loro riferimenti principali per l’organizzazione e il coordinamento degli aiuti umanitari e delle attività per la ricostruzione saranno le istituzioni delle Nazioni Unite e degli organismi multilaterali presenti in Iraq. Questo potrà anche essere, nella nuova situazione, lo spartiacque per poter collaborare con le cooperazioni dei governi coinvolti nella guerra, compreso il Governo italiano: ogni azione finanziata dovrà svilupparsi sotto il coordinamento delle organizzazioni multilaterali o delle istituzioni comunitarie o in stretto collegamento con loro.

Nino Sergi
Segretario Generale
INTERSOS

INTERSOS IN IRAQ, A UN MESE DALLA FINE DEI BOMBARDAMENTI

Baghdad, 8 maggio 2003

A un mese dall’occupazione di Baghdad e dell’intero paese e quindi dalla caduta di Saddam Husseyn, la sensazione che si ha in Iraq è strana. Il vecchio non c’è più ma il nuovo non esiste ancora. Il vecchio regime è crollato, con le sue istituzioni, i suoi riferimenti, i suoi dirigenti, le sue regole, il suo “ordine”, la sua giustizia, la sua presenza capillare, i suoi stipendi a fine mese… Il nuovo è frutto dell’improvvisazione, talvolta usando il buon senso e assumendo precise responsabilità, come abbiamo visto nella gestione di alcuni ospedali dove si sono organizzati comitati di gestione che, senza escludere la dirigenza politica, hanno introdotto la presenza e il controllo dello stesso personale medico in ogni decisione; talvolta invece il nuovo, la “libertà” e la temporanea impunità hanno favorito lo scatenarsi della delinquenza e dei saccheggi.
Strana sensazione davvero: alcuni media ci avevano presentato un’emergenza umanitaria causata dai bombardamenti, mentre ci si rende conto che questi hanno colpito precisi e ben identificati obiettivi del potere, pur avendo danneggiato abitazioni e infrastrutture. L’emergenza umanitaria, come siamo abituati a vederla alla fine di ogni guerra, non c’è, tranne che per l'enorme quantità di ordigni esplosivi che quotidianamente uccidono e feriscono.
Nonostante la ricchezza del petrolio, esiste invece uno stato di povertà generalizzata, con punte di estrema miseria ed emarginazione, che dura da anni ed è andata crescendo con la sciagurata gestione del potere di Saddam Husseyn aggravata dalle sanzioni economiche e dall’isolamento dell’ultimo decennio.
Se l’incerta fase di transizione che gli iracheni stanno vivendo da ormai un mese si prolungasse senza fornire le necessarie risposte per il governo della macchina amministrativa e per la costituzione della nuova rappresentanza politica della società, allora sì, si potrebbe entrare in una fase di emergenza difficilmente contenibile.
Cinque operatori umanitari di INTERSOS hanno seguito con grande attenzione, valutandoli nei diversi momenti e contesti, gli effetti dell’azione bellica.
1. Una prima missione di tre operatori in Iran, durata un mese, è stata finalizzata alla preparazione dell’accoglienza dei profughi iracheni, in previsione di massicce fughe di popolazione verso quel paese: contrariamente a tutte le previsioni, fortunatamente ciò non è avvenuto. Sono stati visitati i siti che il Governo iraniano aveva predisposto per l’accoglienza lungo il confine e si erano presi gli opportuni accordi con l’UNHCR e le Autorità iraniane.
2. Un’analoga missione è stata realizzata in Siria, anche al fine di trasportare in Iraq un convoglio di medicinali e materiali sanitari per l’ospedale pediatrico Al Mansur di Baghdad, con cui INTERSOS aveva stabilito rapporti dal dicembre 2002. La chiusura della frontiera, negli ultimi giorni della guerra, ha impedito il passaggio del convoglio che è stato poi spostato attraverso la frontiera giordana.
3. Le attività in Iraq realizzate e previste. Tre sono le priorità di INTERSOS:

  • Sanità. Fornitura di farmaci e materiali medicali all’ospedale pediatrico Al Mansur di Baghdad. La consegna, che copre le esigenze di un mese per circa 500 bambini, è avvenuta con tutte le garanzie relative alla salvaguardia e all’utilizzo dei farmaci e dei materiali. I medicinali che ci erano stati richiesti con urgenza sono stati quelli per la cura della leucemia. Dato il buon livello dell’ospedale e del suo personale medico, INTERSOS si è impegnata a garantire per un breve periodo la fornitura di altri medicinali indispensabili, ma soprattutto a realizzare nel prossimo futuro momenti di aggiornamento e di formazione, sia in Iraq che in Italia, in collaborazione con Istituti e Facoltà di medicina: ciò al fine di far recuperare al personale medico il ritardo tecnico e scientifico causato dal lungo isolamento degli ultimi anni.
  • Mine Action. Sminamento e bonifica delle aree infestate da ordigni esplosivi. Due squadre di sminatori specializzati negli interventi urgenti di bonifica partiranno nei prossimi giorni appena l’UNMAS, il coordinamento delle Nazioni Unite per simili operazioni, darà il via. Le aree di intervento saranno anch’esse definite da UNMAS: INTERSOS ha segnalato che alcune aree di Baghdad sono tra le più pericolose a causa della presenza di innumerevoli ordigni. Nei reparti chirurgici degli ospedali ogni giorni vengono ricoverati bambini che, per gioco, subiscono gravi conseguenze dallo scoppio di tali ordigni. Diventa urgente bonificare ogni spazio inquinato e iniziare un diffuso programma di informazione e di educazione sul problema degli ordigni esplosivi e dalle mine.
  • Gravi vulnerabilità. Tra le grandi problematicità sociali, abbiamo individuato quella degli anziani rimasti soli e ricoverati negli ospizi pubblici. Si tratta di una vera e grave emergenza, dato lo stato di totale abbandono in cui si trovano. Il concetto di assistenza alle persone anziane indigenti, rimaste sole e senza alcun legame familiare o comunitario, è quasi inesistente. INTERSOS ha quindi iniziato a seguire cinque ricoveri nel paese, a Baghdad, Mosul, Garbala, Ad Diwaniyah e Bassora, provvedendo alle riparazioni più urgenti (in particolare del sistema idrico, dei servizi igienici e elettrico), all’assistenza immediata e alla formazione del personale per un idoneo servizio agli anziani.

I finanziamenti per queste attività sono garantiti principalmente da: Echo (Ufficio Umanitario della Commissione Europea), Campagna del Tavolo di solidarietà con le popolazioni dell’Iraq, Auser, Provincia Autonoma di Trento, Associazione Marco Di Martino di Pescara, Confederazioni e Federazioni sindacali di Cgil, Cisl, Uil e i sostenitori di INTERSOS.

INUTILE UN OSPEDALE DA CAMPO A BAGHDAD
L’EMERGENZA UMANITARIA IN IRAQ NON E' DA TERZO MONDO

Baghdad, 30 aprile 2003

Nino Sergi, Segretario Generale di INTERSOS, denuncia l’inutilità dell’ospedale da campo che il Governo italiano e la Croce Rossa italiana si apprestano ad allestire a Baghdad. Esso rischia di essere persino umiliante per gli iracheni e per il personale medico che ha espresso, in modo quasi unanime, il proprio disappunto per l’iniziativa italiana. La struttura ospedaliera della città e del paese - dichiara Sergi in una intervista telefonica da Baghdad, dove si trova in questo momento - è rimasta sostanzialmente intatta ed è in grado di fare fronte alle esigenze della popolazione. Ciò di cui c’è bisogno, continua Sergi, è la disponibilità di farmaci (in particolare alcuni specialistici) e di apparecchiature più moderne ed efficienti e l’aggiornamento scientifico del personale medico, rimasto isolato per oltre 12 anni a causa del ben noto embargo. Sergi si appella quindi al Ministro Frattini affinché riconsideri l’opportunità di questa scelta.
La squadra di operatori di INTERSOS presente a Baghdad, che ha ieri concluso la consegna dei farmaci e dei materiali medicali all’ospedale pediatrico Al Mansur di Baghdad, ha potuto toccare con mano la situazione sanitaria e sociale del Paese, mettendo così a fuoco le reali necessità.
Poiché le attività belliche hanno interessato obiettivi considerati strategici senza distruggere, nella sostanza, le strutture abitative, sociali e sanitarie, non si può parlare di una vera e propria emergenza post bellica. Così come non c’è un’emergenza alimentare, dal momento che il sistema di approvvigionamento e di distribuzione degli alimenti esistente prima della guerra – con il programma “oil for food” - ha garantito a tutti scorte alimentari sufficienti per tre mesi e ora, grazie anche al Programma Alimentare Mondiale, sta riprendendo a funzionare.
Ciò che occorre affrontare, e in fretta, sono i mali di cui il Paese soffre da tempo, ben prima della guerra, a causa dello sciagurato regime e dell’imposizione dell’embargo. Nonostante la ricchezza petrolifera, l’economia irachena si è infatti deteriorata progressivamente, dal 1980, fino a trasformare l’Iraq in uno dei paesi arabi più poveri e indebitati: con il 50% di disoccupati, il 22% di bambini malnutriti (tenendo conto che circa la metà dei suoi abitanti ha meno di 14 anni), il 45% della popolazione senza accesso all’acqua potabile, il 14% di mortalità infantile.

MISSIONI "UMANITARIE-MILITARI" DEL GOVERNO ITALIANO IN IRAQ

Roma, 29 aprile 2003

Stanno partendo le prime missioni umanitarie-militari predisposte dal Governo italiano. Le mozioni approvate dal Parlamento sull’invio di aiuti umanitari all’Iraq accompagnati da un contingente militare di tutela, se da un lato rispondono al dovere di ogni Paese di portare soccorso alle popolazioni in pericolo, dall’altro pongono seri interrogativi che, come organizzazione umanitaria impegnata nei contesti di crisi, compreso quello iracheno, evidenziamo con fermezza.

1. Decisione ambigua.
Gli impegni umanitari del Governo italiano, come risposta alle crisi internazionali, non sono normalmente oggetto di previa discussione parlamentare, ancor più se hanno carattere di urgenza. In realtà, il risultato che il Governo intendeva ottenere dal Parlamento, attraverso lo sconveniente abbinamento “aiuti umanitari – missione militare”, era l’approvazione (questa sì, indispensabile) dell’invio in Iraq della missione militare e di una molteplicità di interventi, al fine di un più definito posizionamento politico e militare (e in prospettiva economico) in seno all’Alleanza vincitrice. Sarebbe stata opportuna, su questa materia, una maggiore chiarezza e assunzione di responsabilità.

2. Interventi prefabbricati.
Sono stati previsti e programmati interventi multisettoriali con un grande impiego di personale esperto italiano (dalle forniture di beni di prima necessità, al super-ospedale da campo, alle condutture idriche, ai sistemi elettrici, alla bonifica ambientale, alle infrastrutture portuali, ai beni culturali). Il tutto senza tener conto del contesto attuale, delle capacità locali esistenti sia in competenze che in infrastrutture (ad es. quelle ospedaliere, che rendono superfluo l’invio di un ospedale da campo), di quanto le organizzazioni umanitarie italiane e internazionali stanno predisponendo, delle possibili reazioni ad un approccio deciso unilateralmente; ed infine senza coordinamento con quanto potrebbero predisporre le Agenzie umanitarie delle Nazioni Unite.

3. Indispensabile preparazione specifica.
A questo proposito occorre ribadire che nelle situazioni di crisi belliche non bastano la professionalità e le buone intenzioni. L’esperienza ci ha insegnato che non possono mancare :
- La preparazione specifica al lavoro umanitario nel dopo guerra: che non è assolutamente la stessa cosa del dopo terremoto o dopo alluvione;
- La capacità di comprensione del contesto in cui si opera, di interlocuzione e di costruzione di rapporti di fiducia: obiettivi raggiungibili con permanenze di lunga durata e non con rapide turnazioni di tecnici anche molto preparati;
- L’immediato coinvolgimento e utilizzo delle capacità locali.

4. Inquinamento dei principi e dell’azione umanitaria.
Sull’abbinamento “azione umanitaria - azione militare” va ribadito che le Organizzazioni umanitarie agiscono in totale autonomia e indipendenza per garantire la necessaria neutralità e imparzialità dell’aiuto. In particolari situazioni si è talvolta reso necessario il sostegno (logistico e per la sicurezza) delle forze armate. In questi casi devono essere, però, le Organizzazioni umanitarie a chiedere tale sostegno, dopo averne attentamente valutato l’indispensabilità e gli effetti sulle popolazioni. Queste devono infatti poter distinguere tra operatori umanitari e militari, senza ambiguità alcuna e senza possibilità di confusione. È in gioco la stessa sopravvivenza dell’azione umanitaria, quale dovere umano imparziale (cioè non di parte, quale una forza armata inevitabilmente è), strumento solo dell’imperativo umanitario solidaristico e non di posizionamenti politici o militari.

5. Unilateralità e assenza di coordinamento multilaterale.
INTERSOS, in un comunicato del 14 aprile, alla vigilia del dibattito parlamentare, auspicava tra l’altro che “nel rispetto della norma costituzionale, del diritto internazionale e degli impegni in sede multilaterale, fosse valutata la possibilità per l’Italia di partecipare ad operazioni di peace keeping (di mantenimento della pace e dell’ordine pubblico) da realizzare immediatamente a salvaguardia della sicurezza della popolazione”.
Rimaniamo critici sulla unilateralità di tale decisione, che potrebbe trovare giustificazione solo di fronte ad una necessità gravissima ed immediata a cui dare risposta con altrettanta immediatezza. Così non è stato, né poteva essere. Si tratta infatti di un’operazione che richiede tempo: lo stesso tempo che sarebbe stato utile per poter definire in sede multilaterale (ONU, UE) l’intera missione. Ne è invece mancata la volontà politica.

Concludendo

Il sospetto che l’operazione non sia funzionale agli aiuti umanitari, peraltro limitati rispetto ai grandi progetti infrastrutturali, ma al posizionamento italiano – altrettanto legittimo per un Governo - per la ricostruzione e gli appalti che il petrolio iracheno potrà garantire cospicui, si trasforma ormai in certezza.
Avremmo gradito maggiore sincerità e chiarezza nell’assunzione delle responsabilità proprio per salvaguardare da inquinamenti politici ed interessi economici quello che vogliamo continuare a chiamare e considerare “imperativo umanitario”, il dovere etico e solidale di ogni persona di soccorrere un’altra persona in pericolo, senz’altra finalità e senza altri obiettivi.

AZIONE UMANITARIA E DI PEACE KEEPING IN IRAQ

Roma, 13 aprile 2003

Di fronte ad un’emergenza umanitaria è dovere di tutti avere un unico riferimento di valutazione e di scelta: i bisogni delle popolazioni in pericolo. E’ quello che noi organizzazioni umanitarie -sottolinea Nino Sergi, Segretario Generale di INTERSOS - chiamiamo l’”imperativo umanitario”, il dovere, l’obbligo umano di intervenire subito.

Nelle emergenze umanitarie provocate da guerre che, oltre a distruzioni, morti e sofferenze, creano normalmente situazioni di grave instabilità e di crescente insicurezza per le popolazioni inermi (“l’abbiamo purtroppo visto molte volte”, ricorda Sergi), l’”aiuto subito” deve prendere in considerazione un duplice intervento.

Prioritariamente quello delle forniture di beni e servizi indispensabili per la sopravvivenza delle popolazioni, l’attenuazione delle sofferenze e la tutela dei diritti fondamentali e della dignità.
Accanto a questo, in molti casi si rendono necessarie operazioni di peace keeping, di mantenimento della pace e dell’ordine pubblico: i ritardi di questi interventi hanno troppo spesso permesso lo scatenarsi di saccheggi, vendette, nuovi odi e conflitti talvolta più dannosi delle stesse guerre.

In Iraq si sta presentando una situazione di questo tipo, che richiede quindi decisioni rapide e coerenti, avendo come riferimento la popolazione irachena e il suo stato di bisogno.
Come organizzazione umanitaria per l’emergenza, impegnata da anni nelle principali situazioni di crisi, INTERSOS chiede al Governo e al Parlamento italiano che:

  • siano definiti senza indugio adeguati ed efficaci aiuti umanitari alla popolazione irachena, in stretto legame con il coordinamento umanitario delle Nazioni Unite;
  • gli eventuali interventi pubblici (Cooperazione governativa, Protezione civile, Regioni ed Enti locali) siano per quanto possibile coordinati con gli interventi umanitari realizzati dalle Organizzazioni non governative presenti ed operanti in Iraq e nei paesi limitrofi, che già stanno agendo in modo coordinato e sinergico;
  • nel pieno rispetto della norma costituzionale, del diritto internazionale e degli impegni assunti in sede multilaterale, sia valutata la possibilità, per l’Italia, di partecipare ad operazioni di peace keeping da realizzare immediatamente a salvaguardia della sicurezza delle popolazioni.

APPELLO DELLE ONG ITALIANE AL G8 PER LA PACE IN CECENIA

Associazione delle Ong italiane
di cooperazione e solidarietà internazionale


Roma, 29 maggio 2003

L’Associazione delle ONG Italiane ribadisce la propria ferma convinzione che l’impegno e le mobilitazioni per la pace e la giustizia della società civile e del mondo politico debbano essere rivolte a tutte le situazioni di violazione dei diritti umani, a tutti i conflitti accesi nel mondo e in particolare alle molte crisi umanitarie dimenticate. Tra queste, un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta alla Cecenia che, ormai da quasi un decennio, produce orrore nell’indifferenza totale degli europei e della comunità internazionale nel suo insieme.

L’Associazione delle ONG Italiane sostiene con convinzione i contenuti di un possibile piano per la soluzioni della crisi cecena che preveda il disarmo delle truppe cecene, il ritiro di quelle russe e l’intervento delle Nazioni Unite con un’amministrazione provvisoria che sappia ristabilire la pace, il diritto e la democrazia, traghettando la Cecenia verso un assetto politico e sociale da definirsi attraverso la consultazione popolare.

Le ONG Italiane confermano il loro impegno a svolgere, insieme alle altre espressioni della società civile, iniziative di mobilitazione e di pressione a livello nazionale, europeo e internazionale. In particolare, chiedono che la lotta al terrorismo e la promozione della pace - inserite tra le priorità dell’agenda del vertice del G8 di Evian - considerino la continua violazione dei diritti fondamentali in Cecenia. Chiedono, inoltre, che sin da ora il governo italiano metta la soluzione della crisi cecena nell’agenda della propria politica estera e che durante il prossimo semestre che vedrà l’Italia alla presidenza dell’Unione Europea si faccia promotore di iniziative concrete per la pacificazione, la ricostruzione e l’avvio di processi di democratizzazione.