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L'ABITUDINE ALLA VIOLENZA. LA CONDIZIONE DELLE DONNE SFOLLATE IN SOMALIA

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L'ABITUDINE ALLA VIOLENZA. LA CONDIZIONE DELLE DONNE SFOLLATE IN SOMALIA

29 Nov 2011

 In seguito alla siccità e alla carestia che si sono abbattute sul Corno d’Africa nei mesi estivi, migliaia di persone in Somalia hanno lasciato le aree maggiormente colpite per sfuggire alla fame e si sono concentrate nei campi profughi, alle porte di Mogadiscio.  Queste persone vivono ancora lì e la vita nei campi è difficile e incerta, in particolare per chi non può contare su alcuna protezione: donne sole, bambine e ragazzine. Chi oggi lavora in Somalia ci racconta delle difficili condizioni di vita all’interno dei campi di sfollati. Subire uno stupro per raccogliere dell’acqua, rischiare percosse e maltrattamenti durante la distribuzione del cibo, combattere ogni giorno per la propria incolumità: è questa la quotidianità di una donna sola in un campo di sfollati.

Nella fase di prima emergenza, quando sempre più persone, che fuggivano dalle aree colpite dalla carestia, giungevano nei campi, la priorità per gli operatori impegnati sul campo è stata quella di dare un’assistenza immediata, fornendo beni di prima necessità, cibo, ripari per le famiglie di sfollati e cure mediche.

Quello che adesso preoccupa gli operatori Intersos impegnati in Somalia sono le condizioni di insicurezza e di precarietà all’interno dei campi, che colpiscono soprattutto i soggetti più deboli. Sono le donne, bambine e ragazzine le maggiori vittime di questa situazione, soprattutto quando sono sole. Come ci racconta Domenica Costantini, operatrice Intersos, esperta di protection,  impegnata in Somalia, i rischi quotidiani per queste donne all’interno e all’esterno dei campi sono tanti. Molte delle molestie ad esempio avvengono in seguito alla distribuzione dei beni alimentari e di prima necessità, quando si concentra un gran numero di persone e le donne sole sono maggiormente vulnerabili. Anche la raccolta dell’acqua rappresenta un momento rischioso: spesso i punti di raccolta sono lontani dal campo e le ragazze vengono violentate lungo il tragitto. Lo stesso accade con la raccolta della legna per il fuoco, all’esterno del campo, dove le ragazze possono imbattersi nei miliziani.  “Non ci sono alternative per me - racconta una ragazza di 13 anni che vive in un campo a Mogadiscio- Sono io che devo raccogliere la legna nella foresta, dove sono nascoste le milizie, per cucinare 3 volte al giorno per mia madre e i miei fratelli. Non posso permettere a mio fratello di andare a raccogliere la legna, perchè potrebbe essere ucciso, io invece posso solo essere stuprata”.

Per tracciare un quadro della condizione delle donne e dei rischi a cui sono sottoposte all’interno campi, gli operatori Intersos hanno condotto una ricerca attraverso incontri ed interviste rivolte direttamente alla popolazione di 15 campi nell’area di Mogadiscio. Agli incontri hanno partecipato sia uomini che donne, di differenti età, tra i 13 e i 19 anni. La ricerca ha inoltre coinvolto le autorità, le istituzioni e le organizzazioni locali, con l’obiettivo di creare maggiore coordinamento e condivisione di informazioni per prevenire la violenza sulle donne.

La ricerca ha evidenziato che all’interno dei campi le strutture che accolgono la popolazione sono ripari d’emergenza, gli alloggi delle famiglie sono fatti con tende, cartone e teli di plastica che si trovano gli uni accanto agli altri: non vi sono porte né serrature, le tende spesso sono logorate e piene di buchi. In molti casi nemmeno le latrine sono divise tra uomini e donne e non si possono chiudere dall’interno. In questa situazione per le donne è difficile avere una vera privacy, questa condizione di promiscuità esaspera il rischio di subire violenze e molestie all’interno dei campi dove la sicurezza materiale delle donne non è garantita , in particolare in assenza di un marito, un padre o un fratello a difenderle.

Molto spesso succede che le famiglie si dividano in vari campi, nel tentativo di avere maggiore accesso ai servizi e le ragazze si trovino sole in un campo, separate dal resto della famiglia e quindi più esposte alle violenze e agli stupri.

Purtroppo la violenza è un’esperienza comune e condivisa per le ragazze che vivono come sfollate, i casi di stupro denunciati sono molti di meno rispetto a quelli che passano sotto silenzio e spesso le violenze domestiche sono considerate la norma. Domenica ci spiega che in molti casi gli abusi possono essere commessi indifferentemente da chi porta la divisa, da chi gestisce i campi, da chi distribuisce il cibo ed è per questo che le violenze non vengono denunciate dalle donne. Una donna che denuncia una stupro può subire l’emarginazione, l’umiliazione e la solitudine: nessuno potrebbe volerla più sposare.

La ricerca di Intersos ha portato alla luce la condizione di rischio ed insicurezza in cui vivono le donne nei campi di sfollati. Superata quindi la fase di prima emergenza, gli operatori di Intersos vogliono ora avviare una strategia condivisa con le organizzazioni locali, a partire da quanto è emerso dalla ricerca, che si concentri sulla condizione delle donne. L’idea è quella di coinvolgere tutte le organizzazioni impegnate sul campo nei vari settori (acqua, cibo, sanità, istruzione) per ridurre i fattori di rischio di violenza in ogni aspetto dell’assistenza: non solo fornire assistenza legale e sociale alle vittime di violenza, ma prevenire gli episodi di violenza rendendo più sicuri per le donne i luoghi della vita quotidiana nei campi.

L’impegno di Intersos per la sicurezza delle donne si inserisce nei 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, la campagna internazionale che prende avvio il 25 Novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, e termina il 10 dicembre, giornata mondiale dei diritti umani. Queste date vogliono rappresentare un collegamento simbolico per enfatizzare che la violenza sulle donne è una grave violazione dei diritti umani. Per maggiori informazioni visita il sito http://16dayscwgl.rutgers.edu/ 

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