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IN AFGHANISTAN E' L'ORA DELLA COOPERAZIONE CIVILE, L'ARTICOLO DI NINO SERGI

approfondimenti / Afghanistan

IN AFGHANISTAN E' L'ORA DELLA COOPERAZIONE CIVILE, L'ARTICOLO DI NINO SERGI

19 Lug 2011

Il Presidente di INTERSOS, Nino Sergi, ha scritto una nota di analisi alla vigilia del voto di rifinanziamento della missione internazionale in Afghanistan. Il commento è stato rilanciato in forma sintetica da 'Il Riformista di domenica 17 luglio.

La proroga della missione in Afghanistan è all’esame della Camera, insieme alle altre missioni. L’enfasi, talvolta sacrale, dei governi e della politica ha malamente cercato di coprire negli anni quel crescente senso di incertezza e di disorientamento di una missione militare che ha sempre stentato a darsi chiari obiettivi, in un paese come l’Afghanistan che ha sempre mal sopportato il perdurare di forze straniere sul proprio territorio. E’ mancata una visione politica precisa, condivisa con gli afgani e sostenibile. Ancora oggi, dopo dieci anni, non esiste alcun piano strategico chiaro, al di là dell’aver fissato la data del 2014, definito alcune tappe intermedie in ordine sparso e avviato la ‘fase di transizione’. Anche quest’ultima mantiene un significato fumoso, al di là delle previsioni sul numero delle forze di sicurezza afgane che dovranno sostituire quelle internazionali e dei contatti con i talebani per mediare accordi non troppo disonorevoli.

Non sta andando bene in Afghanistan, nonostante quanto la propaganda politica cerchi ancora di affermare. La coalizione internazionale ha fatto scelte non attentamente valutate, adottato strategie non sufficientemente concordate e spesso divergenti tra regione e regione. Sono stati così sprecati anni, ingenti risorse finanziarie e purtroppo molte vite umane, italiane, internazionali, ma soprattutto afgane. Numerosi gli errori commessi, dovuti innanzitutto all’incapacità o ai ritardi della politica nel perseguire vie diverse da quella militare e sostenerle con la stessa premura e impegno dimostrati per l’intervento armato. Le Forze armate, occorre riconoscerlo, continuano a coprire questo permanente vuoto della politica, coscienti di ciò e facendolo per dovere istituzionale, fino anche a morirne. Ma non possono sostituirsi alla politica. Per  quanto tempo ancora si riuscirà a nascondere con le celebrazioni e gli annunci dei “successi ottenuti” il fallimento della coalizione internazionale in questi dieci anni?  Certo, moltissime cose sono migliorate rispetto al periodo talebano e ci riempiono di soddisfazione. I ragazzi e le ragazze possono andare a scuola, fino all’università; a Kabul le donne col burka si vedono ormai solo nei quartieri periferici; le organizzazioni della società civile si esprimono vivacemente e alquanto liberamente; l’acqua e l’elettricità nelle grandi città è in buona parte assicurata; l’informazione gode di un buon grado di libertà; l’economia ha ripreso; l’apparato amministrativo esiste  … e molto altro ancora. Tutti sono terrorizzati al solo pensiero del ritorno del regime talebano. Ma per la maggioranza della gente, quella che vive nei villaggi o nei quartieri periferici delle città, ben poco è cambiato. Inoltre, le istituzioni sono ampiamente corrotte, a un livello mai visto in Afghanistan, con una visione del bene comune limitata alla cerchia dei propri interessi, una giustizia scritta sulla carta ma inapplicata, ad iniziare dalla tutela della donna, un centralismo rapace che teme ed emargina competenze e buone volontà attive sia nella capitale che nelle province, una perdurante impunità. Le organizzazioni della società civile afgana denunciano queste storture e  evidenziano con forza che la fase di transizione, incentrata soprattutto sul rafforzamento delle forze di sicurezza afgane, dovrà comportare un radicale cambiamento, pena il suo insuccesso.

La presenza della NATO ha favorito la necessaria stabilità, ma è mancato quel chiaro e definito progetto politico da parte della Comunità internazionale che avrebbe potuto rafforzarla e consolidarla. Si è preferito (anche per meschine visioni di politica interna e di consenso elettorale), nascondere la realtà, quella che oggi spinge a ricercare soluzioni per uscirne quanto prima e senza troppe umiliazioni.

PRT, Provincial Reconstruction Team, unità provinciali di ricostruzione. L’ambiguità e confusione dei termini si manifesta ora in tutta la sua evidenza. Rispetto al costo dei PRT, di ricostruito c’è poco. E non poteva che essere così. Non spetta ai militari ricostruire. Quando lo fanno è solo per “conquistare le menti e i cuori”, secondo la tattica adottata dalla NATO che, detto in termini più comprensibili, significa comprare la benevolenza di chi potrebbe esserti nemico. Tutto legittimo e anche opportuno, ma non è certo con le armi che si ricostruisce un paese. La sicurezza è indispensabile, è innegabile. Occorre però iniziare a domandarsi - cercando risposte non propagandistiche né auto giustificative - se non ci sarebbe forse più sicurezza nel paese senza il dispiegamento della coalizione su tutto il territorio, occupandolo, come è avvenuto dal 2003 in poi. Se cioè non avrebbe garantito maggiori e duraturi risultati la scelta della ricerca del dialogo politico e della trattativa con gli insorgenti. Si è fatto l’errore di considerarli tutti aprioristicamente talebani, qaedisti, terroristi da annientare, riconoscendo con troppo ritardo che l’insorgenza poteva anche esprimere, a modo suo, opposizione politica, aspirazioni, autorità e potere riconosciuto, da tenere in considerazione. La via della trattativa e quindi del riconoscimento e coinvolgimento, almeno dove possibile, avrebbe potuto favorire il rafforzamento delle istituzioni e della loro presenza attiva fino al più remoto villaggio, fornendo quelle risposte ai bisogni della gente che, purtroppo, non sono arrivate in modo adeguato, né stanno arrivando. Fa riflettere il fatto che fino al 2005 le organizzazioni umanitarie potevamo circolare, adottando le ordinarie procedure interne di sicurezza, in regioni come quelle in cui anche Intersos ha operato: Nangarhar, Kunar, Laghman, Paktya, Kandahar, Elmand, Faryab, Sar-i-Pul, Mazar-i-Sharif ecc., mentre non è stato più possibile, perché divenuto troppo pericoloso, da quando le forze della coalizione si sono dispiegate in quelle aree. Le armi non risolvono il problema, lo rinviano, talvolta lo modificano aggravandolo o aprendo nuovi scenari di scontro.

Il PRT di Herat è una fortezza di cemento armato, fili spinati e torrette di protezione, impenetrabile. E pensare che dovrebbe trattarsi della struttura incaricata di costruire rapporti con i civili. Un italiano vi entra normalmente solo dopo 20 minuti di controlli, di verifiche via radio e con un accompagnatore. Chissà un afgano! Nessuno a Herat vuole una simile ingombrante fortezza nel centro cittadino. Ma la volontà degli afgani non è stata presa in considerazione e la reazione, violenta purtroppo, si è fatta sentire lo scorso 30 maggio. Nulla a che vedere con i talebani, ma solo con l’insipienza di chi ha progettato e testardamente mantenuto ed esaltato tale fortilizio nel centro cittadino. Questo va ora smantellato quanto prima, togliendo dal centro cittadino quell’ingombrante presenza che non è mai stata gradita. Prima, speriamo, del nuovo segnale di rifiuto che potrebbe comportare ulteriori vittime. Sarebbe anche un risparmio, utile all’ampliamento della cooperazione civile.

I dieci anni che molti, come noi, considerano in buona parte sprecati sono ormai passati ed è iniziata la fase della transizione. Partendo da questa realtà, quella reale, non quella falsata dalla politica, è ancora possibile dare senso all’azione internazionale e, per quanto riguarda Herat e le province occidentali, a quella italiana? La via, a nostro avviso, è sempre la stessa, quella che per anni è stata sminuita: puntare sull’azione civile più che su quella militare, invertendo i termini della proporzione con decisione. Un passo indietro dei militari e due passi avanti della cooperazione civile. Nella fase e nelle condizioni attuali i militari vanno certo mantenuti. Sarebbe da incoscienti pensare ad un ritiro troppo affrettato, non concordato e attentamente valutato. Ma la gradualità del loro ritiro va programmata da subito, in parallelo con l’impegno civile da ampliare e rafforzare, fino alla sostituzione di quello militare, anche in termini di stanziamenti finanziari. Non spendere per gli interventi civili ciò che viene speso per quelli militari sarebbe il segnale peggiore che l’Italia potrebbe dare, all’Afghanistan e a quei paesi asiatici e degli altri continenti che ancora la tengono in considerazione. L’impegno civile dovrà attuarsi secondo priorità condivise con i governatori delle province occidentali e i loro piani di sviluppo; rafforzando e qualificando la presenza e l’azione attiva della pubblica amministrazione nei distretti e nei villaggi; favorendo in questi lo sviluppo delle produzioni agricole e delle possibilità di raggiungere i mercati urbani, di essere trasformate, conservate; coinvolgendo le organizzazioni della società civile che stanno dimostrando capacità diffuse; rafforzando il sistema scolastico; formando giovani di entrambi i sessi ad acquisire capacità professionali idonee a garantire un reddito in una realtà dove la disoccupazione supera il 40% nelle aree urbane; dando risposte ai problemi sociali delle fasce più vulnerabili; fino alla realizzazione delle infrastrutture e degli investimenti industriali che l’area necessita. Il rischio, che sentiamo fortemente, è che si continuerà a spendere risorse per le operazioni militari mentre quando queste cesseranno ci si dimenticherà dell’Afghanistan, abbandonandolo ai suoi problemi. Herat e le province occidentali potrebbero diventare col tempo un’area di crescenti rapporti economici e di sviluppo, anche valorizzando il rapporto con le confinanti parti orientali dell’Iran e del Turkmenistan ugualmente interessate. Un’area quindi di pace. Le quattro province occidentali chiedono di essere in questo aiutate.

La presenza italiana assumerebbe, anche al di là del 2014, agli occhi dell’Afghanistan e della Comunità internazionale un valore tale da posizionare l’Italia tra i paesi da rispettare e da considerare. Una ‘success strategy’ che purtroppo il nostro paese stenta ad accettare. Il decreto di proroga delle missioni internazionali, all’esame della Camera, ha infatti ridotto la cooperazione civile in Afghanistan al misero 1,5% rispetto allo stanziamento per l’impegno militare: 5,8 milioni per la cooperazione civile di fronte a 399,705 milioni per la presenza militare. Scelta suicida. Agli occhi degli afgani insultante. Forse l’intelligenza di molti parlamentari, non inclini a subire diktat da osteria elettoralistica, potrebbe ancora modificarla. Lo speriamo, per il bene del nostro paese.

Nino Sergi, presidente di INTERSOS

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