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Documento politico di Nino Sergi, Segretario Generale di INTERSOS,
24 aprile 2004
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L'Iraq non va abbandonato,
ma aiutato, accompagnato e soprattutto ascoltato dall'intera
comunità internazionale che non può decidere
da sola il suo destino e il cammino per arrivarci. Intersos,
pur avendo temporaneamente spostato il proprio personale internazionale
in Giordania e Quwait per ragioni di sicurezza, continua le
attività di assistenza e di ricostruzione nel centro
e nel sud del paese con operatrici e operatori iracheni di
grande competenza: educazione e cure mediche ai bambini, accoglienza
e assistenza dei profughi, distribuzione di beni di prima
necessità, bonifica umanitaria di aree infestate da
mine e ordigni esplosivi. Dai primi di aprile sono stati aggiunti
alcuni interventi urgenti a sostegno della popolazione di
Falluja, dove tra il 5 e il 12 abbiamo consegnato medicinali
e coperte, e di un migliaio di famiglie che, fuggite da quella
città, hanno trovato rifugio a Baghdad intorno a cinque
moschee dei quartieri occidentali; a queste famiglie Intersos
ha fornito cibo, coperte, materassi, stufe per cucinare e
altri beni di prima necessità.
La fase dell'occupazione in Iraq va assolutamente e definitivamente
chiusa. Ridare la parola agli iracheni, senza esclusione di
nessuna componente significativa della società tribale,
religiosa, politica e civile; coinvolgere e impegnare l'intera
comunità internazionale, compresi i paesi arabi e musulmani,
valorizzando il dialogo e le scelte multilaterali; promuovere
una conferenza internazionale di pace; esprimere con una nuova
risoluzione del Consiglio di Sicurezza l'inizio della nuova
fase a guida Onu, compreso il comando delle forze internazionali
di mantenimento della pace. Queste le linee politiche che
dovrebbero guidare la comunità internazionale, ed in
particolare l'Italia, per uscire dal baratro in cui ci stanno
portando la guerra preventiva, le scelte unilaterali e di
potenza e il rigetto delle istituzioni multilaterali. Il rifiuto
dell'indispensabile svolta, se sarà confermato, e la
riduzione dell'Onu a mera copertura della situazione esistente,
deve condurre il nostro paese a prendere nettamente le distanze
da queste scelte che si sono dimostrate errate e pericolose
e che possono condurre a situazioni di gravità difficilmente
controllabili. E il ritiro del contingente militare dovrà
allora, coerentemente, essere la prima decisione.
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Come uscire dal caos
Che la guerra sia stata un grave errore, con l'umiliazione dell'Onu,
il rifiuto del confronto politico e delle decisioni multilaterali,
la visione messianica della propria potenza e superiorità,
le falsità, la pretesa di esportare la democrazia con le
armi, l'incapacità di gestire il dopo guerra, la serie di
scelte sbagliate e di gravissimi errori reiterati su dodici mesi
di occupazione, sono cose ormai assodate. Il punto ora è
un altro e non di poco conto. Come uscire dal caos dell'Iraq
che ci coinvolge ormai tutti, chi ha condiviso la guerra e chi ad
essa si è opposto, chi mantiene le truppe e chi le ritira,
chi continua ad essere preoccupato e chi considera il problema come
un affare di chi l'ha generato?
Alcune ipotesi strategiche valide ancora poco tempo fa ora non lo
sono più. La stessa legge per l'amministrazione del periodo
transitorio (la "costituzione provvisoria" dell'8 marzo)
e il calendario dei relativi adempimenti istituzionali sono stati
tardivi e hanno trovato un contesto più sfavorevole e più
aggressivo dei mesi precedenti. Si è perso tempo. Non si
è capito quasi nulla dell'Iraq e si è dato spazio
più all'arroganza prepotente delle armi (con soldati istruiti
alla guerra ma non alle operazioni di peace keeping) che alla costruzione
di una seria, valida, condivisa strategia politica con chiare e
condivise finalità e chiari obiettivi da perseguire.
Guardando alla realtà dell'Iraq e al contesto internazionale,
una possibile risposta deve partire, a nostro avviso, da tre premesse
politiche: a) va definitivamente chiusa la fase della guerra
e dell'occupazione; b) l'Iraq non può essere abbandonato
a sé stesso; c) occorre ridare la parola agli iracheni.
La necessità di una svolta
La fine di questa fase di guerra e di occupazione comporta una svolta
ormai inevitabile, che richiede a sua volta un atto di coraggio
e di intelligenza politica da parte dei paesi della Coalizione ed
in particolare degli Stati Uniti. Sarebbe, per l'Amministrazione
Bush, il modo politicamente meno doloroso per uscire dal baratro
in cui è sprofondata e in cui sta trascinando il resto del
mondo: senza perdere inutilmente ulteriori vite umane (irachene,
americane e di altri paesi), senza perdere progressivamente e inesorabilmente
alleati e senza perdere la faccia (cosa non secondaria con le elezioni
alla porta). Un atto politico teso a dichiarare (anche se si tratterebbe
di un'altra falsità) che dietro la guerra non c'era né
la potenza, né il petrolio, né il rifiuto del multilateralismo
e dell'ONU, ma solo la volontà di lottare decisamente contro
il terrorismo e per la liberazione del popolo iracheno, come sempre
ufficialmente affermato. Un atto politico quindi che, con un
passo indietro delle forze della Coalizione, affidi all'Onu la guida
della transizione e della ricostruzione, compreso il comando della
forza multinazionale di mantenimento della pace.
Aiutare gli Usa a non isolarsi ulteriormente
Chi ha fatto scelte unilaterali gravemente sbagliate, occupato l'Iraq
senza legittimazione internazionale, commesso così tanti
errori con conseguenze che potrebbero essere nefaste per tutti,
non può pretendere il comando militare nella fase
che deve rappresentare la svolta e mettere fine all'aggressione.
Non può pretenderlo, anche perché gli iracheni
non lo permetterebbero più. E sappiamo, ora, che hanno
capacità per opporvisi, anche molto duramente: e lo faranno.
La fase insurrezionale potrebbe iniziare da un giorno all'altro,
anche senza preavviso. La decisione del Governo spagnolo è
coerente con quanto pubblicamente dichiarato durante la campagna
elettorale: ritiro delle truppe dall'Iraq se l'Onu non avesse assunto
la responsabilità della fase di transizione e il comando
delle forze militari. Dalle ultime dichiarazioni della Casa Bianca
e dello stesso Kofi Annan non vi è nessun accenno al passaggio
del comando militare all'Onu, ma vi è anzi la conferma del
presidente Bush del contrario. Non esistono quindi le condizioni
indicate dal premier Zapatero. Altri paesi hanno deciso o stanno
pensando di modificare l'impegno iniziale. La spaccatura tra
gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali, che si voleva evitare,
rischia di allargarsi poco alla volta. Non è più
il tempo dei silenzi e dell'accondiscendenza reverenziale: gli alleati
degli Stati Uniti, in particolare quelli più vicini all'Amministrazione
Bush, devono fare di tutto perché differenti e condivise
scelte politiche, nel rispetto del diritto internazionale e delle
istituzioni internazionali, possano ricreare le condizioni per una
rafforzata alleanza.
Impegno dell'intera Comunità internazionale
e ruolo dell'Europa
Non abbandonare l'Iraq a sé stesso è un imperativo
a cui non ci si può sottrarre, per dovere etico e di responsabile
solidarietà che riguarda ancora una volta tutti. Il paese
si trova in una situazione di disgregazione, di violenza, di criminalità,
di disordine tali da suscitare inquietudine e paura nella popolazione
irachena che si sente in balia di eventi non dominabili, nell'immediato,
con le sole forze irachene. Non abbandonare l'Iraq significa farlo
diventare una preoccupazione dell'intera comunità internazionale,
coordinata sotto l'egida dell'Onu, con una vera e lungimirante strategia
regionale, un ruolo attivo dei paesi arabi e musulmani, dell'Europa,
della Russia oltre che degli stessi Stati Uniti, cercando il
consenso delle rappresentanze delle varie tribù e comunità
irachene.
L'Unione Europea deve assumere le proprie responsabilità.
Ha un ruolo da giocare ed è l'unico soggetto politico in
grado di farlo con la possibilità di farsi ascoltare da tutte
le parti. Finora è stata a guardare, incapace di concordare
una posizione ed una linea politica comune. La decisione unilaterale
di Zapatero, pur coerente con il programma annunciato, potrebbe
forse indebolire l'Europa, proprio mentre stava iniziando a prendere
coscienza dell'indispensabilità di una posizione comune;
potrebbe anche, però, rappresentare la novità necessaria
per fare riprendere un'approfondita discussione, rivalutare le proprie
posizioni e giungere ad una scelta collegiale del Consiglio europeo.
Solo Capi di Governo insensati possono sostenere, di fronte alla
gravità della crisi che attraversa il mondo, l'inutilità
di una nuova riunione del Consiglio Europeo. Le scelte unilaterali,
nell'attuale situazione internazionale, sono sbagliate, sia in America
che in Europa. Spetta quindi ai paesi europei, nel loro insieme,
assumere una posizione comune che abbia il peso politico necessario
a convincere l'Amministrazione americana a cambiare radicalmente
rotta, pur mantenendo un ruolo nella questione irachena compresa
una presenza militare se così sarà valutato dall'Onu
e dagli iracheni. Sarebbe al contempo il modo per favorire l'apertura
di un dialogo più efficace con il mondo arabo e musulmano.
La situazione è giunta a tale livello di complessità
e di pericolo da non permettere un'ulteriore latitanza dell'Europa,
pena la decretazione della propria irrilevanza politica per il futuro
e pena la sfiducia degli elettori europei che si sono espressi in
maggioranza contro la guerra e l'occupazione dell'Iraq e che chiedono
ora una radicale svolta. Sarebbe poi un errore, a nostro parere,
coinvolgere la Nato in quanto tale nella forza di peace keeping
sotto il comando Onu. Potrà solo trattarsi di singoli paesi:
l'Alleanza Atlantica rappresenta infatti forze e interessi che provocherebbero
un facile rifiuto da parte dei paesi dell'area e più in generale
del mondo arabo e musulmano. Tale forza di pace dovrà
comprendere oltre a singoli paesi Nato una forte rappresentanza
dei paesi arabi e musulmani e, possibilmente, gli altri paesi membri
permanenti del Consiglio di Sicurezza. Sarebbe il segno dell'indispensabile
novità, della fine della fase dell'occupazione, dell'assunzione
del problema da parte dell'intera comunità internazionale,
della non subalternità dell'Onu al volere di un solo paese.
La necessaria risoluzione del Consiglio di
sicurezza
L'Onu è troppo debole, si dirà. Lo è, certamente.
Ne abbiamo avuto prova in tutte le crisi dove INTERSOS è
intervenuta. Lo è, però, perché così
hanno voluto i paesi che ne fanno parte. Potrebbe essere forte,
anche senza aspettare la grande riforma che tutti auspichiamo, se
andassero in questo senso la volontà politica, le conseguenti
risoluzioni e decisioni, l'impegno diretto della maggioranza dei
paesi con la conseguente dotazione delle risorse necessarie.
Una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza si impone ormai
con urgenza. L'Europa potrebbe avere un ruolo primario, dato
che è attualmente rappresentata nel Consiglio di Sicurezza
da ben quattro Stati. La risoluzione potrebbe riprendere, con alcune
aggiunte, il piano messo a punto da Lakhdar Brahimi, l'inviato di
Kofi Annan, inserendovi il vero punto della svolta, quello relativo
al comando militare. Sarebbe il segno atteso della supremazia
della gestione politica rispetto alla gestione militare, con la
presenza di forze di pace e con l'accordo delle Autorità
rappresentative irachene.
Realizzare la conferenza di pace
La proposta di una conferenza internazionale di pace per l'Iraq,
sotto l'egida dell'Onu, che veda l'attiva partecipazione dei paesi
arabi e musulmani insieme ai Paesi del G8 e all'Unione Europea,
va sostenuta fino in fondo e realizzata quanto prima. Essa faciliterebbe
la ripresa del dialogo e del confronto internazionale sull'Iraq
e rafforzerebbe la lotta al terrorismo. L'Europa, grazie alla sua
posizione geografica e a rapporti consolidati con pesi mediterranei
e mediorientali, può costruire un ponte tra l'occidente e
il mondo musulmano. Un altro compito a cui, nella situazione attuale,
non può sottrarsi.
Ridare la parola agli iracheni
A un anno dalla guerra (dopo dodici mesi di occupazione militare,
dopo l'esperienza di un Consiglio iracheno di governo composto da
personalità scelte dall'esterno, solo parzialmente rappresentative
e comunque delegittimate agli occhi degli iracheni, dopo una gestione
del dopo guerra che ha tenuto subalterna la realtà irachena
e le sue potenzialità, umiliandola, talvolta disprezzandola
e provocando quindi un progressivo crescente rifiuto dell'occupazione
militare) il punto centrale, senza il quale tutte le altre iniziative
internazionali, compresa quella dell'Onu, perdono valore, è
ora di ridare la parola agli iracheni. Non si tratta di cosa
facile, data la molteplicità delle comunità che compongono
la società irachena. Non si tratta infatti solo di curdi,
sunniti e sciiti, ma di svariate e significative tribù o
gruppi religiosi, di forze politiche rinascenti, di emergenti espressioni
organizzate della società civile. Solo un'assemblea rappresentativa,
ampia, composta da autorevoli esponenti di tutte le differenti realtà,
può oggi esprimere il volere del popolo iracheno e può
trovare le necessarie mediazioni per governare questo difficile
e pericoloso periodo di transizione. Lo stesso inviato di Kofi Annan,
Brahimi, ha considerato la costituzione di una simile assemblea
come una componente essenziale del suo piano. È lo strumento
che può permettere la massima partecipazione, il confronto,
l'assunzione di responsabilità senza che alcuna realtà
significativa sia esclusa e si senta quindi costretta di farsi sentire
attraverso l'uso della forza. Sarà da questa assemblea, sostenuta
ed accompagnata internazionalmente, che potrà uscire la volontà
del popolo iracheno, l'unica da cui non si può prescindere
per poter delineare il futuro dell'Iraq.
Dove ci portano gli Usa?
Purtroppo, i segnali che ci vengono dagli Stati Uniti in questi
giorni continuano ad essere molto preoccupanti. L'Amministrazione
Bush non intende cedere all'Onu, oltre alla gestione della fase
della transizione, il comando militare in Iraq: è il punto
che ha determinato la decisione del ritiro del contingente spagnolo.
Sulla questione palestinese il presidente Bush ha confermato la
scarsa considerazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite e ribadito
l'intenzione di continuare a decidere unilateralmente, ben sapendo
di contrariare gravemente i paesi arabi e musulmani e quindi di
rendere sempre più difficile il loro coinvolgimento sull'Iraq.
Si tratta di un segnale prepotente che tende con evidenza ad escludere
i paesi arabi e musulmani dalla soluzione della questione irachena.
Ne avrà valutato le conseguenze e le ripercussioni negative
e difficilmente contenibili? Avrà valutato che rischia
di isolare gli Stati Uniti dal resto della comunità internazionale
che sarà portata a prendere gradualmente le distanze? Verrebbe
da dubitarne, se dietro a queste decisioni non vi fossero le preoccupazioni
elettorali e non vi fosse la scelta di affrontare le questioni mediorientali
in modo unilaterale facendo riferimento unicamente al proprio interesse
nazionale o alla propria visione di esso. Qualche dubbio dovrebbe
in ogni caso venire a coloro che hanno appoggiato la guerra e la
successiva disastrosa occupazione dell'Iraq. Non è certo
un merito rimanere a fianco dei potenti, solo perché potenti,
senza mai chiarire fino in fondo dove ci stanno conducendo e per
quali ragioni lo fanno. L'Italia, insieme agli altri paesi europei,
ha ora il dovere di frenare l'esaltazione americana e le sue pericolose
scelte, per il proprio bene ma anche per quello degli stessi Stati
Uniti.
Il tempo sta per scadere
Diventa quindi indispensabile stabilire dei precisi tempi e delle
precise condizioni. L'Italia ha il dovere di esigerli. Il Governo
italiano deve poter dare al Parlamento e ai cittadini le risposte
alle domande che tutti ormai si pongono con apprensione di fronte
alla situazione irachena che ha assunto una dimensione globale molto
allarmante. L'Italia deve anche favorire una posizione comune
europea che avrebbe un valore di straordinario peso politico
e rappresenterebbe l'avvio di una seria politica estera e di sicurezza
comune che i cittadini europei stanno iniziando a pretendere. L'Italia
ha avuto in tutti i decenni passati due vocazioni, quella atlantica
e quella europeista. Può quindi a buon titolo proporsi per
costruire ponti di dialogo e di nuova comprensione. Per giungervi,
occorre da un lato l'auspicato passo indietro in Iraq dell'Amministrazione
Bush e della Coalizione e la fine ad ogni imposizione unilaterale
e, dall'altro, una presa di coscienza politica comune dell'Europa
e del ruolo che può e che deve giocare a livello internazionale
e nell'area mediorientale in particolare.
Il passo indietro, e quindi l'indispensabile svolta in Iraq, si
concretizzano pienamente con il passaggio del comando militare
all'Onu o ad una entità sopranazionale largamente accettata
dagli iracheni. A loro va restituita la parola attraverso un'assemblea
rappresentativa irachena e l'assunzione della gestione del potere
da parte di rappresentanti della pluralità dell'Iraq pienamente
riconosciuti. La data importante non è più quindi
quella del 30 giugno, ma quella che dà al mondo la certezza
della piena accettazione della svolta, con tappe e modalità
precise e con precisi impegni verso il popolo iracheno e verso la
comunità internazionale. La decisione di questa svolta,
infatti, non può più aspettare. Dato il lavoro politico-diplomatico
avviato dall'Onu per individuare un cammino atto a facilitare una
idonea soluzione, e proprio per il rispetto dovuto a questa Istituzione
internazionale, occorre attendere ancora qualche giorno per dare
la possibilità a tutte le parti di completare le consultazioni,
le valutazioni e prendere quindi le dovute decisioni.
Ma se a breve (molto breve) non vi saranno chiari e precisi
segnali in questo senso, allora significa che l'Amministrazione
Bush avrà scelto di continuare sulla propria strada optando
per la via dell'isolamento e della sola propria forza. A questo
punto non resta, purtroppo, che prenderne atto e il Governo italiano,
insieme agli altri paesi europei con cui dovrà iniziare a
costruire alternativi cammini politici e di aiuto all'Iraq, avrà
l'obbligo morale e politico di prendere nettamente le distanze da
queste scelte che si sono dimostrate errate e pericolose e che possono
condurre a situazioni di gravità non più controllabili.
E il ritiro del contingente militare dovrà essere, coerentemente,
la prima decisione.
Lo spazio umanitario si sta restringendo
Le organizzazioni umanitarie italiane hanno deciso di spostare temporaneamente
il proprio personale internazionale in Giordania e in Quwait perché
esposti ormai a troppi rischi: minacce, rapimenti, attentati, uccisioni.
Non è bastata la scelta politica di non collaborare con le
forze di occupazione e di non avere rapporti con i militari per
salvaguardare l'integrità dello spazio umanitario contro
ogni possibilità di confusione e di inquinamento. Da parte
delle Ong c'è stata una grande attenzione a rimanere e a
mostrarsi nel proprio ambito di intervento, quello dell'aiuto umanitario
e del sostegno alle comunità (in particolare distribuzione
di beni di prima necessità, educazione, assistenza, sanità,
acqua potabile, sminamento umanitario, crescita delle capacità
autonome di sviluppo). I principi che ci guidano sono quelli universalmente
riconosciuti come essenziali per l'azione umanitaria: la totale
autonomia e indipendenza nelle scelte e nell'azione al fine
di garantire la necessaria neutralità e imparzialità
dell'aiuto. Purtroppo, lo spazio umanitario è sempre
più invaso da altri principi, strumentalizzazioni e modalità
di intervento che stanno restringendolo sempre di più, fino
quasi ad annullarlo. Le conseguenze sono gravissime e le vediamo
chiaramente in Iraq dove le missioni militari sono chiamate umanitarie,
dove i militari hanno compiti umanitari, dove i soldati portano
aiuti nei villaggi su mezzi blindati o comunque dotati di quelle
stesse armi che uccidono. L'abuso del termine umanitario e l'abbinamento
dell'aiuto con le armi stanno producendo un vero e proprio inquinamento
dei principi e dell'azione umanitaria, creando grande confusione
tra la gente che non riesce più a distinguere gli operatori
umanitari dai militari e mettendo quindi a rischio i volontari che,
come sempre, si presentano indifesi, senza alcuna arma se non quella
del rapporto di fiducia e di solidarietà con le popolazioni.
Anche la Croce Rossa Italiana mantiene (unica al mondo) il proprio
corpo militare, con le crocerossine che affiancano le forze armate,
venendo così meno ai principi fondamentali del Comitato Internazionale
della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa.
Imperativo umanitario, autonomia, indipendenza, neutralità
e imparzialità sono principi inconcepibili in una forza armata,
per definizione subalterna a decisioni politiche di parte. Occorre
quindi che sia finalmente abolito il termine umanitario da qualsiasi
presenza o attività delle forze armate in contesti di conflitto.
Occorre sopratutto che ognuno faccia il proprio mestiere senza ambiguità
di sorta. Le popolazioni devono poter chiaramente distinguere
tra operatori umanitari e militari, senza confusione dei ruoli.
Si tratta di un punto di estrema importanza e attualità.
La nuova strategia militare considera infatti che anche l'azione
umanitaria, direttamente gestita dai militari, debba far parte del
"proprio mestiere", in modo strumentale, per rendersi
amiche le popolazioni, contenerne il sentimento ostile, ottenere
più facilmente informazioni utili. È sempre stato
così, ma ora la dimensione assunta è sempre più
ampia, esplicita, talvolta concorrenziale con le stesse organizzazioni
umanitarie. È in gioco la stessa sopravvivenza dell'azione
umanitaria, quale dovere umano imparziale, strumento solo dell'imperativo
umanitario e non di posizionamenti o tatticismi politici o militari.
La netta distinzione è necessaria anche per ragioni di
sicurezza, che richiedono che l'operatore umanitario non venga mai
confuso in nessun modo con il militare. La nostra temporanea uscita
dall'Iraq è, in parte, anche la conseguenza di questa confusione.
Nella nuova fase politica dell'Iraq bisognerà seriamente
tenerne conto.
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