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IRAQ.
LA PACE OLTRE LE AFFERMAZIONI DI PRINCIPIO
Nino
Sergi, Segretario Generale di INTERSOS, organizzazione umanitaria
per lemergenza.
1 marzo 2004
Ho
seguito, mentre ero in Iraq, il dibattito politico sul prolungamento
della missione militare italiana in quel paese. INTERSOS si
è espressa a più riprese, in questi mesi passati,
denunciando la dispotica dittatura di Saddam ma ritenendo
illegittime le decisioni unilaterali e al di fuori del contesto
delle Nazioni Unite, dichiarandosi contraria alla guerra,
contraria allinvio di un contingente militare italiano
di stabilizzazione privo dellindispensabile legittimazione
internazionale, considerando le attuali forze militari come
vere e proprie forze di occupazione, rifiutando ogni contatto
con i contingenti militari e ogni collaborazione con lAutorità
provvisoria della Coalizione e, per quanto riguarda le attività
in Iraq, con i Governi in essa rappresentati, compreso quello
italiano. INTERSOS ha poi valutato in modo estremamente negativo
lignoranza, limpreparazione e lincapacità
dimostrata dai nuovi occupanti nella gestione del paese, che
continua a soffrire della carenza dei servizi essenziali e
delle opportunità di lavoro, di fronte ad un crescente
costo della vita, uninsicurezza diffusa e incerte prospettive
politiche. Coerente con le posizioni assunte è stato
il nostro programma di attività in Iraq, dallaprile
2003 ad oggi, che ha visto limpegno di una quarantina
di operatori umanitari italiani ed internazionali e di circa
250 operatori iracheni. Dal sostegno agli ospizi per anziani
rimasti soli, al supporto ad un ospedale pediatrico e alla
formazione scientifica del personale medico su leucemie e
linfomi, alla creazione di spazi di aggregazione per i bambini
nelle periferie urbane, allaccoglienza dei rifugiati
iracheni di ritorno dallArabia Saudita e dallIran
e allassistenza agli sfollati interni, alla bonifica
di aree infestate da mine e ordigni esplosivi e alla formazione
di sminatori. A Baghdad, Ramadi, Mosul, Karbala, Diwanyia,
Bassora, Nassiryia e presto a Kut e Amarah. Ogni nostra scelta
si è basata sui principi umanitari universalmente riconosciuti:
limperativo umanitario, lindipendenza, la non
subalternità ad alcuna esigenza di ordine politico,
ideologico o di schieramento, limparzialità,
la neutralità, lascolto attento delle aspirazioni
e delle considerazioni delle popolazioni locali. E continuiamo
severamente a fare riferimento a questi principi. Il dibattito
italiano (mi riferisco a quello del centrosinistra, della
sinistra e dei movimenti) è molto ricco e utile allapprofondimento
di una materia che ci ha toccati così nel vivo e che,
presumibilmente, continuerà a toccarci nel vivo anche
nel prossimo futuro. In tutto questo dibattito una grave mancanza
mi ha colpito e continua a colpirmi. Ogni posizione parte
da propri principi e propri valori, da analisi politiche anche
molto serie, ma nessuna parte da ciò che vuole, in
realtà, oggi il popolo iracheno. È così
importante conoscere cosa vogliono gli iracheni che si rimane
fortemente indignati per tale mancanza. Le posizioni sono
diversificate anche in Iraq, ovviamente e, senza centri dindagine
è difficile conoscere, con dati quantitativi, cosa
pensino gli iracheni. Dai nostri continui contatti in tutti
questi mesi (non abbiamo mai abbandonato lIraq), dai
miei stessi contatti in questi giorni recenti, unidea
del sentimento più diffuso in Iraq ci sembra di essere
riusciti a farcela. Può essere così sintetizzata:
anche tra chi considera le forze militari come forze occupanti,
tra chi non riconosce la legittimità dellAutorità
provvisoria della Coalizione e quindi del Consiglio di governo
iracheno, tra chi chiede un rapido cambiamento con un reale
passaggio dei poteri alle Nazioni Unite e/o ad unAutorità
irachena rappresentativa, tra chi propone libere elezioni
in tempi stretti, prevale la considerazione che oggi, nelle
condizioni attuali dellIraq, non sia auspicabile unimmediata
uscita dei contingenti militari. Tutti sanno (e lo sa anche
chi, tra gli iracheni, è interessato alla destabilizzazione
continua, al potere attraverso la forza, ai saccheggi, allaggravarsi
dellinsicurezza) che uninterruzione immediata
della presenza militare internazionale, pur odiata e mal sopportata,
potrebbe produrre condizioni di gravità tali da peggiorare
di gran lunga la già difficile situazione, fino ad
aprire le porte a conflitti che potrebbero facilmente e rapidamente
sfociare in una sanguinosa guerra civile. Occorre sempre,
a nostro avviso, tenere conto della realtà e del minor
male per le popolazioni, anche in un contesto di illegalità,
doloroso, inviso, detestabile, da combattere politicamente.
Pur rimanendo con convinzione contro luso della forza,
di fronte alla complessità della realtà irachena
non ci sentiamo in sintonia con un pacifismo puramente ideologico
che rischia di divenire cieco e sordo, o comunque non adeguatamente
e doverosamente attento ai se e ai ma delle popolazioni direttamente
interessate. E tale discordanza non significa certo essere
a favore della guerra, non significa non scegliere la pace,
sempre, non significa non condividere gli ideali ed i valori
espressi e vissuti dallampio schieramento raccolto nella
Tavola della Pace, in Italia, e nel più ampio schieramento
delle manifestazioni del 15 febbraio del 2003, di cui INTERSOS
è stata e continua ad essere parte convinta. La guerra
non può mai essere lo strumento per la soluzione delle
controversie internazionali; la guerra preventiva è
unaberrazione, come aberrante è per noi la visone
unilaterale del mondo; vanno ristabiliti il diritto e la legalità
internazionali, il riconoscimento dellautorità
dell Organizzazione delle Nazioni Unite, rinnovandola
e rafforzandola; occorre lottare contro il potere della forza
per far prevalere un ordine internazionale basato sulla forza
del diritto, ad iniziare dal diritto a vivere nella pace e
nella giustizia, e su regole condivise e rispettate; va corretto
il tragico errore della guerra allIraq, presto, quanto
prima, con il ritiro delle forze occupanti innanzitutto, ma
non si faccia ora lerrore, forse altrettanto tragico,
di provvedervi senza prima avere individuato e attuato presto
una valida alternativa. Questa deve prevedere il ruolo guida
dellONU, appena ve ne saranno le necessarie condizioni,
unassemblea costituente, possibilmente rappresentativa
dei vari Governatorati, che conduca il paese a libere elezioni,
un reale potere di governo iracheno anche nella transizione,
una forza multinazionale di sicurezza e di mantenimento della
pace definita dallONU. Abbiamo insistito e insistiamo
molto sulla necessità di un ruolo primario delle Nazioni
Unite in Iraq, ed è giusto farlo perché occorre
ristabilire quel riconoscimento che è stato brutalmente
negato loro. Ma, al contempo, ci si rende conto che lONU,
con la priorità assoluta data alla sicurezza del proprio
personale, non riesce purtroppo ad assumere alcun tipo di
responsabilità in questa difficilissima fase. Quanto
è successo il 19 agosto scorso, con la decapitazione
dellONU in Iraq, continuerà a pesare nelle scelte
di Kofi Hannan. Persino il personale iracheno impiegato nelle
Agenzie delle Nazioni Unite in Iraq, cioè nel proprio
paese, non può muoversi dalla propria abitazione se
non dopo averne chiesto l'autorizzazione e averne ottenuto
l'assenso: da New York, o da Amman, o da Larnaka, dove si
sono ritirati i funzionari internazionali. Pur continuando
ad affermare che tocca allONU assumere la gestione di
questa fase di transizione e della ricostruzione, pur continuando
a pretenderlo perchè questo è il suo dovere,
anche se può costare, e a pretendere in questo il pieno
appoggio internazionale, ciò rimane una giusta affermazione
che oggi, nellimmediato, non può essere tradotta
in pratica. La fiducia nella potenza taumaturgica della guerra,
aggravata dalla non conoscenza dellIraq e delle sue
complessità, senza un minimo di prospettiva e di preparazione
del dopoguerra, il disprezzo del diritto internazionale e
delle Istituzioni internazionali hanno prodotto come risultato
un grave caos, da cui è difficile, molto difficile
uscire. La maggioranza voterà sì al decreto
che proroga e finanzia la missione militare (che non può
essere definita umanitaria perché non può corrispondere
ai principi umanitari internazionalmente riconosciuti). Si
tratta della stessa maggioranza che si è assunta la
responsabilità di appoggiare la guerra e di decidere
linvio di un contingente militare anche senza lindispensabile
legittimazione internazionale. Lopposizione, che non
ha voluto la guerra e non ha voluto la missione militare di
appoggio alla Coalizione, coerentemente rinnova oggi il suo
no a quelle decisioni. Lo rinnova trovandosi però di
fronte ad un decreto che mescola missioni legittimate dallONU
e attuate nel quadro del diritto internazionale, giuste o
sbagliate che siano, con questa in Iraq che non ha legittimazione
e si situa al di fuori di tale diritto. La richiesta di voto
è quindi viziata nella forma e nella sostanza e, giustamente,
va rifiutata. Come? Con la non partecipazione al voto, come
la deliberata confusione del testo del decreto spingerebbe
a fare? Oppure votando no allintero decreto? A nostro
avviso, entrambe le scelte sono legittime e valide e non dovrebbero
essere vissute in contrapposizione. Entrambe vanno però
chiaramente motivate e articolate dalle varie forze politiche:
facendo valere con decisione la necessaria coerenza politica
insieme al primario interesse della popolazione irachena e
avendo lavvertenza di rimanere al tema, cioè
allinterno dei contenuti del decreto e della sua confusione
viziata e strumentale. Anche la proposta politica per la fase
di transizione e il futuro dellIraq va posta con la
massima coesione e il massimo peso politico al Governo e al
Parlamento. Il resto, proprio perché importante, proprio
perché tocca principi e valori fondamentali (la pace,
la guerra, il futuro dellumanità), sarebbe bene
approfondirlo in sede diversa, evitando lo spettacolo delle
continue divisioni perfino in momenti in cui si potrebbe essere
uniti e quindi più forti. Ci sono questioni che richiedono
di essere affrontate anche mettendo da parte, per un momento,
i fini elettorali.
Nino
Sergi
Segretario Generale INTERSOS
1 marzo 2004
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