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INTERSOS è membro del Comitato Direttivo della Campagna Italiana contro le Mine Antipersona, sezione nazionale della Campagna Internazionale per la messa al Bando delle mine antiuomo, insignita del Premio Nobel nel 1997. Con la Campagna Italiana ha supportato l'approvazione della legge Italiana n. 374/97 contro l'uso e la produzione delle mine antipersona, la legge n. 106/99 per la ratifica da parte del governo Italiano del Trattato di Ottawa e la legge n. 58/01 per il finanziamento di attività di Mine Action. INTERSOS partecipa annualmente alla realizzazione del "Land Mine Monitor (LMM) Report".
INTERSOS, la Campagna Italiana e il Ministero degli Esteri Italiano hanno anche costituito il "Comitato Nazionale per la Mine Action", che raccoglie attori governativi e non governativi attivi nel settore.


LO SMINAMENTO UMANITARIO IN IRAQ E ALTROVE

Nota di Nino Sergi, segretario generale di Intersos

Salvare vite umane
Al Tash, triangolo sunnita, nei pressi di Ramadi, marzo 2004. Nel campo profughi dove Intersos sta operando, tre bambini giocano con un ordigno esplosivo trovato sotto le macerie. Un boato. L'esplosione lascia sul terreno solo brandelli di carne, irriconoscibili. Quando pochi giorni dopo, in Iraq, ho visto le foto e ho sentito la descrizione degli operatori di Intersos, ho rinnovato la volontà di rafforzare maggiormente - tra le nostre attività umanitarie - lo sminamento e la bonifica di aree infestate da ordigni esplosivi. In Iraq, tra giugno e novembre 2003, abbiamo raccolto e resi inoffensivi più di trecentomila tra ordigni e mine. Quante vite sottratte alla morte o alla mutilazione? Molte, probabilmente. Ma anche se questo lavoro fosse servito a salvare un solo bambino, considererei più che motivato il rischio corso dai nostri sminatori. L'immagine di quei brandelli di carne, come quelle dei mutilati angolani (più di 70 mila!) o di quelli afgani o cambogiani, distrutti nel corpo e nell'anima dalle mine disseminate e sempre attive, non possono lasciarci indifferenti.
Sminamento umanitario, appunto!
Qualcuno afferma che lo sminamento non può essere considerato un'attività umanitaria dato che si viene a contatto con ordigni esplosivi "materia militare da cui stare alla larga". Ma chi lo può fare se non le organizzazioni umanitarie? Va chiarito una volta per tutte che le forze armate, salvo casi di estrema urgenza e di immediato pericolo o su specifica e motivata richiesta delle Autorità, non hanno alcuna competenza sullo sminamento nelle aree civili, tanto meno sullo sminamento umanitario finalizzato alla totale sicurezza delle popolazioni e al pieno ritorno alla vita sociale e produttiva. Nessuna forza armata ha fra i suoi compiti quello di sminare terreni ed edifici per usi civili. Lo sminamento militare è infatti finalizzato a scopi militari, per favorire le manovre belliche tramite l'apertura di passaggi per i mezzi e per rendere sicure le aree utilizzate dai contingenti stessi.
La bonifica a fini umanitari è invece finalizzata alla completa agibilità della popolazione, con l'unico scopo di permettere, dopo anni di angosciante pericolo, la ripresa in piena sicurezza degli spostamenti, delle attività sociali, educative, ricreative, agricole e altrimenti produttive, economiche. Dura spesso anni ed è realizzata metro quadro per metro quadro, garantendo i massimi livelli di sicurezza, formando personale locale, assistendolo, guidandolo e tutelandolo, informando ed educando le popolazioni. Con le mine è impossibile programmare lo sviluppo. Anche il solo sospetto della loro presenza, impedisce gli spostamenti, lo sfruttamento di intere aree e l'utilizzo delle strutture sociali e produttive. Salvare, con spirito di solidarietà, le popolazioni ed in particolare i bambini dal flagello delle mine e degli ordigni esplosivi e liberarle dall'angoscia della loro presenza è un dovere e un compito che spetta alle organizzazioni umanitarie e che va svolto con spirito umanitario e secondo i suoi principi.
L'impegno della società civile
Occorre inoltre ricordare che la lotta alle mine antipersona è uno dei risultati più qualificanti dell'azione del mondo non governativo internazionale. Per più di un decennio la "Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antipersona" si è battuta perché la comunità mondiale ne impedisse la produzione e commercializzazione e provvedesse alla loro rimozione e distruzione in tutto il mondo. Per questo ha ottenuto il premio Nobel per la pace. Il Trattato di Ottawa, la cui approvazione è il risultato dell'azione della Campagna, rimane il simbolo di un doveroso obbligo internazionale riconosciuto grazie alla convinta mobilitazione della società civile. Il coordinamento di tutte le operazioni contro le mine antipersona non è affidato ai militari ma ad un organismo delle Nazioni Unite, Unmas, e lo sminamento compare fra le priorità di numerose agenzie umanitarie, dall'Ocha all'Unicef, al Comitato internazionale della Croce Rossa, così come di Echo. I progetti in questo settore sono realizzati da importanti Ong umanitarie quali Handicap International, Norwegian People's Aid, Dan Church Aid, Danish Demining Group (formato da Caritas, Danish Refugee Concil, Danish People Aid) ed Intersos stessa. Tutte Ong di cui è difficile mettere in discussione la fedeltà ai principi umanitari.
La dimensione tecnica
La parte più propriamente tecnica dei progetti di sminamento e di bonifica richiede conoscenze di base che sono proprie di chi ha svolto, almeno per qualche anno, il servizio nelle Forze Armate. Esperienza che garantisce una base tecnica concreta ed affidabile, sulla quale sviluppare un'ulteriore formazione per un costruttivo approccio umanitario al problema. I tecnici non sono scelti tra il personale militare, ovviamente, data l'indispensabile netta distinzione tra la dimensione militare e quella umanitaria, ma tra personale civile che abbia avuto quel tipo di esperienza precedentemente. Le operazioni di bonifica necessitano peraltro anche di altre professionalità come quelle di coordinatore di progetto, di operatore per le attività di formazione ed educazione delle popolazioni sul tema, di logista, di amministratore; operatori che vengono preparati insieme ai tecnici. In questi anni ad Intersos abbiamo svolto una serie di corsi congiunti per tutte queste figure professionali, favorendo la loro integrazione in tutte le fasi del progetto. Solo chi affronta il problema in modo superficiale può fare confusione tra "tecniche militari", senza le quali non si riesce a togliere alcuna mina, e "approccio militare" o "connubio con il militare", dimensione che è totalmente estranea alle Ong del settore.
Il caso Paolo Simeoni
Si è parlato tanto di un nostro sminatore in Iraq, Paolo Simeoni. Dopo aver lavorato in progetti di sminamento in Kosovo, Angola ed Iraq, si è dimesso da Intersos il 7 gennaio 2004 per tentare - si è poi saputo - una strada che gli appariva molto più redditizia, proponendosi come guardia del corpo ad un'impresa per la ricostruzione. Paolo è stato anche, secondo quanto riportato dai media, colui che ha chiamato in Iraq i quattro sfortunati body guards che sono stati poi sequestrati, con la tragica fine di uno di loro, Fabrizio Quattrocchi. Alcuni l'hanno vista come la prova della confusione tra umanitario e militare e della scarsa attenzione alla selezione del personale umanitario. La prima affermazione confonde il livello delle scelte individuali (su cui un'Ong può ben poco) con quello degli approcci etici e professionali dell'organizzazione. Sulla seconda è bene sottolineare che se le attività umanitarie di Intersos in una quindicina di Paesi (e non solo nello sminamento, che rappresenta solo un terzo delle attività) sono state apprezzate dalle popolazioni assistite e dalle Nazioni Unite, vuol dire che la selezione delle persone è stata generalmente attenta e severa. Oltre alla professionalità, si chiede infatti la condivisione dei valori e delle finalità umanitarie di Intersos espressi nella propria Carta fondamentale e la loro traduzione nell'azione quotidiana. Anche ai tecnici sminatori chiediamo il rispetto di tale Carta, pena l'interruzione del rapporto di collaborazione. Paolo Simeoni, per i periodi di collaborazione con Intersos, l'ha rispettata. Non ci sembra che abbia poi usato impropriamente o strumentalmente il nome di Intersos per il ben diverso successivo lavoro. Se dovesse emergere il contrario, provvederemo a tutelare Intersos e il lavoro svolto da decine di altri operatori umanitari nel mondo.
Peccato che questo tema sia stato affrontato, in questi mesi, da alcuni predicatori di umanitarismo e di giustizia, con il veleno nel cuore. Intersos sicuramente continuerà, a testa alta e con sempre maggiore convinzione, il suo impegno per lo sminamento per liberare le popolazioni in pericolo dall'angoscia e dalla paura e per favorire il riavvio dello sviluppo là dove è stato negato per anni.

1 ottobre 2004