QUELLI
DELL'11 MARZO
Lucio Meandri,Tiro, Libano, marzo 2007
Una nuova primavera si sta avvicinando anche in Libano.
Da noi, in Italia, si definisce –quello di marzo- il mese
“pazzerello”.
In Libano la follia l’ha fatta da padrona negli ultimi anni
e la speranza ora è che in questa nuova stagione prevalga
la ragionevolezza, la volontà di cambiamento, la voglia di
pace.
I segnali non sono confortanti in tal senso. Un governo di unità
nazionale che è rappresentazione, ormai, solo della disunità,
della frammentazione politica, della delegittimazione popolare.
Un’opposizione che rischia di trovare radicamento nei fondamenti
religiosi più estremi, mobilitando masse come solo i vecchi
regimi dittatoriali sapevano fare.
E qui in Libano, le masse, si muovono.
Come quella che ha commemorato poche settimane fa il secondo anniversario
dell’uccisione di Hariri, il primo ministro simbolo della
ricostruzione del paese nel dopoguerra, assassinato a Beirut il
14 febbraio di due anni fa.
Come quella che ancora oggi occupa la famosa “Place des Martires”,
accampata in tende e promettendo l’assedio al governo fino
alle sue dimissioni.
Volti di due facce della società che si identificano in eventi,
in date significative di giorni da non dimenticare.
Gli uni, coloro che si definiscono quelli dell’ 8 marzo (nessun
riferimento alla celebrazione della giornata della donna), rappresentanti
dell’odierna opposizione formata dai partiti di Amal, Hezbollah
(i due maggiori partiti legati alla componente religiosa Sciita),
il Partito Patriottico di Liberazione e Marada (che fanno riferimento
ai Cristiani Maroniti), i drusi di Talal Irslan del Partito Democratico
Libanese ed i Sunniti delle due fazioni, il Partito Arabo di Liberazione
ed il Partito Naseer, celebrano in questa data la ricorrenza della
massiccia manifestazione che ebbe luogo per protestare all’indomani
della risoluzione 1559 dell’8 marzo 2004 emanata dal Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite, che decretava il ritiro delle
truppe Siriane dal territorio Libanese, la rielezione del Presidente
della Repubblica e, soprattutto, la consegna delle armi da parte
del dei miliziani Hezbollah.
Una decisione non bene accolta, ovviamente, da quelle componenti
popolari che identificano nella Siria e nei “martiri”
del Partito di Dio la possibilità di lotta nei confronti
dell’eterno nemico giudeo, il vicino Israele.
Gli altri, quelli del 14 Marzo, che a un mese di distanza dall’uccisione
di Hariri, riempirono all’inverosimile le vie e le piazze
di Beirut per manifestare contro l’”occupazione”
siriana del paese, chiedendo quell’autonomia, quella libertà
e quella possibilità all’autodeterminazione che al
Libano non è mai stato dato di esprimere, fin dai tempi dell’indipendenza
dal colonialismo Francese. Il gruppo che oggi si considera maggioranza
al Governo, è formato dai Sunniti del partito “Futuro”
legati al figlio di Hariri che ha fatto dell’eredità
del padre motivo del suo impegno politico, da “Forza Libanese”
legati al partito Cristiano di Jajaa e dal partito Druso del famoso
Jumblat.
In questa “spaccatura” che –si noti bene- non
fa riferimento alla vecchia e sorpassata ideologia “cristiani
contro islamici”, che rischia di radicalizzarsi negli estremismi
più oltranzisti, oggi si leva la voce di un gruppo che non
si definisce politico: la voce di quelli dell’11 marzo.
La scelta della data non è casuale, ed anzi, corrisponde
al programma di quello che oggi non si può definire un partito,
ma solamente un movimento civile, l’espressione di una volontà
popolare che vuole dialogare.
L’11 marzo: la data simmetricamente a cavallo tra le due,
l’8 ed il 14, così vicine temporalmente, ma così
lontane politicamente. Vi sono solo 6 giorni di “distanza”
tra i due schieramenti, ma per misurare questo intervallo sarebbe
necessario un telescopio atomico, di quelli capaci di calcolare
le distanze in termini di “anni luce”.
E “quelli dell’11 marzo” si pongono questo obiettivo:
accorciare le distanze , partendo da un punto di vista che non faccia
riferimento a quel “settarismo” comunitario-religioso-politico
che tanto dolore e distruzione ha portato negli ultimi decenni nel
paese dei cedri.

(Il logo della campagna 11 Marzo)
Il dialogo, dunque, come unica possibilità per raggiungere
quel benessere, quella tranquillità tanto desiderata e voluta
dalla gente comune, da quelli che amano la vita.
Non sappiamo se “quelli dell’11 Marzo” ce la faranno
ad aprire un “varco” nella chiusura dialettica. Non
sappiamo se sono le persone giuste.
Ma crediamo che questa sia l’unica strada possibile: il porsi
in ascolto di tutti ed avviare un vero dialogo aperto.
L’altra sera, aspettando in un ufficio della capitale che
iniziasse una riunione, seduto nella sala d’attesa, mi sono
messo a fare due chiacchiere con la signora delle pulizie. Stava
pulendo gli uffici, spazzando. Mi ha offerto un caffé ed
abbiamo iniziato a parlare di Libano. Mi chiedeva che ne pensassi
del futuro del suo paese, della situazione attuale, delle prospettive.
Ancora prima che potessi iniziare a rispondere, improvvisamente
si è messa a piangere.
Così, senza quasi più riuscire a fermare le lacrime.
Lei, sulla sua pelle ha vissuto la guerra civile, l’occupazione
israeliana, i bombardamenti dell’estate scorsa ed i disordini
di poche settimane fa.
Forse non crede più ad un futuro di pace, di serenità,
per lei, per la sua famiglia, i suoi figli.
Questo intende fare INTERSOS, fin dall’avvio della sua presenza
in Libano durante i bombardamenti estivi del 2006: ricostruire speranze
di pace.
Solo dando risposte reali ai bisogni fondamentali delle frange
più deboli della società Libanese (senza alcuna distinzione
di appartenenza, come previsto dall’imperativo umanitario),
nel coinvolgimento di tutte le rappresentanze di questo complessissimo
tessuto sociale, nell’individuazione di elementi di interesse
comune sui quali operare congiuntamente, diviene possibile costruire
“esempi” di convivenza pacifica. Di civiltà a
misura d’uomo.
Certo, rimane aperta l’eterna disputa con l’incomodo
vicino israeliano, l’annosa e mai risolta questione palestinese,
l’instabilità creatasi nel dopo (?) guerra irakeno,
gli interessi geo-politici delle superpotenze, la guerra del petrolio,….
Ma noi ONG ci vogliamo credere.
E crediamo fortemente che le componenti volenterose della società
civile possano svolgere quel ruolo fondamentale di creare ed allargare
gli “esempi” di pace e farli divenire patrimonio comune.
Patrimonio dell’Umanità tutta.
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