Intersos
contattataci, mappa, english
chi siamo progetti sostienici collabora sala stampa
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

LETTERA AGLI OPERATORI DI INTERSOS IN AFGHANISTAN
(febbraio 2003)

Care tutte e cari tutti,

una guerra così ampia e devastante, le cui conseguenze sono imprevedibili, è per tutti noi una grandissima preoccupazione. Mentre continuiamo a sperare in un ripensamento di queste ultime settimane e aderiamo alle iniziative contro la guerra all'Iraq e per la ricerca di una soluzione che la eviti, ci stiamo organizzando per essere pronti per avviare un intervento umanitario in Iraq e nei paesi limitrofi se la situazione lo richiederà. Vi terrò informati, sia delle iniziative politiche in Italia che stiamo promuovendo o a cui partecipiamo (la più importante la manifestazione di domani 15/2 a Roma), che dello sviluppo delle ipotesi di interventi umanitari.

Ora mi preme soffermarmi sulla presenza militare italiana in Afghanistan in un'azione di peace enforcing, per la prima volta in modo diretto. Peace enforcing significa imporre la pace, anche con vere e proprie azioni di combattimento contro qualcuno. Significa il fallimento dell'azione politica. Si tratta, nel caso degli Alpini, di un'azione votata dal Parlamento e, come tale, la rispettiamo. Non entro quindi sul tema dell'opportunità o meno di questa azione italiana, sui motivi che l'hanno spinta, sul modo in cui è condotta e sulla sua reale utilità; desidero soffermarmi sul rapporto militare-umanitario che tocca, in questo caso, tutti noi in modo diverso dal passato.

INTERSOS ha collaborato con i militari, con le dovute distinzioni, in missioni che erano di peace keeping, di mantenimento della pace (in particolare attraverso la presenza d'interposizione, il disarmo, il controllo del territorio a sostegno dell'amministrazione civile). Abbiamo collaborato, nel senso che abbiamo utilizzato le strutture e i servizi che l'apparato militare poteva facilmente mettere a disposizione: trasporti aerei, logistica, uso di mezzi meccanici, fornitura di beni come l'acqua e l'elettricità, ecc. Con la presenza del nuovo Corpo militare con compiti offensivi, una diversa valutazione va fatta. Siamo convinti, come la gran parte delle Ong umanitarie, che in situazioni del genere non vi possa più essere alcun tipo di collaborazione tra umanitario e militare. E' necessaria infatti, per realizzare bene la nostra mission, una netta e chiara distinzione tra le due finalità che non possono e quindi non devono entrare in rapporto, anche solo nell'immaginario delle popolazioni per cui e con cui stiamo lavorando.

Nei vari interventi di questo decennio, abbiamo conosciuto militari con una forte generosità, una profonda umanità e un vero spirito di solidarietà con le popolazioni locali e con noi operatori umanitari. Non si tratta quindi, è ovvio, di un giudizio sulle persone, ma della doverosa presa di coscienza politica dell'abisso che separa, concettualmente e nella realtà, e quindi in modo definitivo ed inconciliabile, le due mission.

Ne approfitto per aggiungere una riflessione su di un'atra novità (accentuatasi in questi ultimi anni, in verità): quella che vede gli stessi militari sviluppare direttamente attività od azioni umanitarie, sostituendosi tout court e di loro iniziativa alle organizzazioni umanitarie ed ai loro operatori. Abbiamo sempre sostenuto che ognuno deve fare il proprio mestiere e, se vi sono le condizioni, si può collaborare. Purtroppo, la nuova strategia militare considera che anche l'azione umanitaria, direttamente promossa e gestita dai militari, faccia parte ormai del "proprio mestiere". A parte sempre le spinte di generosità dei singoli (che, in questo discorso, non contano) la finalità di una simile strategia è evidente e spesso chiaramente esplicitata. Si tratta di abbonire e rendersi amiche le popolazioni, di contenere i sentimenti negativi che una presenza militare straniera produce, di stabilire rapporti non ostili e magari di ottenere più facilmente qualche informazione utile… E' sempre stato così, ma oggi la dimensione assunta è sempre più ampia, esplicita, aggressiva, talvolta "concorrenziale" alle stesse organizzazioni umanitarie (comprese quelle delle Nazioni Unite). Le Ong hanno manifestato con durezza la loro opposizione a questo "mascheramento" umanitario che crea solo ambiguità e crea una grande e pericolosa confusione tra militari ed operatori umanitari. Ma le strategie militari vanno avanti per la loro strada, seguendo precise disposizioni politiche, senza tener conto delle organizzazioni umanitarie.
Finché non sarà fatta chiarezza, quello che almeno dobbiamo esigere con molta forza, negli incontri in loco e in quelli internazionali, è: a) che i militari siano sempre riconoscibili come tali; che cioè mantengano sempre la propria divisa, senza mai camuffarsi, con abiti civili, da operatori umanitari; b) che l'uso del termine umanitario rimanga in modo esclusivo alle organizzazioni umanitarie.

Dopo queste riflessioni e indicazioni, voglio ora riprendere quanto già scrittovi nella mia lettera del 20 ottobre 2002 a proposito del nuovo intervento militare italiano in Afghanistan con 1000 persone, prevalentemente Alpini. Non conosciamo ancora esattamente le regole di ingaggio, ma certamente (nonostante le ambigue parole del nostro ministro della Difesa Martino) questo nuovo corpo militare sarà impiegato in attività operative contro le sacche di combattenti talebani (o altro tipo di opposizione violenta) ancora presenti nell'area.
Si tratta quindi di un compito ben diverso da quello che fino ad ora ha visto i nostri militari impegnati quale parte di una forza di pace, limitata ad operazioni di polizia internazionale per garantire la sicurezza nell'area di Kabul.

Questo diverso ruolo non riscuote certo il consenso di chi in Afghanistan e fuori del paese non condivide l'azione militare internazionale e può quindi innescare forme di ritorsione anche nei confronti del personale italiano e delle organizzazioni italiane.

E' venuto quindi a cadere "l'alone di sicurezza indotta" che fino ad alcuni mesi fa sembrava esistere. Rinnovo l'invito, quindi, a tutti gli operatori in Afghanistan ed anche in Pakistan, a rispettare con il massimo scrupolo le norme di sicurezza, che non devono essere vissute come un peso, ma come un aiuto per potere continuare a fare al meglio e in condizioni di maggiore garanzia il nostro lavoro umanitario. Oltre a garantire ad ogni sede gli strumenti necessari (auto e radio, in particolare), stiamo vedendo di riproporvi qualcosa di semplificato ma preciso in cui tutti voi possiate trovare il necessario supporto.

Rinnovo inoltre la richiesta già formulatavi in ottobre (e più ampiamente spiegata più sopra) di evitare assolutamente la frequentazione delle basi militari in Afghanistan ed i contatti con le Autorità militari, italiane e non, di stanza in Afghanistan, che possono essere visti ed immediatamente interpretati come forme di collaborazione.

Già l'avete fatto, ma voglio ancora rammentarvi che dovrà sempre essere evidente e visibile il logo "INTERSOS, Humanitarian Aid Organisation", nelle varie lingue usate nelle aree di intervento. Prego inoltre tutti:
a) di usare sempre l'abbigliamento INTERSOS (es. giubbotti, magliette, cappellino) e di cucire il nostro logo sugli indumenti personali;
b) di usare solo le Identity Cards di INTERSOS.

Richiamo ancora l'attenzione di tutti affinché - se avvicinati da personale nazionale o di altri Paesi - sia evitata nel modo più assoluto ogni forma di colloquio dal quale possano emergere commenti, valutazioni o altro su possibili situazioni locali a noi note o conosciute durante le nostre quotidiane attività a favore della popolazione locale. Invito tutti ad informare con immediatezza me e il Security Officer qualora si verificassero episodi del genere.

Infine, ricordo che va assolutamente rifiutata qualsiasi richiesta di nostro impegno umanitario nelle aree dell'intervento militare italiano (o di altro paese), quando tale richiesta è finalizzata, anche indirettamente, ad attenuare gli affetti negativi dell'azione militare o, ancor peggio, a sostenerla. Le scelte di INTERSOS in quelle aree devono essere pienamente autonome e corrispondere ai principi della nostra carta fondamentale.

In sintesi, occorre che sia assolutamente chiara e riconoscibile la nostra specificità di organizzazione umanitaria e di operatori umanitari, sia attraverso le nostre scelte che attraverso i nostri comportamenti.

So che già state dando grande attenzione a queste disposizioni e raccomandazioni, perciò questa mia ha voluto solo rammentarle, in particolare per i nuovi operatori e operatrici.

Un abbraccio a tutti/e.
Nino Sergi
Segretario Generale

8 maggio 2003