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VERITÀ SULL' IRAQ
LA GUERRA, IL FUTURO DEGLI IRACHENI, LA STRATEGIA DI USCITA
E IL POSSIBILE RUOLO ITALIANO

Nino Sergi, INTERSOS, 20 marzo 2005


Il Parlamento si è nuovamente pronunciato sul rifinanziamento della missione militare in Iraq, a due anni dall'inizio della guerra. Il risultato del voto era scontato: si sarebbe potuto quindi approfondire, senza problemi per il Governo, il dibattito sul significato della presenza militare italiana in quel contesto. Si è invece scelto, ancora una volta, di evitarlo, preferendo annunci mediatici scoordinati su una materia che richiederebbe la massima serietà e intelligenza politica da parte di tutti. Subordinare, sempre e comunque, agli interessi elettorali domestici ogni questione di carattere internazionale dimostra purtroppo solo l'incapacità della politica italiana di essere all'altezza del proprio compito. E vorremmo che così non fosse.
Questo breve contributo all'analisi e alla riflessione si basa sul lavoro e l'esperienza di INTERSOS in Iraq. Esso parte dalla nostra visione della realtà per evidenziare alcuni punti chiave della realtà irachena ed elencare alcune proposte che riteniamo utili per accompagnare il difficile processo di democratizzazione dell'Iraq ed individuare idonee strategie di uscita per la Coalizione.



La realtà dell'Iraq
È molto diversificata. Le situazioni sono disparate, anche se ormai accomunate da un comune fattore, quello dell'insicurezza per chiunque rappresenti l'occidente e per chiunque collabori con esso, comprese le nascenti istituzioni e forze di sicurezza locali. Le condizioni di vita della popolazione non sono buone; l'insicurezza influisce su tutto; il terrorismo si rafforza e agisce quasi indisturbato; anche la resistenza trova ogni giorno motivi di ampliamento, grazie anche agli arresti, alle torture e ai bombardamenti indiscriminati che hanno colpito civili innocenti. Parliamo di quella resistenza che non ha nulla a che vedere con il terrorismo, quella che reagisce alla catena di errori e ad azioni insensate come le distruzioni e le morti innocenti di Falluja. La stessa Zona Verde a Baghdad, il cuore dell'Amministrazione dell'Iraq, è divenuta un diffuso bunker ove la principale preoccupazione è la propria protezione e sicurezza, nella speranza che la prossima granata scoppi nello spazio del vicino e non nel proprio.
Anche il contingente militare italiano a Nassiryia è ormai cosciente della quasi inutilità della propria presenza. È sceso a patti e si è ritirato in buon ordine nel proprio accampamento, evitando ogni tipo di scontro, addestrando la polizia locale ed intervenendo su azioni e compiti esterni ben limitati. I militari italiani rimangono ancora in Iraq non tanto per garantire l'ordine nella provincia di Dhi Qar che riesce, bene o male, a gestirlo da sola, ma per rendere concreta la posizione politica assunta dal nostro Governo nella "Coalizione dei volenterosi" a fianco degli Stati Uniti. Non corrisponde alla realtà, inoltre, continuare a presentare il contingente militare come una "S. Vincenzo" pronta a rispondere ai bisogni della gente, quando normalmente la priorità di questi bisogni è suggerita dai servizi segreti che hanno ben altri scopi e finalità nel promuovere le azioni "umanitarie" nell'uno o nell'altro villaggio (Servizi, diciamolo en passant, che definiscono perfino chi debba beneficiare dei 5 milioni di euro stanziati per la formazione di quadri iracheni in Italia).
C'è chi sostiene che la situazione stia radicalmente migliorando. La gente vive, certo. Con difficoltà, ma vive. Lavora, quando e come può, produce, apre negozi, internet cafe, compra e vende. Le scuole e le università continuano regolarmente le attività didattiche. Gli ospedali funzionano, con un elevato grado di professionalità del personale medico. Le piane del Tigri e dell'Eufrate producono. Nuove organizzazioni sociali e culturali nascono e si sviluppano… La gente è stanca di presenza militare, di bombardamenti, di insicurezza, di banditismo, stanca di attendere: chi ha potuto si è mosso, con attività diversificate e rischiando. Esiste una diffusa opposizione ad un'occupazione militare che è stata incapace di gestire il paese fin nelle cose più semplici, di ricostruirlo, di garantire sicurezza, servizi essenziali come l'acqua potabile e l'elettricità. Un'occupazione che ha agito senza una chiara strategia, escludendo tutta quella parte della società irachena che, certo, era compromessa con il regime ma con la quale occorreva fare i conti in modo intelligente. C'è anche chi resiste all'occupazione militare e c'è anche il terrorismo. Se con il terrorismo e la criminalità non si può venire a patti, con la resistenza irachena è forse ora di avviare una seria trattativa, sapendo che non basta mostrare i muscoli, che non impressionano più, ma che occorre invece modificare qualcosa. Negare l'esistenza della resistenza e ridurre tutto al terrorismo non facilita, a nostro avviso, la soluzione del problema.

Coinvolgere gli esclusi
Sono stati compiuti errori gravi, che sarà molto difficile recuperare. Si è smantellato tutto l'apparato politico e amministrativo legato al Ba'ath, il partito di Saddam. Si è inoltre sciolto l'esercito iracheno rimandano tutti a casa, dai generali ai soldati. Ed è proprio qui, tra coloro che si sono visti esclusi dal potere ma anche semplicemente dal lavoro, che più facilmente si annidano ora i nuclei della resistenza.
Sconfitto Saddam Husseyn e arrestati i maggiori responsabili dei crimini, il partito Ba'ath, odiato da molti, non avrebbe potuto rappresentare alcun serio pericolo, nonostante i circa quattro milioni di "iscritti". È stato invece bandito, divenendo così un riferimento clandestino importante e pericoloso. Poteva essere accompagnato in un processo di transizione alla democrazia, come è stato nei paesi comunisti dell'Europa orientale, ma non lo si è voluto, escludendo così dal processo politico una parte fondamentale, anche se minoritaria, della società. Anche lo scioglimento dell'esercito è stato un errore che pesa e peserà nel futuro. Anch'esso andrebbe recuperato, perseguendo certo i responsabili dei crimini, integrandolo con le nuove leve recentemente addestrate e accelerando così la formazione delle nuova forza di sicurezza irachena. Occorrerebbe infine ridare lavoro alle tante persone espulse dal proprio impiego pubblico per il solo fatto di essere stati attivi nel partito Ba'ath. Esse hanno infatti avuto influenza nel passato, anche per propri meriti professionali. Se non vengono presto riammesse e se non viene restituita loro la dignità potrebbero anch'esse rafforzare ulteriormente le file della resistenza o, forse, del terrorismo.
Si tratta, in buona parte, di quella minoranza che non ha partecipato al voto; minoranza di cui non si può fare a meno se si vuole garantire stabilità, sicurezza e unità al Paese, creando al contempo le condizioni per la fine dell'occupazione.

Dire la verità sulla guerra e condividerne pienamente le responsabilità
Dopo il Senato, anche la Camera ha votato il rifinanziamento della "missione di pace", continuando così ad ingannare sé stessa ed il popolo italiano. Inganno ritenuto ormai insopportabile, tra gli altri, dallo stesso presidente della Commissione Esteri della Camera, Gustavo Selva e dall'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Si tratta, infatti, di una missione di guerra e non di puro mantenimento della pace. Il fatto che il generale italiano Mario Marioli non ricopra solo la funzione di alto ufficiale di collegamento tra il comando italiano e quello americano ma sia il Vice Comandante delle Forze della Coalizione toglie ogni residuale dubbio in proposito.
Continuando a godere dell'approvazione del Parlamento e del consenso del Presidente della Repubblica la missione militare italiana può ora, nella nuova fase avviata con le elezioni in Iraq, essere presentata e valutata con la doverosa verità anche dalla maggioranza di governo. Verità necessaria al fine di individuare le soluzioni migliori per l'Iraq e per la fine dell'occupazione. Soluzioni che richiedono ora, a nostro avviso, un'assunzione condivisa di responsabilità. Non basta più elencare di chi sono i torti e le scelte sbagliate, denunciarli, chiedere la fine di una presenza militare odiata dalla popolazione irachena e la restituzione dell'Iraq agli Iracheni. Si potrebbe trattare, nel momento attuale, di una restituzione velenosa, che avrebbe più il significato di fuga dalle responsabilità che non di aiuto alla soluzione del problema. Per la popolazione irachena, che rimane per noi il primo e principale riferimento nella valutazione delle scelte da compiere, significherebbe forse ricevere un peso impossibile da gestire nell'immediato, se non con il sangue.
Esiste una strategia condivisibile? Che riesca a fare superare, senza dimenticarle, le divisioni del passato sulla legittimità o meno dell'intervento armato e dell'occupazione in Iraq? Che riesca a superare le due posizioni del "ritiro immediato dalla guerra" e della "presenza di pace", entrambe basate su elementi di valutazione politica che sono esterni alla realtà dell'Iraq? Che riesca inoltre a contenere esternazioni a fini elettorali o di consenso interno che rimangono fuorvianti? Siamo convinti di sì e occorre partire, a nostro avviso, dal fatto che le irachene e gli iracheni, con la coraggiosa partecipazione al voto, hanno anche espresso l'accettazione di un preciso cammino, definito nel tempo e graduale. Cammino che alcuni avrebbero voluto diverso ma che la realtà irachena, con le sue difficoltà, divisioni e tensioni, suggerisce essere ormai l'unico percorribile e cioè: la definizione di una nuova costituzione, la sua approvazione popolare, le nuove elezioni politiche ed il nuovo governo democratico entro gennaio 2006.
Questo cammino andrebbe ora assunto e condiviso da tutti e la comunità internazionale dovrebbe assumere la responsabilità di garantirne la piena realizzazione. Compresa l'Italia. Rimanerne fuori, come se il problema iracheno non riguardasse tutti, significherebbe solo fuga dalle responsabilità. Il punto centrale non è più, in sintesi, "rimanere" o "non rimanere", ma perseguire fino in fondo, condividendone la responsabilità, il cammino tracciato. Vorremmo che su questo punto centrale potesse concentrarsi un serio dibattito politico. Lo speriamo e l'attendiamo. Per arricchirlo, esprimiamo alcune considerazioni che consideriamo passaggi utili, se non indispensabili, per potere realizzare con successo l'auspicato cammino condiviso.

Le condizioni del cammino

1. La prima è la fissazione di una data precisa per la fine dell'occupazione militare dell'Iraq da parte degli USA e della Coalizione. Si tratta di una data che deve essere rivendicata con decisione al Governo americano ad iniziare dagli alleati nella Coalizione e dall'Unione europea e deve essere annunciata senza ulteriori ritardi, anche come segnale politico chiaro agli iracheni e ai paesi arabi e musulmani. Tale data non dovrebbe superare, se non di poco, quella della costituzione del nuovo Governo nel gennaio 2006. Spetterà infatti al Governo iracheno, democraticamente eletto, decidere se richiedere o meno presenze militari straniere dopo tale data, in quale contesto e con quale mandato. Nessun paese può infatti pensare di rimanere in Iraq dopo tale data senza una precisa richiesta del Governo legittimo.

2. Al tempo stesso deve essere definita la relativa strategia di uscita, coinvolgendo le Nazioni Unite insieme alla Lega Araba e la Conferenza dei paesi islamici anche per renderli corresponsabili del rafforzamento dei processi democratici nella regione. Una Conferenza internazionale in merito, sotto l'egida delle Nazioni Unite, potrebbe essere anche l'avvio di una ritrovata multilateralità. Non ci sembra invece realistica, purtroppo, alcuna ipotesi di immediata presenza istituzionale, operativa e di comando, delle Nazioni Unite in Iraq. Spetterà al futuro Governo, dopo il processo costituente e le elezioni, richiedere al Consiglio di Sicurezza un eventuale impegno di mantenimento e consolidamento della pace. L'Onu, con le sue Agenzie specializzate, potrà inoltre essere nuovamente preziosa per sostenere la fase della ricostruzione fisica, economica, ma anche istituzionale, sociale e civile del Paese solo dopo la restituzione della sovranità agli Iracheni e in un nuovo quadro di sicurezza.

3. Occorrerà, durante tutto il processo costituente, riuscire a ricreare un clima di dialogo con le forze che non hanno partecipato alla consultazione elettorale, in particolare quelle sunnite, coinvolgendole e adottando a tal fine ogni possibile mediazione politica. In questa linea e per i motivi accennati sopra, andrebbero dati almeno tre segnali: la possibilità di ricostituzione del partito Ba'ath per permettergli l'inserimento nel processo di transizione democratica, il recupero dei militari del vecchio esercito iracheno, la riassunzione delle decine di migliaia di funzionari pubblici espulsi dal lavoro per il solo fatto di avere avuto responsabilità nel Ba'ath.

4. L'assunzione di responsabilità deve riguardare anche l'Unione europea, qualunque sia stata la posizione degli Stati membri rispetto alla guerra all'Iraq. Una co-assunzione di responsabilità, non subalterna ma da alleata, anche per aiutare/forzare l'Amministrazione americana ad uscire dalla propria visione unilaterale e messianica del mondo. L'UE non può più restarne fuori. Se continuasse a farlo, rischierebbe di decretare definitivamente le proprie divisioni ed il proprio ruolo secondario nei grandi problemi e nei grandi giochi geo-strategici internazionali. L'Italia, con una storica fedeltà europeista ed atlantica è nelle condizioni di potere agire in questo senso.

5. Se fosse richiesta dal futuro Governo iracheno, la forza di occupazione dovrà sapersi trasformare in vera forza di pace e di sicurezza per lo stretto periodo necessario alla stabilizzazione e al consolidamento del processo democratico dopo le elezioni del 2006. Non esistono, infatti, caschi blu pronti a sostituirsi ad essa. Ma questa trasformazione, per potere essere credibile ed accettata, dovrà esprimere un diverso equilibrio delle forze, con una forte presenza dei paesi europei, insieme ad altri non implicati nel conflitto, sotto un comando unificato e definito dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu al fine di esprimere l'indispensabile multilateralità.

Solo nella piena assunzione politica da parte del Governo italiano di un cammino strategico chiaro e condiviso a livello internazionale può assumere significato la presenza del Contingente militare in Iraq come può assumerlo il suo graduale ritiro. Altrimenti, in assenza di una definita strategia politica o di fronte a scelte dettate dai sondaggi elettorali, sarebbe più utile e più onesto, verso gli stessi militari innanzitutto, riconoscere l'inutilità e il nonsenso della costosa presenza militare italiana e deciderne il ritiro quanto prima. Prima di dover piangere, colpevolmente, morti senza significato e inutili.