Le ONG italiane in Iraq. L’umanitario di fronte alla guerra e alla ricostruzione
Nino Sergi, Segretario Generale INTERSOS
13.5.03
L’Associazione delle Ong italiane ha assunto, di fronte alla guerra, una posizione chiara e precisa. Deciso e fermo è stato il loro no alla guerra come strumento per la soluzione delle controversie internazionali, alla guerra preventiva, alle decisioni unilaterali basate sulla logica del più forte, allo svilimento del ruolo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
È stato inoltre assunto l’impegno che, in caso di guerra, non vi sarebbe stata nessuna collaborazione con le forze militari né alcuna richiesta di finanziamento, per le attività umanitarie, ai governi direttamente o indirettamente belligeranti.
Ad un mese dall’occupazione dell’Iraq e dalla caduta di Saddam Husseyn, la sensazione che si ha in Iraq è strana. Il vecchio non c’è più ma il nuovo non esiste ancora. Il vecchio regime è crollato, con le sue istituzioni, i suoi dirigenti, il suo “ordine”, la sua presenza capillare, i suoi stipendi a fine mese… Il nuovo è spesso frutto dell’improvvisazione, talvolta usando il buon senso e assumendo precise responsabilità, come abbiamo visto nella gestione di alcuni ospedali dove si sono organizzati comitati di gestione che, senza escludere la dirigenza politica, hanno introdotto la presenza e il controllo dello stesso personale medico in ogni decisione; talvolta invece il nuovo, la “libertà” e l’impunità hanno favorito lo scatenarsi della delinquenza e dei saccheggi. Strana sensazione davvero: alcuni media ci avevano presentato un’emergenza umanitaria causata dai bombardamenti, mentre ci si rende conto che questi hanno colpito precisi e ben identificati obiettivi del potere, pur avendo danneggiato abitazioni e infrastrutture. L’emergenza umanitaria, come siamo abituati a vederla alla fine di ogni guerra, non c’è, tranne che per l’enorme quantità di ordigni esplosivi che quotidianamente uccidono e feriscono. Esiste invece, nonostante la ricchezza del petrolio, uno stato di povertà generalizzata, con punte di estrema miseria ed emarginazione, che durano da anni e sono andate crescendo con la sciagurata gestione del potere di Saddam aggravata dalle sanzioni economiche e dall’isolamento di oltre un decennio. Se l’incerta fase di transizione che gli iracheni stanno vivendo si prolungasse senza fornire le necessarie risposte per il governo della macchina amministrativa e per la costituzione della nuova rappresentanza politica della società, allora sì, si potrebbe entrare in una fase di emergenza difficilmente contenibile.
Ci si trova di fronte ad una situazione del tutto nuova. Pur riconfermando le posizioni assunte, le Ong devono analizzare le novità con attenzione: 1) Saddam è stato cacciato; 2) in Iraq, anche se in modo pericolosamente anarchico, si respira un’aria di libertà; 3) il paese, se non governato rapidamente, rischia di sprofondare in crescenti rivalità, violenze, fondamentalismi.
Queste novità vanno valutate parallelamente alle opzioni politiche che sono state assunte: 4) l’occupazione del Paese avviene senza alcun mandato internazionale; 5) non esiste alcuna volontà di consegnare all’ONU la guida della gestione politica ed economica della transizione, ma di relegare le Nazioni Unite ad un ruolo definito “vitale” da Bush e Blair, ma subalterno a quello delle forze occupanti.
I principi fondamentali delle ONG umanitarie
Nella situazione irachena è importante che le Ong abbiano presenti i principi che guidano da anni la loro azione umanitaria; anche al fine di evitare ipocrisie e superare inopportuni pregiudizi politici. In particolare, occorre soffermarci su:
a) l’imperativo umanitario: il dovere delle Ong di essere a fianco delle popolazioni bisognose e il diritto di queste di ricevere l’aiuto; b) l’imparzialità: per cui ogni scelta in merito è determinata in funzione della sola risposta ai bisogni, senza alcuna discriminazione; c) l’indipendenza: il rifiuto di qualsiasi condizionamento o strumentalizzazione politica dell’azione umanitaria che non può essere subordinata nemmeno a convinzioni politiche o religiose.
Tenendo presenti questi principi, come devono regolarsi le Ong umanitarie, nel nuovo particolare contesto iracheno, rispetto alle forze militari occupanti, alle nuove istituzioni, alle nuove leadership religiose? Si tratta di questioni che le Ong internazionali, compresa INTERSOS, si sono poste a Baghdad e a cui hanno cercato di dare risposte comuni, pur partendo da sensibilità e posizioni differenziate.
1. Interlocuzione con le nuove amministrazioni eterodirette. Proprio per essere fedeli all’imperativo umanitario, nelle situazioni di conflitto e post conflitto le Ong hanno sempre interloquito - quando utile agli aiuti alle popolazioni in pericolo - con ogni parte in causa, perfino con signori della guerra, dittatori, sanguinari comandanti. Ciò non ha mai significato né la loro legittimazione da parte delle Ong (che hanno spesso denunciato direttamente od indirettamente gli abusi, gli orrori, la negazione dei diritti umani) né alcuna forma di compromissione con loro. Si è sempre cercato di salvaguardare, con severa attenzione, l’autonomia e l’indipendenza delle Ong e della loro azione. L’interlocuzione con le nuove amministrazioni in Iraq è quindi coerente con il modo di operare delle Ong umanitarie e con i propri principi. Una diversa decisione assumerebbe una connotazione di parte, guidata non più dai principi umanitari ma da scelte politiche o ideologiche, sicuramente legittime e rispettabili, ma indubbiamente di parte.
2. Lo stesso discorso vale anche per la collaborazione con i leaders religiosi, qualora siano attivi nell’organizzazione e nella gestione della cosa pubblica (come sta accadendo in questa incerta fase di transizione). L’azione umanitaria - per non rischiare di rimanere semplice testimonianza e per raggiungere invece la massima efficacia - richiede interlocuzione e coordinamento con quanti si adoperano allo stesso fine.
3. Il rapporto con i militari. Qui il tema si fa ampio; cerchiamo di precisarne i punti salienti.
Rapporto umanitario-militare
Le Ong non hanno normalmente difficoltà, con le dovute differenziazioni, a collaborare con i militari in missioni di mantenimento o rafforzamento della pace, su mandato delle Nazioni Unite, com’è normalmente avvenuto fino ad ora. Hanno talvolta utilizzato le strutture e i servizi che l’apparato militare può mettere a disposizione: trasporti aerei e terrestri, logistica, uso di mezzi meccanici, ecc. Diversa è invece la posizione delle Ong quando la presenza militare ha compiti offensivi, di occupazione e di “imposizione” guerreggiata della pace: in situazioni del genere non vi può essere collaborazione tra umanitario e militare. E’ necessaria infatti, per realizzare bene la mission umanitaria, una netta e chiara distinzione tra le due finalità che non possono e quindi non devono entrare in rapporto, anche solo nell’immaginario delle popolazioni per cui e con cui stiamo lavorando.
Nei vari interventi di questo decennio, INTERSOS ha conosciuto militari con forte generosità, profonda umanità e spirito di solidarietà. Non si tratta quindi, è ovvio, di un giudizio sulle persone, ma della doverosa presa di coscienza politica dell’abisso che separa, concettualmente e nella realtà, e quindi in modo definitivo ed inconciliabile, le due mission.
Purtroppo, la strategia militare considera che anche l’azione umanitaria, direttamente promossa e gestita dai militari, debba far parte del “proprio mestiere”. Si tratta di rendersi amiche le popolazioni, di contenere il sentimento ostile prodotto dalla presenza armata straniera, di ottenere più facilmente informazioni utili… È sempre stato così, ma oggi la dimensione assunta è sempre più ampia, esplicita, aggressiva, talvolta “concorrenziale” con le stesse organizzazioni umanitarie. Le Ong hanno manifestato con durezza la loro opposizione a questo mascheramento umanitario degli eserciti che crea solo ambiguità ed una grande e pericolosa confusione tra militari ed operatori umanitari. Finché non sarà fatta chiarezza, quello che dobbiamo esigere con molta forza è almeno che i militari siano sempre riconoscibili come tali; che cioè mantengano sempre la propria divisa, senza mai camuffarsi, con abiti civili, da operatori umanitari. Lo chiediamo innanzitutto alle Forze Armate italiane, perché se ne facciano promotrici anche a livello internazionale nella definizione delle regole d’ingaggio.
Infine, il ruolo delle Nazioni Unite e degli organismi multilaterali in Iraq, anche se sminuito, va da noi valorizzato ed enfatizzato, anche per manifestare la non condivisione di tale sottovalutazione politica. Tale ruolo va infatti ristabilito quanto prima. Le Ong hanno, nella loro autonomia e indipendenza, fatto questa scelta: i loro riferimenti principali per l’organizzazione e il coordinamento degli aiuti umanitari e delle attività per la ricostruzione saranno le istituzioni delle Nazioni Unite e degli organismi multilaterali presenti in Iraq. Questo potrà anche essere, nella nuova situazione, lo spartiacque per poter collaborare con le cooperazioni dei governi coinvolti nella guerra, compreso il Governo italiano: ogni azione finanziata dovrà svilupparsi sotto il coordinamento delle organizzazioni multilaterali o delle istituzioni comunitarie o in stretto collegamento con loro. |