I militari e le ong in Iraq
Nino Sergi, Segretario Generale di Intersos - 8.7.04
Le Organizzazioni non governative (Ong) sono insistentemente invitate ad operare a Nassiriya, da dove sono rimaste finora assenti. La risposta a tale invito è legata alla necessità di chiarezza, divenuta ormai indispensabile. Le attività realizzate in Iraq dalla da undici Ong, dall’aprile 2003 ad oggi, hanno impegnato settanta operatori umanitari italiani ed internazionali e un migliaio di operatori iracheni. Ogni scelta si è basata sui principi umanitari universalmente riconosciuti: l’imperativo umanitario, l’indipendenza, l’autonomia nelle scelte e quindi la non subalternità ad alcuna esigenza di ordine politico, ideologico o di schieramento, l’imparzialità, la neutralità, la non discriminazione, l’ascolto attento delle aspirazioni delle popolazioni locali.
Gli interventi hanno cercato di dare risposta a bisogni urgenti e prioritari. Distribuzioni di beni di prima necessità; fornitura di acqua potabile, con installazione di depuratori e riparazione di impianti di potabilizzazione e reti di distribuzione; supporto agli ospizi per anziani e riabilitazione delle infrastrutture; riparazione di scuole e sostegno all’educazione; fornitura agli ospedali di medicinali, ossigeno terapeutico, incubatrici, condizionatori e un impianto di collegamento satellitare di telemedicina per l’oncoematologia pediatrica; ripristino di ambulatori; creazione di spazi di aggregazione per i bambini nelle periferie urbane; accoglienza di migliaia di rifugiati di ritorno da Arabia Saudita e Iran; assistenza agli sfollati interni; bonifica di aree infestate da mine e ordigni esplosivi e formazione della popolazione sul loro pericolo; formazione di operatori sociali e di Ong locali; sostegno alle organizzazioni per i diritti umani; supporto alla salvaguardia del patrimonio culturale della biblioteca nazionale…
A Baghdad, Bassora, Al Tash, Falluja, Mosul, Kirkuk, Erbil, Chanchamal, Karbala, Diwanyia, Medaina, Qurna, Anbar, Muthanna, Missan, Qurra, Abul, Kassib ed altre città e villaggi. Le Ong italiane non si sono limitate ad una sola regione, ma hanno cercato di portare un segno di pace sull’insieme del territorio iracheno. Si è trattato di 8 milioni di Euro di aiuti in un anno e altrettanti sono programmati per i prossimi mesi se la situazione della sicurezza lo permetterà.
In Italia si è dibattuto molto sulla presenza del contingente militare.
Tale presenza non può essere definita sulle base delle buone intenzioni, ma va inserita nel quadro delle decisioni assunte nelle sedi internazionali riconosciute. Una missione di peace keeping non è tale perché così la si autodefinisce: essa deve corrispondere a precisi criteri, caratteristiche e condizioni, definiti dal diritto internazionale, che la missione italiana non ha avuto. L’Associazione delle Ong affermava, all’inizio di maggio, che era indispensabile avviare “una nuova e diversa fase che, con un passo indietro delle forze della Coalizione, vedesse l’Iraq e le Nazioni Unite protagonisti di un vero cambiamento”. Si chiedeva una reale svolta: un’assemblea rappresentativa, la gestione del potere ed il governo del Paese a rappresentanti riconosciuti della pluralità dell’Iraq, la guida della transizione e della ricostruzione all’Onu, e sempre all’Onu o ad un’entità sopranazionale accettata dagli iracheni il comando della forza multinazionale di mantenimento della pace.
Molti passi sono stati fatti recentemente per andare nella giusta direzione. Siamo però, a nostro avviso, ancora lontani dalla reale svolta. A parte l’indubbia validità dell’iniziativa di Lakhdar Brahimi e della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza, l’Onu continua a mantenere un ruolo subalterno nella fase di transizione che si è aperta. Il comando della forza multinazionale di pace rimane saldamente in mano americana rendendo quindi impercettibile la svolta agli occhi degli iracheni che continuano a vedere una forza occupante e non una forza di pace. E’ stata persa un’occasione, forse irripetibile, per uscire con maggiore credibilità dal caos iracheno.
I principi che guidano le organizzazioni umanitarie sono quelli che garantiscono l’indispensabile neutralità e imparzialità dell’aiuto. Da parte delle Ong in Iraq - ed in particolare quelle italiane coordinate nel “Tavolo di solidarietà con le popolazioni dell’Iraq” - c’è sempre stata una grande attenzione a rimanere e mostrarsi nel proprio ambito di intervento, quello dell’aiuto umanitario e del sostegno alle comunità. Con severità esse sono state fedeli alla scelta di non collaborare con la Coalizione e con i militari, ritenuti privi di piena legittimazione internazionale, cercando così di salvaguardare l’integrità dello spazio umanitario contro ogni possibilità di confusione. Per questo, dopo un’attenta riflessione, le Ong hanno deciso di evitare di impegnarsi a Nassiriya (Intersos si è limitata ad accompagnarvi profughi di ritorno da Iran e Arabia Saudita, assicurandone la tutela e protezione e facilitandone l’inserimento).
Lo spazio umanitario è infatti sempre più invaso da altri principi, strumentalizzazioni e modalità di intervento che stanno restringendolo fino quasi ad annullarlo. Le conseguenze sono gravissime e lo constatiamo chiaramente in tutte le situazioni dove le missioni militari sono definite umanitarie, dove i soldati portano aiuti nei villaggi su mezzi blindati o comunque dotati di quelle stesse armi fatte per uccidere, dove gli aiuti e le ricostruzioni sono decisi sulla base delle priorità e convenienze politiche. L’abuso del termine umanitario, la strumentalizzazione dell’azione umanitaria, l’abbinamento degli aiuti con le armi stanno producendo un vero e proprio inquinamento dei principi e dell’azione umanitaria, creando grande confusione tra la gente che non riesce più a distinguere gli operatori umanitari dai militari e mettendo quindi a rischio volontari, operatori umanitari e operatori sociali, la cui unica arma e la cui unica tutela sono e devono rimanere il rapporto di fiducia e di solidarietà costruito con la gente. Imperativo umanitario, indipendenza, neutralità, non discriminazione sono principi inconcepibili in una forza armata, per definizione subalterna a decisioni politiche di parte.
Purtroppo, la strategia militare considera che anche l’azione umanitaria, direttamente promossa e gestita dai militari, debba far parte del “proprio mestiere”, per rendersi amiche le popolazioni, contenerne il sentimento ostile, ottenere più facilmente informazioni utili. È sempre stato così, ma oggi la dimensione assunta è molto più ampia, esplicita, aggressiva, talvolta competitiva con le stesse organizzazioni umanitarie. Questo non significa negare l’umanità e la generosità che abbiamo spesso apprezzato in molti militari che abbiamo conosciuto. In situazioni diverse da quella irachena, dove la presenza militare era inserita in un’operazione delle Nazioni Unite, abbiamo perfino collaborato, come ad esempio in Somalia o in Bosnia. Non si tratta quindi, è ovvio, di un giudizio sulle persone ma della doverosa presa di coscienza politica dell’abisso che separa, concettualmente e nella realtà, le due mission, umanitaria e militare, specie quando la presenza militare si situa al di fuori del contesto della piena legittimazione internazionale.
Le Ong chiedono con forza che sia abolito il termine umanitario da qualsiasi attività delle forze armate in Iraq come ovunque nel mondo. Chiedono con forza che ognuno faccia il proprio mestiere ed adempia alla propria missione, senza ambiguità di sorta, senza sconfinamenti in terreni non propri e quindi senza confusioni. Una forza occupante, che ha assunto l’amministrazione del paese dopo la caduta del potere della precedente amministrazione, ha l’obbligo - sancito dalla IV Convenzione di Ginevra - di provvedere al soddisfacimento dei bisogni primari della popolazione, dall’acqua all’elettricità, alla sicurezza, ai servizi sociali, all’educazione, alla salute, alle infrastrutture essenziali. Sono servizi che ogni amministrazione pubblica deve garantire e nessun sindaco si sognerebbe mai di definirli attività “umanitarie”. Si tratta semplicemente del compito istituzionale di un’amministrazione o di chi, prendendone il posto, ne ha assunto la responsabilità secondo le previsioni del diritto internazionale.
È necessario che verità sia fatta. La confusione creata è ormai senza limiti. È in gioco, lo ribadiamo, la stessa sopravvivenza dell’azione umanitaria, quale dovere umano imparziale, strumento solo dell’imperativo umanitario e mai di posizionamenti o tatticismi politici o militari. L’Associazione delle Ong italiane ha chiesto che sia aperto un tavolo di confronto tra Ong e ministeri degli Esteri e della Difesa: occorre infatti che siano individuate regole di comportamento, da far valere a livello internazionale, a salvaguardia dell’azione umanitaria e in applicazione del diritto internazionale umanitario. Solo con questa chiarezza, riconoscibile agli occhi degli iracheni, sarà possibile per le Ong rilanciare in Iraq una forte e decisa azione umanitaria e di ricostruzione sociale, anche a Nassiriya. |