IRAQ
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 
L' IRAQ DI FRONTE ALLE ELEZIONI.
NECESSARIA UN'ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ
DA PARTE DI TUTTI

Nota di Nino Sergi
Segretario Generale di INTERSOS
20 gennaio 2005

I tragici eventi del Sudest asiatico hanno fatto diminuire l'attenzione sull'Iraq. Se da un lato è qualcosa di positivo in quanto si riesce a misurare meglio la realtà della complessità irachena senza le enfatizzazioni che "fanno notizia", dall'altro si rischia di far passare sotto tono un momento che, pur nella sua complessità e difficoltà, può rappresentare un'occasione per iniziare a costruire l'articolato e complicato puzzle per l'uscita dal caos iracheno.

Uscire dal baratro di questa realtà e permettere agli Iracheni di decidere e governare il proprio destino garantendo loro stabilità e pace, richiede ora, lo si voglia o no, assunzione condivisa di responsabilità. Non basta più, purtroppo, elencare di chi sono i torti e le scelte sbagliate, denunciarli, chiedere la fine di una presenza militare deleteria, dannosa e odiata dalla popolazione irachena, restituire l'Iraq agli Iracheni. Si tratterebbe, nel momento attuale, di una restituzione velenosa, che avrebbe più il significato di fuga dalle responsabilità che non di aiuto alla soluzione del problema. Per la popolazione irachena, che rimane per noi il primo e principale riferimento nella valutazione delle scelte da compiere, significherebbe ricevere un peso impossibile da gestire, nell'immediato, se non con il sangue. Occorre guardare alla realtà, così com'è. Occorre farlo anche perché essa è stata troppo spesso inquinata da analisi e valutazioni funzionali alla competizione elettorale americana o, nel contesto italiano, da visioni funzionali ai vantaggi di politica interna. La via della pace, se vuole produrre frutti, deve partire dalla realtà e confrontarsi con essa. Realtà che vorremmo rigettare ma da cui dobbiamo invece partire per cercare di trovare, nel modo più indolore possibile per la popolazione irachena, una via d'uscita al caos che rischia di divenire incontenibile.

Essendo stata impegnata in Iraq con propri operatori ed operatrici, INTERSOS ha potuto seguire da vicino gli avvenimenti di questo ultimo biennio. Si è pronunciata nei mesi passati a più riprese; ritiene ora, senza presunzioni risolutive ma come contributo all'analisi, di porre all'attenzione del Governo e degli schieramenti politici italiani e delle Istituzioni europee alcuni punti ritenuti, nel momento attuale, decisioni e passaggi utili per un'evoluzione positiva della complessità irachena.
In modo schematico essi possono essere così sintetizzati:

1. Deve essere definita una data per la fine dell'occupazione militare dell'Iraq da parte degli USA e della Coalizione. Si tratta di una data che deve ormai essere annunciata, senza ulteriori ritardi, anche come segnale politico chiaro agli iracheni e ai paesi arabi e musulmani per esprimere che "non si vuole rimanere in Iraq e che il petrolio sarà gestito con le regole della politica e del commercio internazionale piuttosto che con le armi". Al tempo stesso deve essere definita e perseguita la relativa strategia di uscita, coinvolgendo le Nazioni Unite, la Lega Araba e la Conferenza dei paesi islamici.

2. Elezioni del 30 gennaio. Rappresentano un passaggio importante, da non sottovalutare. Saranno certamente parziali, sia a livello territoriale che di rappresentanza politica. Data la situazione, non sarà possibile alcun controllo da parte di osservatori internazionali e non potrà essere garantita la necessaria libertà. Il risultato non sarà quindi pienamente attendibile se valutato unicamente in base ai criteri richiesti da una vera consultazione elettorale libera e democratica. Ma, nel difficilissimo contesto iracheno, caotico e carico di gravi incertezze per il futuro, queste elezioni rimangono comunque un primo passo da valorizzare. I cittadini finalmente possono esprimersi: e non è poco. Sarà il segno evidente che il popolo iracheno (la maggioranza, o una sua parte molto consistente) desidera una soluzione politica, diversa dall'occupazione militare e da decisioni imposte dall'esterno, ma anche diversa dal terrorismo.
Occorrerà però riuscire a ricreare un clima di dialogo durante il processo costituente anche con le forze politiche che non hanno partecipato alla consultazione elettorale. In questa linea, altri segnali andrebbero dati, sperando che non sia troppo tardi. Anche se difficili a causa delle scelte errate e cariche di conseguenze negative, i segnali necessari sono, a nostro avviso, soprattutto tre: la libertà di ricostituire il partito Ba'ath, il recupero dell'esercito iracheno esistente prima dell'occupazione, la riassunzione delle decine di migliaia di persone espulse dai loro posti di lavoro per il solo fatto di essere stati iscritti ed avere avuto responsabilità nel Ba'ath di Saddam Husseyn.

3. Ricostituzione del partito Ba'ath. Preso Saddam Husseyn e presi i responsabili dei crimini, il Ba'ath, odiato da molti, non avrebbe potuto rappresentare alcun serio pericolo nel dopo Saddam, nonostante i circa quattro milioni di iscritti "forzati". E' stato invece bandito, divenendo così un riferimento clandestino importante per la crescente resistenza armata. Poteva essere accompagnato (analogamente ai partiti comunisti dell'Europa orientale) in un processo di transizione al gioco democratico. Non è stato fatto allora: può essere forse fatto ora, al fine di togliere dalla clandestinità e coinvolgere nel processo politico una parte fondamentale (anche se ormai minoritaria) della società, da cui non si può prescindere e, conseguentemente, al fine di attenuare le tensioni.

4. Recupero dell'esercito iracheno. Anche avere sciolto l'esercito è stato un gravissimo errore che pesa e peserà nel futuro. Esso va recuperato per ridare stabilità al paese, integrandovi le nuove leve recentemente formate. Anche questa decisione, se gestita bene, è importante e urgente per recuperare decine di migliaia di persone che si sono sentite escluse e disprezzate, che oggi alimentano la resistenza e possono facilmente optare per il terrorismo, e per poter garantire stabilità, sicurezza e unità al Paese accelerando la fine dell'occupazione.

5. Ridare lavoro e dignità alle tante persone espulse dal loro impiego pubblico (uffici ministeriali e servizi pubblici, sanità, educazione, università...) per il solo fatto di essere stati attivi nel partito Ba'ath. La riassunzione di queste persone, salvo ovviamente quelle compromesse con i crimini, è anch'essa una decisone politica necessaria e urgente. Esse hanno infatti avuto influenza nel passato, anche per propri meriti professionali; se non vengono presto recuperate e se non viene restituita loro la dignità, potranno rafforzare ulteriormente le file della resistenza o, forse, del terrorismo.

6. Le scelte politiche europee.
Il problema iracheno è così grave e di così difficile soluzione che (pur riaffermando tutte le condanne e critiche alle decisioni e alle scelte dell'Amministrazione USA) non può non essere assunto anche dall'Unione Europea. Le conseguenze del caos iracheno e dell'aggravarsi del terrorismo ricadono anche sull'Europa, qualunque sia stata la posizione degli Stai membri rispetto alla guerra all'Iraq. Ora, è quindi necessaria una chiara assunzione di responsabilità europea. Una co-assunzione di responsabilità, non subalterna ma da alleata, anche per aiutare l'Amministrazione americana ad uscire dalla propria visione unilaterale e messianica del mondo e a riaffermare il diritto internazionale e la validità delle Istituzioni internazionali. L'UE non può più restarne fuori. Se continuasse a farlo, rischierebbe di decretare definitivamente il proprio ruolo secondario nei grandi problemi e nei grandi giochi geo-strategici internazionali.

7. Ruolo dell'ONU
L'Onu è troppo debole, viene spesso ripetuto. Lo è, certamente. Ne abbiamo avuto prova anche in tutte le crisi, nel mondo, dove siamo intervenuti. Lo è, però, perché così vogliono i paesi che ne fanno parte. Potrebbe essere forte, anche senza aspettare la necessaria riforma che tutti auspichiamo, se vi fossero la volontà politica, le conseguenti risoluzioni e decisioni, l'impegno diretto della maggioranza dei paesi con la relativa dotazione delle risorse finanziarie, umane e di sicurezza necessarie. In Iraq l'ONU è stata umiliata due volte: dalle Forze occupanti, che l'hanno ignorata calpestando il diritto internazionale, e dal terrorismo che l'ha insanguinata. In questa fase non è purtroppo realistica alcuna ipotesi di presenza istituzionale operativa delle Nazioni Unite in Iraq. L'ONU, con le sue Agenzie specializzate, potrà essere nuovamente preziosa solo dopo la restituzione della piena sovranità agli Iracheni e in un nuovo quadro di sicurezza, per sostenere la fase della ricostruzione fisica, economica, ma anche istituzionale, sociale e civile del Paese.

PS: Lo spazio umanitario da salvaguardare
Dal caso iracheno, ma anche da quello afgano, occorre trarre alcune lezioni per il futuro. Una preoccupazione, in particolare, sta a cuore alle organizzazioni umanitarie: quella della salvaguardia dello spazio umanitario. I principi che guidano le organizzazioni umanitarie si basano sulla totale autonomia e indipendenza nelle scelte e nell'azione, al fine di garantire l'indispensabile neutralità e imparzialità dell'aiuto. Con severità esse sono state fedeli alla scelta di non collaborare con le forze di occupazione in Iraq, cercando così di salvaguardare l'integrità dello spazio umanitario contro ogni possibilità di confusione e di inquinamento. Purtroppo questo spazio è sempre più invaso da altri principi, strumentalizzazioni e modalità di intervento che stanno restringendolo, fino quasi ad annullarlo, ove le missioni militari sono definite umanitarie, dove i soldati portano aiuti nei villaggi su mezzi blindati o comunque dotati di quelle stesse armi che uccidono, dove gli aiuti, le ricostruzioni e le cooperazioni sono decisi sulla base delle convenienze politiche se non dai Servizi segreti. L'abuso del termine umanitario, la strumentalizzazione dell'azione umanitaria, l'abbinamento degli aiuti alle armi stanno producendo un vero e proprio inquinamento dei principi e dell'azione umanitaria, creando grande confusione tra la gente che non riesce più a distinguere gli operatori umanitari dai militari e mettendo quindi a rischio l'azione umanitaria e la presenza di volontari, operatori umanitari e operatori sociali, la cui unica arma è e deve rimanere il rapporto di fiducia e di solidarietà costruito con la gente. Imperativo umanitario, autonomia, indipendenza, neutralità e imparzialità sono principi inconcepibili in una forza armata, per definizione subalterna a decisioni politiche di parte. Chiediamo con forza che sia abolito il termine umanitario da qualsiasi presenza o attività delle forze armate in Iraq come ovunque nel mondo. Chiediamo con forza che ognuno faccia il proprio mestiere ed adempia alla propria missione, senza ambiguità di sorta, senza sconfinamenti in terreni non propri e quindi senza confusioni. Occorre che siano individuate regole di comportamento, da far valere a livello internazionale, ad iniziare dall'UE, a salvaguardia dell'azione umanitaria e dei suoi principi e in applicazione del diritto internazionale umanitario.

Roma, 20 gennaio 2005

 

 

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