| GLI
INCUBI IRACHENI DI " D, REPUBBLICA DELLE DONNE "
"D", Repubblica delle donne, ha pubblicato
lo scorso 14 maggio un articolo di Mahnaz Bassam, la nostra operatrice
irachena rapita a Baghdad nel settembre scorso insieme a Ra'ad Ali,
Simona Pari e Simona Torretta e liberata dopo tre settimane. La
testimonianza, dal titolo "Doppio incubo per il terzo ostaggio"
è raccolta e commentata da Francesca Caferri di Repubblica
che così la presenta: "In queste pagine presentiamo
il primo racconto dettagliato che Mahnaz fa del suo rapimento e
dei mesi successivi. Nel diario, lei ha voluto includere quello
che chiama "il mio secondo incubo": tutto ciò che
le è accaduto da quando è arrivata in Italia e i riflettori
della stampa si sono spenti".
Per secondo incubo Mahnaz intende l'essersi sentita abbandonata
da parte di Intersos durante la sua permanenza in Italia.
Avendo sempre cercato di rendere conto del nostro operato in modo
trasparente, anche questa volta pubblichiamo la lettera inviata
il 20 maggio alla direttrice di "D", Kicca Menoni. In
essa evidenziamo come i fatti siano ben diversi e sottolineiamo
con amarezza e disgusto l'assenza di professionalità riguardo
all'articolo pubblicato. Ogni serio giornalista, infatti, prima
di pubblicare qualsiasi cosa, dovrebbe doverosamente verificare
la fondatezza della notizia. Sempre. In questo caso non è
assolutamente stato fatto.
Cara Direttrice,
l'articolo di Mahnaz Bassam su D del 14 maggio scorso, raccolto
e commentato da Francesca Caferri, mi ha colpito e ferito. Secondo
la testimonianza pubblicata, Intersos avrebbe provocato un secondo
incubo a Mahnaz dopo quello del suo rapimento a Baghdad. Sarebbe
bastato informarsi per verificare che la realtà è
ben diversa. Mi permetta quindi di dire la mia, mentre Le chiedo
di parlarne alla signora Caferri perché la confronti con
quanto da lei raccolto, anche se il dovere professionale avrebbe
dovuto imporle di farlo prima.
Sono stato - con la discrezione che il caso richiedeva - a Baghdad
per una settimana durante il sequestro di Mahnaz (insieme a Ra'ad
e alle due Simone), nonostante il rischio di cui ero ben cosciente
e che è facile comprendere. Ho visitato suo madre e i familiari
(sapendo che poteva essere un'abitazione sorvegliata, mi sono travestito
da sheikh pur di riuscire a farlo senza metterli a rischio). Ho
accolto Mahnaz in Italia; abbiamo fatto una festa pubblica per lei
e sua madre, anch'essa da noi invitata. Aveva un visto per un mese:
sono intervenuto, accompagnandola personalmente all'ufficio stranieri
della Questura, per farle ottenere un'estensione di altri tre mesi.
E non è stato facile, Le assicuro.
Ho passato ore e ore con lei per farle sentire che la sua organizzazione,
Intersos, al più alto livello, le era vicina. Amici l'hanno
accolta in casa, in attesa di trovare una sistemazione idonea, dato
il suo rifiuto, comprensibile, di stare sola in albergo. Amici l'hanno
accompagnata in un centro di ospitalità per donne immigrate
(è questo il centro da lei definito "casa per le persone
entrate illegalmente in Italia"; un centro riconosciuto e apprezzato
da tutti) per verificare se poteva essere un luogo idoneo, decidendo
poi, congiuntamente, di rinunciarvi. Un amico iracheno comune ci
ha consigliato la casa di un connazionale, una persona deliziosa,
disposta ad accogliere Mahnaz: abbiamo provveduto al pagamento mensile
richiesto come contributo all'affitto. Inoltre, per i suoi bisogni
personali Mahnaz ha ricevuto da subito una somma mensile di 700
euro, oltre alla prima dotazione per l'abbigliamento. Quanto alle
medicine, escludo di avere mai rifiutato qualcosa in merito.
L'abbiamo iscritta, dopo averlo concordato, ad un costoso corso
intensivo di italiano ma l'ha frequentato per tre soli giorni. Le
è stato proposto di lavorare, da gennaio, con i nostri operatori
in Giordania, in modo da seguire da lontano le attività che
aveva avviato a Baghdad: di fronte alle sue preoccupazioni, abbiamo
accettato che lavorasse con noi a Roma, in attesa di altre destinazioni
idonee. La sua presenza in ufficio si è abitualmente limitata
a qualche ora di telefonate in tutto il mondo, sparendo immediatamente
dopo. In gennaio abbiamo messo un limite, annunciandole che, a queste
condizioni, avremmo smesso di sostenerla finanziariamente. Abbiamo
comunque avviato contatti con ministeri vari per farle avere il
visto di soggiorno per lavoro, dato che un'Agenzia, a lei gradita,
era disposta ad assumerla. L'ho infine rimproverata quando, non
fidandosi del nostro percorso con la difficile burocrazia italiana
e pretendendo vie rapide e speciali dal Governo italiano, le ho
gridato, ebbene sì perdendo la pazienza, "basta, se
vuoi andare per la tua strada, va pure; noi ci ritiriamo".
Scrivo queste cose veramente controvoglia e non per Mahnaz, ragazza
un po' capricciosa ed egocentrica ma sicuramente provata dalla terribile
esperienza, che nonostante tutto ha e avrà ancora il mio
affetto. Le scrivo per la giornalista, Francesca Caferri, che ha
raccolto la testimonianza, godendo meschinamente della "notizia"
un po' scandal-shok, senza nemmeno porsi l'interrogativo di fare
qualche verifica.
"La notizia va verificata" mi era stato rimproverato da
un serio giornalista del Corriere della Sera a cui avevo riferito
cose verificatesi poi non del tutto esatte: una lezione che da quel
momento ho imparato e che seguo con scrupolo. Pensavo fosse l'abc
di ogni giornalista, ma vedo, con tristezza, che non è affatto
così.
La ringrazio se riterrà doveroso tenere conto di queste precisazioni
e trovare quindi qualche forma di ristabilimento della verità
e della giustizia. Altrimenti pazienza. Siamo presi da altre cose
ben più importanti che non star dietro a presunti e avvilenti
"scoop".
Le invio cordiali saluti e continuerò, comunque, a sfogliare
D ogni sabato.
14 maggio 2005
Nino Sergi
Segretario Generale
INTERSOS
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